King Arthur – Il potere della spada

Guy Ritchie ci riprova. Nel 2009 aveva portato sul grande schermo la sua personalissima rilettura di Sherlock Holmes, dando vita ad un piacevolissimo condensato di azione e divertimento e contribuendo a rilanciare la carriera di Robert Downey Jr. Ora, archiviato il deludente Operazione U.N.C.L.E, sceglie di proporre al pubblico un’innovativa trasposizione di un personaggio letterario conosciutissimo e oggetto di svariate rappresentazioni cinematografiche, fortunate e non: stavolta tocca a Re Artù! È evidente fin dai primi minuti l’intento del regista di ricalcare l’impostazione che aveva decretato il successo dei suoi due capitoli con protagonista il detective di Baker Street, ma in questo caso il tentativo sembra riuscito solo in parte.

La trama: Il saggio re di Camelot Uther Pendragon cade vittima dell’invidia del  malvagio fratello Voltigern e viene assassinato insieme alla moglie.  Si salva a stento il figlioletto Artù, che ignaro delle sue origini cresce nei sobborghi di Londinium diventando una sorta di ladro gentiluomo a capo di una banda di suoi simili. La sua vita cambierà drasticamente quando suo malgrado si ritroverà davanti ad una spada conficcata in una roccia. Una volta estratta, inizierà per lui un percorso che lo porterà a capire chi è realmente e a sfidare lo zio per riprendersi ciò che è suo di diritto. Oltre ai suoi fidati compari verrà affiancato nella difficile impresa da altri cavalieri ostili a Vortigern e da una misteriosa Maga dai poteri sorprendenti.

Recensione: Considerato chi firma la regia è quasi superfluo ricordarlo, però va ribadito che la storia di Artù è molto rimaneggiata rispetto alle leggende più note e ispiratrici delle pellicole del passato. Inoltre bisogna tenere presente che Il potere della spada dovrebbe essere il primo di una serie di capitoli dedicati alle imprese di Artù e dei cavalieri della tavola rotonda (si parla addirittura di sei film complessivi), pertanto questo esordio paga un po’ il dover limitarsi a narrare una storia circoscritta che al contempo faccia da apripista per i sequel che verranno. In realtà la carne al fuoco nelle due ore di durata è comunque tanta, anche se mancano diversi personaggi di solito immancabili. Merlino, giusto per dirne uno, si limita ad una brevissima apparizione.

La narrazione scorre senza un attimo di tregua grazie al ritmo elevatissimo delle sequenze. Ritchie usa le stesse tecniche già viste nelle due avventure di Holmes & Watson che comprendono scene velocissime alternate a rallenty improvvisi. I movimenti di macchina nelle parti d’azione sono rapidissimi e riescono a catapultare all’interno della storia lo spettatore. Ad alcuni potranno risultare al contrario fastidiosi e ripetitivi, ma lo stile della regia di Ritchie è questo: prendere o lasciare. Magari si poteva sperare di godersi qualche sequenza in stile videoclip in meno per lasciare più spazio a dialoghi o a momenti di stacco, questo sì. Non sarebbe poi così strano se a tratti qualcuno avesse la sensazione di trovarsi all’interno di un videogioco piuttosto che davanti allo schermo di un cinema.

Tra gli aspetti maggiormente riusciti di King Arthur va di sicuro inserita la scenografia delle ambientazioni, alcune di queste davvero suggestive: il castello di Voltigern, la torre, le Terre Oscure, la stessa Londinium a tratti rubano la scena ai vari personaggi. L’atmosfera generale che pervade il film prende senz’altro ispirazione da Game of Thrones. Il successo senza precedenti della serie targata HBO “costringe” in un certo senso chiunque voglia realizzare una produzione epico-fantasy  a confrontarvisi e a riprenderne alcune caratteristiche. Ed infatti non è un caso che nel cast siano presenti due attori provenienti dalla fortunata serie.

Sul cast in generale è abbastanza complicato dare un giudizio netto. Fin dalla sua entrata in scena non si può evitare di notare la bravura di Jude Law nell’esprimere i tormenti e le frustrazioni dello spietato Voltigern, un tiranno senza scrupoli ossessionato dal potere e disposto ad utilizzare ogni mezzo a sua disposizione per conservarlo. Law sembra perfettamente a suo agio nella parte e conferisce all’usurpatore di Camelot uno spessore che scongiura il rischio di ridurlo ad un cattivo anonimo o privo di ambivalenze. Peccato non poter dire altrettanto del protagonista vero e proprio. Charlie Hunnam per presenza fisica poteva apparire una scelta sensata, tuttavia nel vederlo nei panni del ladruncolo ritrovatosi ad estrarre Excalibur dalla roccia la sua prestazione non convince fino in fondo. Il suo Arthur non ritrae quasi mai in modo convincente l’iniziale spensieratezza, la successiva riluttanza nell’accettare un incarico apparentemente impossibile ed infine la consapevolezza dell’eroe che accetta il suo destino e lo porta a compimento. Anzi, la scarsa espressività di Hunnam, unita ad una sceneggiatura che non si preoccupa troppo di caratterizzare a dovere il figlio di Uther, fanno sì che la figura di Arthur non risulti del tutto convincente. Qui si vede la differenza nell’avere a disposizione un attore talentuoso come Robert Downey Jr. ed affidargli un ruolo cucito su misura per lui e l’avvalersi di un anonimo attore di Hollywood per la riproposizione cinematografica di un  racconto epico della letteratura inglese. Questo a conti fatti potrebbe essere il punto debole principale dell’ultima fatica di Guy Ritchie.

Conclusione: Gli amanti del regista e del genere fantasy moderno passeranno un paio d’ore piacevoli guardando King Arthur – Il potere della spada. L’intrattenimento è garantito e l’originalità di certe scelte è apprezzabile. Rimane la sensazione che si poteva fare di meglio, soprattutto se lo si paragona con i due Sherlock Holmes.

PS: Agli appassionati di calcio consiglio di fare attenzione alla guardia che parla con Arthur poco prima che estragga Excalibur. Non è un attore professionista ma un ex centrocampista che ha fatto la storia del calcio inglese e non solo…

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