LOGAN – THE WOLVERINE (2017) RECENSIONE

Nel mondo reale la gente muore – Logan

Dopo 17 anni di onorata carriera, tra episodi ben riusciti ed altri meno, il fatidico momento è arrivato: Wolverine è al passo d’addio. Hugh Jackman saluta l’eroe con gli artigli di adamantio a cui ha dato volto (e una discreta dose di carisma) dal primo X-Men fino a quest’ultima avventura, tanto crepuscolare quanto introspettiva. James Mangold, già regista del parzialmente riuscito Wolverine – L’immortale, viene confermato alla regia per la chiusura della saga. Il risultato è senza dubbio apprezzabile: Logan difficilmente deluderà le aspettative della maggior parte dei fan.

Il film si colloca in un contesto del tutto diverso da quello in cui l’avevamo lasciato in Giorni di un futuro passato. Siamo infatti nel 2029 al confine tra Messico e Stati Uniti, il nostro mutante preferito vive facendo l’autista e si prende cura di un anziano e malato Charles Xavier.

Gli altri mutanti in seguito ad un virus sono quasi tutti estinti, e anche il protagonista non se la passa troppo bene: oltre che con gli immancabili sensi di colpa questa volta deve pure fare i conti con la perdita progressiva del suo fattore di guarigione.
L’inaspettato arrivo di un’infermiera che custodisce un inquietante segreto e di una bambina mutante porteranno scompiglio nella sua vita, costringendolo, dopo un’iniziale riluttanza a sfoderare i suoi artigli ancora una volta.


La storia si ispira molto liberamente alla saga a fumetti Vecchio Logan, scritta da Mark Millar e disegnata da Steve McNiven, pubblicata in Italia divisa in otto parti nella collana Wolverine a partire dall’agosto 2008.

In realtà il fumetto fa da base più per l’ambientazione e il tono generale del film che per lo svolgimento della trama.
Nella fase iniziale ci viene presentato l’eroe del titolo notevolmente indebolito e invecchiato, e si può intuire fin dalle prime scene che ci si trova davanti al capitolo più cupo dell’intera saga sugli X-Men. Il futuro distopico nel quale si muovono i personaggi dà un forte senso di desolazione, mentre aleggia sempre il mistero su cosa sia successo agli allievi della scuola di Xavier.

Con l’entrata in scena di una bambina mutante di poche parole ma con un carattere non certo mite, si comincia ad assistere a sequenze d’azione con un indice di violenza finora mai visto nei capitoli precedenti. Lo si poteva capire fin dai trailer che si sarebbe trattato di un sequel con momenti di violenza più intensi rispetto alle produzioni Marvel campioni d’incassi degli ultimi anni. È innegabile in questo senso che Deadpool (anch’esso prodotto dalla 20th Century Fox) abbia creato un precedente illustre, grazie al quale la produzione ha scelto di alzare il livello di brutalità dei combattimenti. Nonostante quindi il divieto ai minori di 17 anni in USA e ai minori di 14 in Italia la componente violenta non si caratterizza come un difetto; al contrario contribuisce ad enfatizzare senza alcun tipo di filtro la dinamica dei combattimenti, che finiscono con il coinvolgere totalmente lo spettatore.


Gran parte del film assume le sembianze di una sorta di road movie. E come in tutti i road movie che si rispettino i soggetti che compiono il viaggio si ritrovano a confrontarsi con le loro paure e soprattutto con sé stessi. L’insolito trio che intraprende il viaggio è formato, oltre che da Wolverine, dal Professor Xavier e da Laura, una ragazza di undici anni i cui poteri ricordano molto quelli del protagonista. Il loro percorso insieme offrirà dialoghi intensi e sequenze cariche di emozione. Il rapporto tra Logan ed il Professore viene approfondito in modo eccellente. Tra i due si scorge un legame padre-figlio non privo di conflittualità, solo che stavolta è il figlio che deve tenere a bada il padre che non può più fare affidamento sulla sua mente potentissima. Tuttavia questi non rinuncerà a elargire preziosi consigli al suo allievo di un tempo. L’altra relazione che fa da filo conduttore all’intero svolgimento della storia è quella tra Wolverine e Laura: l’eroe dovrà suo malgrado farsi carico di responsabilità non volute che però gli daranno una valida ragione per lottare ed estrarre nuovamente i suoi celebri artigli. La piccola si dimostrerà inoltre un valido aiuto nel combattere i vari nemici, e uno di questi in particolare darà non poco filo da torcere ad entrambi.


Il punto di forza di Logan sta perciò nel suo equilibrato alternarsi di ottime scene d’azione con sequenze introspettive mai banali, merito anche di una solida sceneggiatura. La scelta di inserire pochi personaggi si rivela saggia, e consente a Hugh Jackman e a Patrick Stewart di dare maggior risalto ai rispettivi ruoli.


Il membro più famoso degli X-Men si congeda dunque dai suoi fan in grande stile, regalandoci una chiusura destinata a rimanere nel cuore di molti. A noi non resta che ringraziarlo per le tante emozioni che ha saputo darci dall’inizio del ventunesimo secolo fino ad oggi. Vista la velocità con cui vengono prodotti i sequel o i reboot in quel di Hollywood è assai probabile che in un futuro prossimo rivedremo di nuovo Wolverine scatenare la sua rabbia sul grande schermo. Viene inevitabilmente da chiedersi se riuscirà a lasciarsi alle spalle l’attore che gli ha prestato il volto 9 volte (record assoluto e difficilmente battibile). Potrà esistere Logan senza Hugh Jackman? Penso che la risposta non tarderà ad arrivare.

Mini spoiler: Non aspettatevi la tradizionale scena dopo i titoli di coda. Volendo però un buon motivo per non andarsene via subito dalla sala ci sarebbe: la canzone finale di Johnny Cash che accompagna i titoli vale la pena di essere ascoltata fino in fondo!

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