Hellboy – Recensione

Durante questo mese di aprile un appassionato di trasposizioni dai fumetti sul grande schermo rischia di fare dentro e fuori dalla sala cinematografica un numero di volte decisamente superiore alla media. Se Shazam! Ha inaugurato la serie di cinecomic che faranno capolino da qui all’estate, è chiaro che l’attesa principale sia focalizzata sull’ormai imminente debutto di Avengers: Endgame. In mezzo a tutti questi arrivi c’è però il rischio che passi quasi inosservato un reboot che ha provocato numerose perplessità e critiche fin dal suo annuncio risalente a circa un anno e mezzo fa: Hellboy. Il diavolo rosso cacciatore di demoni è tornato al cinema a partire dall’11 aprile con un nuovo look e un riavvio totale del personaggio che ha già dovuto fronteggiare diverse recensioni poco lusinghiere ed incassi al botteghino per niente entusiasmanti. Siamo davanti ad un adattamento più somigliante all’originale del fumetto e propenso a mettere in risalto l’aspetto oscuro e violento del protagonista. Il risultato è tuttavia inferiore ai due capitoli realizzati dal premio Oscar Guillermo del Toro, ed è proprio il confronto con questi due a far pensare che non ci fosse bisogno di offrire l’ennesima riproposizione di un eroe dei fumetti ad appena un decennio dall’ultimo capitolo della serie. A dire il vero il film presenta degli aspetti positivi che lo salvano dall’essere definito un flop totale, ma non si può fare a meno di chiedersi se i tempi e le modalità di rilancio siano state azzeccate, specialmente in un periodo in cui l’offerta di produzioni dello stesso genere è pressoché satura.

Trama:

Hellboy è un demone evocato dai nazisti al termine della seconda guerra mondiale che avrebbe dovuto radunare le forze degli inferi e causare la fine del mondo. Strappato dalle grinfie naziste dal professor Trevor Bruttenholm, che gli fa da padre adottivo, una volta cresciuto diventa un agente del BPRD (Bureau for Paranormal Research and Defense), un’agenzia segreta con lo scopo di difendere l’umanità dalle minacce sovrannaturali. Chiamato in Inghilterra per dare la caccia a tre giganti la cui furia distruttrice rischia di devastare il Paese, il diavolo rosso incontra Nimue, detta anche la Regina di Sangue. Nimue è una strega che in passato era stata sconfitta da Re Artù ma adesso è riuscita a tornare in vita e intende vendicarsi scatenando sulla Terra le potenze dell’inferno per poi regnare su di esse. Hellboy, con l’aiuto di un militare riluttante e di una ragazza sensitiva, proverà a fermare l’imminente Apocalisse, ma ben presto scoprirà che Nimue ha dei piani speciali nei suoi confronti, e il demone investigatore dovrà compiere la scelta più difficile della sua vita.

Recensione:

Si nota fin dalle prime sequenze del lungometraggio che il regista Neil Marshall (esperto di horror e con alle spalle la regia di alcuni episodi delle fortunate serie Game of Thrones e Westworld) ha tentato di far emergere gli aspetti che ponessero una separazione netta con i due adattamenti di Del Toro. Qui le scene cruente e di violenza abbondano senza remore, tanto che a tratti si finisce quasi nello splatter. Si tratta comunque di un approccio che spesso dà l’impressione di essere sfuggito di mano, dal momento che in svariate parti sembra quasi caricaturale ed esagerato. Le battute volgari ed irriverenti alla Deadpool poi funzionano fino ad un certo punto.


Manca inoltre una certa organicità e linearità nello svolgimento della vicenda. La sceneggiatura attinge a ben tre racconti degli albi a fumetti, ed assemblarli in un’unica pellicola non è stata, col senno di poi, un’idea brillante. Un piccolo esempio delle scelte poco coerenti lo si ritrova nei flashback: quello iniziale, che mostra il passato della strega che darà parecchio filo da torcere al detective in rosso, è coinvolgente e aiuta a calarsi subito nella storia; quello sulle origini di Hellboy invece, è assolutamente sbrigativo e pare inserito solo per obbligo. Il coinvolgimento nella lavorazione di Mike Mignola, l’inventore del personaggio comparso per la prima volta in una pubblicazione nel 1993, poteva far pensare ad un esito differente.
Va detto che le premesse per questo remake, almeno leggendo i nomi del cast, potevano lasciare spazio all’ottimismo, e difatti gli attori sono forse l’unica nota davvero positiva del film. Dietro le corna accorciate, la lunga capigliatura nera e il colorito rosso di Anung Un Rama (questo il vero nome dell’eroe) si cela il volto di David Harbour, noto ai più per il ruolo dello sceriffo Hopper nella serie Netflix Stranger Things: il suo è un diavolo maggiormente simile a quello della carta stampata, allo stesso tempo con fattezze più umane, più orrendo e spigoloso rispetto alla versione impersonata da Ron Perlman nel 2004 e nel 2008. Harbour riesce a differenziarsi a sufficienza dal suo precedessore e a risultare discretamente calato nella parte, ma fallisce nell’attirarsi la simpatia degli spettatori. Milla Jovovich se la cava egregiamente nell’interpretare la malvagia Nimue, ed altrettanto bravo è l’esperto Ian McShane nei panni del proffesor Bruttenholm. I due aiutanti che affiancano “Red” invece non sono granché, e perdono nettamente il paragone con il team che affiancava Ron Perlman .

Il reboot di Hellboy dunque è una trasposizione dalla quale era lecito aspettarsi qualcosa di più. Regista, cast e materiale di partenza lasciavano intravedere spiragli per un ritorno memorabile che al contrario si sta rivelando alquanto deludente, sia in termini di pubblico che di critica. La voglia di strafare, insistendo eccessivamente su un approccio molto cupo e con azione violenta non ha pagato, anche se non tutto è da buttare. Ad oggi è complicato capire se ci sarà o meno un sequel, di cui onestamente non sembra esserci un grande bisogno. Magari qualcuno si chiederà pure se era davvero così necessario riproporre adesso un riavvio del franchise. Guardando il cinecomic di Marshall la risposta, purtroppo, è quasi scontata.

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