Il Caso Taman Shud – #DetectiveNerd

Per la nuova rubrica #DetectiveNerd ho deciso di scrivere del caso soprannominato Taman Shud.

I Dati del Caso

Ritrovamento

La spiaggia di Somerton dov’è stato ritrovato il cadavere, con una X è segnato il luogo esatto.

È la mattina del 1° dicembre 1948, sono le 6:30 e lungo la spiaggia di Somerton (in Australia) viene ritrovato un corpo disteso sulla sabbia: la testa adagiata sull’argine e i piedi incrociati, rivolti verso il mare. Il braccio sinistro era disteso, mentre il destro era piegato, aveva una sigaretta intera dietro l’orecchio e un’altra sigaretta, fumata per metà, sulla parte destra del colletto del cappotto, tenuta ferma dalla guancia dell’uomo. [adToAppeareHere]

Era vestito con abiti di qualità, cioè camicia bianca, cravatta rossa e blu, pantaloni marroni, calzini, scarpe, un pullover marrone fatto a maglia e un cappotto grigio e marrone a doppiopetto. Tutti i vestiti erano privi di etichetta, e non aveva cappello (insolito per qualcuno vestito a quella maniera nel 1948) né portafoglio. Ben rasato e senza segni distintivi, l’uomo non aveva nulla con sé che potesse identificarlo, il che portò la polizia a pensare inizialmente ad un suicidio.

Una fotografia del cadavere, scattata dalla polizia australiana.

Reperti

Nelle tasche vennero rinvenuti un biglietto dell’autobus usato da Adelaide a St. Leonards a Glenelg, un biglietto ferroviario di seconda classe non usato da Adelaide a Henley Beach, uno stretto pettine di alluminio americano, un mezzo pacchetto di gomme da masticare Juicy Fruit, un pacchetto di sigarette Army Club contenente sigarette Kensitas e un pacchetto di fiammiferi Bryant and May pieno per un quarto.

Testimoni

Dei testimoni affermarono di aver visto, la sera del 30 novembre, un uomo simile a quello trovato morto, nella stessa posizione e nello stesso punto del cadavere.

  • Alle 19.00, una coppia lo vide estendere il braccio destro e poi farlo ricadere fiaccamente.
  • Un’altra coppia affermò che, nella mezz’ora dalle 19.30 alle 20.00 in cui l’avevano visto, non l’avevano notato muoversi, anche se avevano l’impressione che avesse cambiato posizione: i due testimoniarono di avere commentato fra loro che avrebbe potuto essere morto, dato che non reagiva ai moscerini, ma avendo giudicato più probabile che fosse addormentato o ubriaco non avevano indagato oltre.

Tutti i testimoni affermarono che l’uomo era nella stessa posizione in cui la polizia l’avrebbe trovato la mattina dopo.

Le prime Indagini

Autopsia

Secondo il patologo John Burton Cleland, professore emerito all’Università di Adelaide, l’uomo aveva “tratti britannici”, dimostrava fra i 40 e i 45 anni di età ed era in condizioni fisiche perfette. Era alto 180 centimetri, con occhi nocciola e capelli biondo-rossiccio, leggermente grigi attorno alle tempie, con spalle ampie e vita stretta; mani e unghie non mostravano segno di lavoro manuale, e le dita dei piedi erano conformate come quelle di un ballerino o di qualcuno che indossa abitualmente scarpe a punta; anche i muscoli del polpaccio alto erano sviluppati come quelli di un danzatore. Questi potrebbero anche essere tratti genetici dominanti, oltre ad essere caratteristici anche dei corridori di medie e lunghe distanze. [adToAppeareHere]

Venne effettuata un’autopsia; il patologo stimò la data della morte a circa le 2 di mattina del 1º dicembre.

“Sono piuttosto convinto che la sua morte non possa essere stata naturale. Il veleno che ho ipotizzato era un barbiturico o un ipnotico solubile”

Dall’autopsia si scoprì che l’ultimo pasto dell’uomo era stato un Cornish pasty, 3/4 ore prima della morte, ma non venne rinvenuta alcuna sostanza estranea nel corpo. Il dottore patologo, Dwyer, concluse affermando: “Sono piuttosto convinto che la sua morte non possa essere stata naturale. Il veleno che ho ipotizzato era un barbiturico o un ipnotico solubile”. Anche se l’avvelenamento rimase un’ipotesi forte, il pasty non era considerato la causa di esso. Oltre a ciò, il coroner non riuscì a definire ulteriormente l’identità dell’uomo, la causa di morte o anche se l’uomo visto la sera del 30 novembre fosse lo stesso del morto trovato la mattina dopo, dato che nessuno aveva visto la sua faccia quella sera. Venne coinvolta anche Scotland Yard, ma senza risultati. Una fotografia dell’uomo e le sue impronte digitali vennero fatte circolare ben oltre i confini nazionali, ma senza esito. Poiché il corpo non venne identificato, il 10 dicembre successivo venne imbalsamato (la prima volta che una tale azione si rendeva necessaria, secondo la polizia).

Tentativi di Identificazione

Un calco in gesso del corpo dell’uomo fatto dalla polizia nel 1949.
  • La mattina del 2 dicembre dal The Advertiser, un giornale locale di Adelaide, indicò tale E. C. Johnson come possibile identità della vittima;
  • Il The News, mise l’articolo in prima pagina nel pomeriggio, dando maggiori dettagli sull’uomo ignoto;

Il 3 dicembre, E. C. Johnson si presentò vivo alla polizia, che lo depennò quindi dalla lista delle potenziali identità del cadavere; sempre in quel giorno, The News pubblicò una foto dell’uomo in prima pagina, incrementando il numero di dichiarazioni sulla possibile identità da parte dei lettori.

Il 4 dicembre, la polizia dichiarò che le impronte digitali dell’uomo non erano nei registri dell’Australia Meridionale, e che quindi le indagini dovevano essere estese fuori dallo Stato.

  • Il 5 dicembre, The Advertiser riportò che la polizia stava indagando nei registri militari dopo che un uomo aveva affermato di aver preso un drink con un uomo simile a quello trovato morto in un hotel a Glenelg il 13 novembre. In quel frangente, l’uomo misterioso gli avrebbe mostrato una tessera di pensionamento militare con il nome Solomonson.
  • A inizio gennaio del 1949, due persone lo identificarono come un ex taglialegna sessantatreenne, Robert Walsh (che aveva lasciato Adelaide svariati mesi prima per comprare pecore nel Queensland e non aveva fatto ritorno, come previsto, a Natale). Un tale James Mack, dopo essersi dapprima dichiarato incapace di riconoscere l’uomo, contattò poi la polizia confermando che si trattava di Walsh, ma che non l’aveva detto prima perché aveva notato una differenza nel colore dei capelli.

“La polizia confermò che la conformazione fisica del corpo avrebbe potuto essere quella di un taglialegna”

Sebbene scettica, considerando che Walsh sarebbe stato troppo vecchio per essere quell’uomo, la polizia confermò che la conformazione fisica del corpo avrebbe potuto essere quella di un taglialegna, anche se lo stato delle mani indicava che non aveva svolto quel lavoro per almeno un anno e mezzo.

Anche questa pista venne però smontata quando la signora Elizabeth Thompson, che era stata una delle prime persone a identificare il corpo come Robert Walsh, cambiò parere dopo averlo visto una seconda volta, notando l’assenza di una certa cicatrice e la lunghezza delle gambe diversa da quella di Walsh.

Verso l’inizio di febbraio 1949, c’erano state in totale otto identificazioni del corpo, fra cui:

  • Due uomini di Darwin che l’avevano scambiato per un loro amico;
  • altri che lo credevano uno stalliere o un operaio di un battello a vapore scomparsi, o anche uno svedese.

Nel novembre del 1953, la polizia annunciò di aver recentemente ricevuta la 251ª dichiarazione, da parte di un cittadino, di aver identificato l’uomo, rimarcando però che l’unico indizio di alcun valore in quel caso fossero i vestiti che indossava.

Le Successive Indagini

Il 14 gennaio 1949 venne ritrovata, nella stazione di Adelaide, una valigia marrone, la cui etichetta era stata rimossa, che era stata consegnata al guardaroba della stazione dopo le 11.00 del 30 novembre 1948.

La valigia ed il suo contenuto; le persone nella foto sono, da sinistra, gli investigatori Dave Bartlett, Lionel Leane e Len Brown.

Al suo interno conteneva una vestaglia a quadri rossi, delle pantofole di feltro rosso di settima taglia, quattro paia di mutande, pigiama, strumenti per radersi, un paio di pantaloni marrone chiaro con della sabbia nei risvolti, un cacciavite da elettricista, un coltello da tavola ridotto ad un corto strumento affilato, un paio di forbici a punta, un pennello da stencil e infine un rocchetto di filo cerato arancione di marca Barbour, di “un tipo insolito”, non in commercio in Australia; era lo stesso usato per riparare la fodera di una tasca dei pantaloni che l’uomo di Somerton stava indossando.

Tutte le targhette identificative dei vestiti erano state rimosse, ma la polizia trovò il nome “T. Keane” su una cravatta, “Keane” su una sacca portabiancheria e “Kean” (senza la “e” finale) su una canottiera, assieme a tre marchi da lavasecco: 1171/7, 4393/7 e 3053/7.

Inizialmente venne ritenuto che chiunque avesse rimosso le targhette dagli altri vestiti avesse lasciato di proposito quelle con il nome “Keane”, sapendo che non era il nome dell’uomo morto. Venne successivamente fatto notare che le etichette “Kean” erano le uniche che non avrebbero potuto essere rimosse senza danneggiare l’abito. Dopo una ricerca, si scoprì che in nessuno dei paesi di lingua inglese era scomparsa una persona di nome T. Keane e anche una pubblicazione a livello nazionale dei marchi da lavasecco si rivelò infruttuosa.

Di fatto, tutto quello che poteva essere ricavato dalla valigia era che, per come era fabbricata, poteva essere stata prodotta solo negli Stati Uniti, e dato che non risultava essere stata importata, significava che l’uomo era stato negli Stati Uniti o l’aveva comprata da qualcuno che ci era stato. Dopo aver controllato i registri ferroviari, la polizia concluse che l’uomo era arrivato di notte da Melbourne, Sydney o Port Augusta, per poi essersi fatto una doccia e rasato ai bagni cittadini adiacenti prima di ritornare alla stazione dove avrebbe comprato un biglietto per il treno delle 10:50 per Henley Beach che, per ignote ragioni, perse o comunque non prese. [adToAppeareHere]

Dopo essere ritornato dai bagni, avrebbe lasciato la sua valigia al guardaroba della stazione, prendendo poi un autobus per Glenelg. Derek Abbott, che studiò il caso, avanzò l’ipotesi che l’uomo avesse comprato il biglietto del treno prima di farsi la doccia: i bagni pubblici della stazione erano chiusi, quel giorno, quindi scoprendolo e dovendo raggiungere i bagni cittadini avrebbe perso 30 minuti, il che spiegherebbe il mancato utilizzo del biglietto ferroviario e l’utilizzo dell’autobus.

Inchiesta del coroner

Un’inchiesta sulla morte dell’uomo misterioso, condotta dal coroner Thomas Erskine Cleland, venne avviata pochi giorni dopo la scoperta del corpo, ma continuò ad essere rinviata fino al 17 giugno 1949. Il patologo assegnato al caso, John Burton Cleland, riesaminò il corpo e notò diversi particolari: innanzitutto le scarpe dell’uomo erano molto pulite, e probabilmente lucidate di recente, anziché essere nello stato che ci si sarebbe aspettati in un paio di scarpe usate per girovagare per Glenelg tutto il giorno; ciò avrebbe dato sostegno alla teoria secondo la quale il corpo sarebbe stato portato alla spiaggia dopo la morte, che era stata formulata inizialmente a causa della mancanza di vomito e convulsioni, i due principali effetti del veleno.

Thomas Cleland ipotizzò che, dato che nessuno dei testimoni poteva affermare con certezza che l’uomo visto la sera del 30 novembre era lo stesso ritrovato la mattina dopo, rimaneva la possibilità che quest’ultimo fosse morto altrove e fosse stato poi abbandonato sulla spiaggia (pur rimarcando che questa rimaneva un’illazione, dato che tutti i testimoni si dicevano comunque convinti che fosse la stessa persona). Cedric Stanton Hicks, Professore di fisiologia e farmacologia all’Università di Adelaide, affermò che alcuni tipi di droga, di cui fornì i nomi al coroner, possono essere assunti per via orale in dosi tanto piccole da renderne quasi impossibile l’identificazione, pur essendo comunque estremamente tossici.

I nomi non furono resi noti al pubblico fino agli anni ottanta, allorché entrambe le sostanze (la digitale e l’ouabaina) erano facilmente reperibili per chiunque in qualsiasi farmacia senza dover dare un motivo valido per l’acquisto. Venne notato anche che l’ultimo movimento dell’uomo, quello visto dai testimoni alle 19.00, potrebbe essere stata l’ultima convulsione precedente la morte. Nonostante gli indizi, il coroner non fu in grado di determinare la causa di morte dell’uomo di Somerton.

Tamam Shud e le Rubʿayyāt

Il pezzo di carta trovato all’interno dei pantaloni dell’uomo.

Nello stesso periodo dell’inchiesta del coroner, venne rinvenuto in un taschino dei pantaloni un piccolo pezzo di carta arrotolato, con sopra stampate le parole “Tamam Shud“. Vennero convocati dei dipendenti della biblioteca pubblica per tradurre le parole, che risultarono essere quelle conclusive delle Rubʿayyāt, un’opera di ʿUmar Khayyām, aventi il significato di “finito“, “concluso“; va notato che, sebbene la grafia corretta del termine sia tamam, in relazione a questo caso la parola è sempre stata scritta e pronunciata dai media taman, con la N finale, forse a causa di un errore persistente. Sul retro, il pezzo di carta era bianco. Dopo una infruttuosa ricerca a livello nazionale di una copia delle Rubʿayyāt compatabile con quel pezzo di carta, una foto del frammento venne pubblicata dalla polizia interstatale, e un uomo (che ottenne dalla polizia di rimanere anonimo) rivelò di aver trovato una prima edizione estremamente rara di una traduzione di Edward FitzGerald delle Rubʿayyāt pubblicata nel 1859 da Whitcombe and Tombs in Nuova Zelanda sul sedile posteriore della sua macchina, che aveva lasciato aperta in un parcheggio di Jetty Road (Glenelg) circa una-due settimane prima del ritrovamento del corpoNon sapeva della connessione fra il libro e il caso di cronaca fino a che non lo aveva appreso dal giornale, il giorno precedente.

“Il soggetto del poema portò la polizia a supporre che l’uomo di Somerton si fosse suicidato con del veleno”

Tramite analisi al microscopio, venne accertato che il pezzo di carta era stato strappato proprio da quel libro. Il soggetto del poema portò la polizia a supporre che l’uomo di Somerton si fosse suicidato con del veleno, una teoria che comunque non aveva altri indizi a supporto. Sul retro del libro c’erano delle leggere annotazioni a matita, costituite da lettere maiuscole disposte su cinque righe, di cui la seconda riga barrata. Dato che la seconda riga è molto simile alla quarta, si è ipotizzato che sia barrata in quanto errata, il che porterebbe a supporre che le lettere costituiscano un codice segreto. Le scritte sono:

Le scritte a matita sul retro del libro, che si è presunto fossero una specie di codice segreto.

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WRGOABABDMLIAOI

WTBIMPANETP

MLIABOAIAQC

ITTMTSAMSTGAB

Inizialmente si pensò ad un testo in qualche lingua straniera, ma poi l’ipotesi del codice acquisì più spessore. I crittografi convocati per decifrarlo non vi riuscirono; il Dipartimento della Difesa australiano, dopo aver analizzato le scritte, riferì quanto segue:

  • I simboli sono insufficienti per definire uno schema.
  • I simboli potrebbero essere un codice di sostituzione complesso o un prodotto insensato di una mente disturbata.

Il numero di telefono

Sul retro del libro c’era annotato anche un numero telefonico appartenente ad un’ex infermiera ventisettenne che abitava in Moseley Street, Glenelg, circa 400 metri a nord di dove il corpo era stato rinvenuto, Jessica “Jestyn” Thomson. La donna disse che, mentre lavorava al Royal North Shore Hospital di Sydney durante la Seconda Guerra Mondiale possedeva una copia delle Rubʿayyāt che, nel 1945, al Clifton Gardens Hotel di Sydney, aveva regalato ad un luogotenente della Sezione Trasporti Acquatici dell’esercito australiano, Alfred Boxall. Allorché il detective Leane le mostrò il calco in gesso del corpo, Jestyn si disse non in grado di identificarlo, né di confermare o escludere che si trattasse di Boxall.

“Vedendo il calco la donna avrebbe avuto una reazione molto forte, al punto da dare l’impressione di stare per svenire”

Secondo Leane, vedendo il calco la donna avrebbe avuto una reazione molto forte, descritta come “completamente presa alla sprovvista, al punto da dare l’impressione di stare per svenire.”; in un’intervista del 2002, Paul Lawson, il tecnico che aveva fatto il calco, riportò di aver notato che la donna, dopo aver visto il busto, aveva immediatamente distolto lo sguardo e non l’aveva più guardato.

La Thomson, che negò di sapere alcunché sul caso, ottenne dalla polizia di rimanere anonima per evitar l’imbarazzo di essere collegata all’uomo di Somerton o a Boxall; la polizia glielo accordò, privando le indagini seguenti di una delle piste più promettenti (il suo nome era considerato importante, poiché c’era la possibilità che fosse la chiave per decifrare il messaggio sul retro del libro).

Si noti che “Thomson” era il cognome di Prosper Thomson, l’uomo che Jestyn avrebbe sposato solo più avanti, nel 1950 anche se allora non era ancora sposata e non è nemmeno certo se coabitasse già con il futuro marito. I media riportarono che la donna avrebbe affermato di essersi, dopo la guerra, trasferita a Melbourne e sposata; avrebbe poi ricevuto una lettera da Boxall, al quale avrebbe risposto di essersi sposata. La Thomson avrebbe aggiunto che, verso la fine del 1948, un uomo sconosciuto avrebbe chiesto informazioni su di lei al suo vicino di casa. Non esiste alcuna prova che Boxall, che non conosceva il cognome da sposata della donna, abbia avuto alcun contatto con lei dopo il 1945.

La polizia credette che l’uomo trovato morto fosse effettivamente Boxall fino a che non lo trovarono vivo e vegeto, con ancora la sua copia delle Rubʿayyāt (un’edizione stampata a Sydney nel 1924) completamente integra; Boxall, che dopo la guerra aveva ripreso il suo precedente lavoro in un deposito di autobus di Randwick, era completamente ignaro della connessione fra l’uomo di Somerton e se stesso. Nel fronte di quella copia del libro, Jestyn aveva ricopiato il verso 70 dell’opera:

“Indeed, indeed, Repentance oft before

I swore—but was I sober when I swore?

And then and then came Spring, and Rose-in-hand

My thread-bare Penitence a-pieces tore”

L’ipotesi spionistica

Si diffusero alcune voci secondo le quali Boxall avrebbe svolto attività di intelligence durante la guerra, e l’uomo di Somerton sarebbe stato una spia russa avvelenata da ignoti avversari. In un’intervista a cui partecipò nel 1978, Boxall affermò di non aver mai parlato a Jestyn del suo lavoro nell’esercito e che lei non avrebbe potuto sapere nulla a meno che altri non gliene avessero parlato. A diffondere queste voci contribuì anche il fatto che l’uomo era morto ad Adelaide, la capitale più vicina a Woomera, una base missilistica e centro d’intelligence top-secret, e anche il particolare che una delle città da cui l’uomo avrebbe potuto essere partito per Adelaide era Port Augusta, anch’essa vicina a Woomera.

Tre mesi prima della morte dell’uomo di Somerton, il 16 agosto 1948, era inoltre morto per avvelenamento da digitale Harry Dexter White, membro del Dipartimento del tesoro statunitense, che era stato accusato di essere una spia sovietica nelle indagini del Progetto Venona. Oltre a ciò, nell’aprile 1947 la Signals Intelligence Service statunitense, nel corso del Progetto Venona, scoprì che del materiale top secret era stato fatto passare dal Dipartimento degli Affari Esteri e del Commercio australiano all’ambasciata sovietica a Canberra. Questo portò, nel 1948, ad un divieto di trasferimento di qualsiasi informazione riservata statunitense all’Australia, decisione alla quale il governo australiano rispose creando l’Australian Security Intelligence Organisation.

Post-inchiesta

La sepoltura dell’uomo di Somerton, il 14 giugno 1949. I presenti nella foto sono, da sinistra: un ignoto, Em Webb (capitano dell’Esercito della Salvezza, che guida la preghiera), Laurie Elliot, Bob Whitington, un altro ignoto, S. C. Brice, il sergente di polizia Scan Sutherland e Claude Trevelion.

Dopo l’inchiesta venne effettuato un calco in gesso dell’uomo, dalle spalle in su, quindi il corpo venne sepolto al West Terrace Cemetery di Adelaide. La cerimonia di sepoltura venne condotta dall’Esercito della Salvezza, e le spese di sepoltura vennero pagate dalla South Australian Grandstand Bookmakers Association.

Anni dopo la sepoltura, sulla tomba cominciarono a crescere dei fiori, quindi la polizia interrogò una donna che era stata vista lasciare il cimitero, la quale dichiarò di non sapere nulla dell’uomo lì sepolto. Circa nello stesso periodo, la receptionist dello Strathmore Hotel, situato di fronte alla stazione di Adelaide, rivelò che un “uomo strano” aveva occupato la stanza 21 nel periodo della morte dell’uomo di Somerton, lasciandola il 30 novembre 1948; ricordò anche che gli addetti alla pulizia avevano trovato nella stanza un astuccio medico nero e una siringa ipodermica.

Il 22 novembre 1959 E.B. Collins, un detenuto del carcere di Wanganui affermò di conoscere l’identità dell’uomo di Somerton. La polizia dell’Australia Meridionale considera il caso ancora aperto; il calco in gesso, che contiene anche alcuni capelli dell’uomo, è ancora conservato dalla polizia, ma molte delle prove restanti sono scomparse: la formaldeide usata per imbalsamare il corpo ne ha rovinato buona parte del DNA, la valigia marrone è stata distrutta nel 1986 e le dichiarazioni dei testimoni sono scomparse dagli archivi digitali della polizia col passare degli anni.

“Gerald Feltus, un investigatore in pensione, intervistò Jestyn nel 2002, affermando di averla trovata evasiva o comunque restia a parlare dell’argomento”

Gerald Feltus, un investigatore in pensione che aveva seguito il cold case, intervistò Jestyn nel 2002, affermando di averla trovata “evasiva” o comunque “restia a parlare dell’argomento”, e gli chiese di non parlare di lei pubblicamente, poiché la sua famiglia ignorava il suo coinvolgimento nel caso; Feltus era dell’opinione che Jestyn conoscesse l’identità del morto. Jessica “Jestyn” Thomson è morta nel 2007; in un suo libro del 2010, Gerald Feltus affermò di aver ricevuto il permesso di rivelare i vari nomi del caso dalla famiglia del marito di Jestyn, che però sono considerati pseudonimi.

Nel 2004 Gerald Feltus ipotizzò che l’ultima riga del codice, “ITTMTSAMSTGAB”, fosse la sigla di “It’s Time To Move To South Australia Moseley Street…” (“È tempo di andare a Moseley Street, in Australia Meridionale…”; Moseley Street era la via di Glenelg dove abitava l’infermiera Jessica “Jestyn” Thomson).

In un documentario sul caso, intitolato The Somerton Beach Mystery, prodotto dall’Australian Broadcasting Corporation nel 1978, vennero intervistati Boxall, che non fu in grado di aggiungere niente di nuovo sul caso, e Paul Lawson, che aveva fatto il calco del corpo, il quale rifiutò di rispondere quando gli venne chiesto se qualcuno aveva identificato positivamente il corpo. Nel 1994 il giudice e medico forense John Harber Phillips, analizzando il caso, dichiarò che, dati la congestione dello stomaco, l’assenza di malattie naturali e l’assenza di altre prove macroscopiche, era indubbio che a provocare la morte fosse stata la digitale. Il sovrintendente capo dell’Australia Meridionale Len Brown, che seguì il caso, si disse invece convinto che l’uomo venisse da uno dei paesi del Patto di Varsavia, il che avrebbe spiegato l’incapacità della polizia di stabilirne l’identità.

Ripresa delle indagini e nuovi sviluppi

Nel marzo 2009 un gruppo di professori dell’Università di Adelaide, guidati da Derek Abbott, ha ripreso in mano il caso cercando di decifrare il codice e proponendo di riesumare il corpo per effettuare il test del DNA. Queste investigazioni sono però state rese difficili da una serie di fattori: in primo luogo, negli anni sessanta la copia delle Rubʿayyāt coinvolta nel caso è andata perduta, e non si è riusciti a trovarne un’altra identica. Anche i resoconti delle autopsie del 1948 e del 1949 non esistono più, e sebbene la Barr Smith Library conservi diverse annotazioni di Cleland, nessuna di esse riguarda questo caso.

Il professore di anatomia dell’Università di Adelaide Maciej Henneberg, esaminando le immagini delle orecchie dell’uomo, ha notato che la cavità superiore è molto più grande rispetto a quella inferiore, una caratteristica rara nella popolazione caucasica (portata solo dall’1-2% degli individui). Esami dentistici effettuati nel maggio 2009 hanno anche evidenziato che l’uomo di Somerton soffriva di ipodontia in entrambi gli incisivi laterali, anche questa una caratteristica rara, comune a solo il 2% della popolazione mondiale. Nel giugno 2010 Abbott riuscì ad avere una fotografia del figlio di Jestyn, Robin Thomson, nella quale erano evidenziati chiaramente sia le orecchie che i denti, e dalla quale si poteva desumere che il ragazzo aveva sia la stessa conformazione delle orecchie dell’uomo di Somerton, sia l’ipodontia (le probabilità che ciò fosse una coincidenza sono stimate a una su dieci-venti milioni).

“Nel 2011 una donna di Adelaide consegnò a Henneberg un documento d’identità il cui proprietario assomigliava molto all’uomo di Somerton.”

Secondo le ipotesi dei media, Robin, che aveva 16 mesi nel 1948 ed è morto nel 2009, avrebbe potuto essere figlio di Alfred Boxall o dell’uomo di Somerton, fatto passare da Jessica come figlio di suo marito Prosper, un’illazione che potrebbe essere smentita o confermata dal test del DNA. L’esumazione del corpo è stata però negata nell’ottobre 2011 dal procuratore generale John Rau, affermando che “devono sussistere ragioni di interesse pubblico che vanno ben al di là della curiosità popolare o del vago interesse scientifico”. Nel 2011 una donna di Adelaide consegnò a Henneberg un documento d’identità che aveva trovato fra le cose di suo padre, appartenuto a un tale H. C. Reynolds, il quale assomigliava molto all’uomo di Somerton; Henneberg confermò l’estrema somiglianza di Reynolds con l’uomo di Somerton, in particolare grazie all’identicità delle orecchie dei due e ad un neo sulla guancia nella stessa posizione in entrambe le foto. [adToAppeareHere]

La coincidenza fra le due fotografie portò Henneberg a identificare positivamente l’uomo di Somerton con Reynolds; il documento, emesso negli Stati Uniti il 28 febbraio 1918, identificava Reynolds come un marinaio britannico avente l’età di 18 anni; tuttavia, ricerche condotte presso gli archivi nazionali del Regno Unito e il memoriale di guerra australiano non trovarono alcun riscontro di un H. C. Reynolds, e le indagini in proposito sono ancora in corso da parte della polizia dell’Australia Meridionale. Nel luglio 2013, Abbott fece pubblicare una rappresentazione artistica del morto, con la speranza di facilitarne l’identificazione (in quanto, a suo dire, la foto dell’autopsia che era stata pubblicata già allora non sarebbe stata sufficiente per riconoscere l’uomo).

Abbott, inoltre, ha contestato il fatto che la polizia, occupandosi ai tempi del caso, avrebbe sorvolato su alcuni particolari: ad esempio, il fatto che il pacchetto di sigarette Army Club contenesse sigarette Kensitas venne ricondotto alla diffusa pratica del tempo di comprare sigarette economiche riponendole in confezioni di sigarette più costose, ma in realtà le Kensitas erano piuttosto care, il che porterebbe ad investigare sulle sigarette (sostituite ad insaputa dell’uomo di Somerton) come fonte del veleno, una pista mai seguita. Abbott notò anche che dal tipo di confezione del filo cerato Barbour sarebbe stato possibile risalire al Paese in cui era stato acquistato.

Nel novembre 2013 la famiglia di Jestyn concesse un’intervista televisiva; in quel frangente Kate Thomson, figlia di Jessica e Prosper, affermò che la madre le avrebbe rivelato di aver mentito alla polizia, e di conoscere l’identità dell’uomo di Somerton, che era conosciuta anche ad un “livello superiore” di quello della polizia; constatò anche che Jessica era una simpatizzante comunista e sapeva parlare il russo, quindi credeva che sia lei sia l’uomo di Somerton potessero essere stati spie russe. La nuora di Jessica, moglie di suo figlio Robin, credeva che l’uomo di Somerton fosse il padre naturale, supportando la richiesta di Abbot di effettuare un test del DNA riesumando il corpo. Kate si opponeva invece alla cosa, ritenendo la riesumazione irrispettosa nei riguardi di suo fratello.

Conclusioni

Ad oggi non è ancora stato risolto il caso dell’uomo di Somerton, anche se gli ultimi sviluppi del 2013 avvalorano l’ipotesi spionistica formulata nel 1949.

Secondo il mio parere, assolutamente personale, la reazione di Jestyn alla vista del calco del busto dell’uomo di Somerton e la dichiarazione di Kate Thomson, sono indicatori del possibile coinvolgimento della stessa Jestyn nell’avvelenamento e conseguente morte dell’uomo.

 

Fonti

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