THE MANDALORIAN Stagione 2 – Recensione a metà del guado

Dove vado io, va lui.

Se bisognasse scegliere una serie che rappresenti al meglio l’ambizione e le potenzialità di Disney+, quella sarebbe senza ombra di dubbio The Mandalorian. È stata quest’ultima infatti che ha accompagnato a fine marzo il debutto nei paesi europei del nuovo servizio streaming disneyano, e fin dai due primi episodi (dal momento che, eccezion fatta per le prime due, la modalità di distribuzione prevedeva il rilascio di una sola puntata alla settimana), ha raccolto un enorme consenso di pubblico e critica. Qualcuno potrebbe pensare che essendo un prodotto a tema Star Wars il successo fosse pressoché scontato, ma, come dimostra l’ultima trilogia cinematografica, riuscire a raccontare una buona storia non deludendo le aspettative dei numerosissimi fan è un’impresa tutt’altro che semplice quando si tratta dell’universo ideato da George Lucas. Il Mandaloriano però può dire di aver vinto la sfida.

Dopo una prima stagione che ha fatto conoscere agli appassionati della “galassia lontana lontana” nuovi personaggi, nuovi pianeti ed una nuova intrigante vicenda dalle atmosfere western, la seconda stagione era dietro l’angolo ed era già in fase realizzativa mentre venivano trasmessi gli episodi della prima. Così, in un 2020 privato di una moltitudine di film che avrebbero dovuto uscire al cinema, e che ha inevitabilmente portato ad un maggiore peso specifico dei colossi dello streaming che avrà delle importanti conseguenze nel lungo periodo, la Disney si è imposta come uno dei fornitori di servizi più all’avanguardia. Attraverso Disney+ ha offerto, oltre ad un catalogo per forza di cose estremamente competitivo, dei contenuti originali ed esclusivi che l’hanno portata ad affrontare un’annata nella quale, pur dovendo far fronte a causa della pandemia a delle perdite di ricavi consistenti, ha finito per occupare ugualmente un posto predominante tra le piattaforme di film e serie tv. Mettere a disposizione dei suoi abbonati di tutto il mondo, a distanza di sei mesi esatti dal debutto dell’ultimo episodio della prima stagione, la seconda stagione della sua serie di punta è l’ennesima dimostrazione della capacità di non accontentarsi e di continuare ad incrementare il proprio dominio, nonostante una crisi globale che ha inferto un duro colpo a tutto il settore dell’intrattenimento.

Trama:

Nell’ottavo capitolo della stagione del debutto “Mando” era riuscito, in seguito ad una rocambolesca fuga, a fuggire dal pianeta Nevarro ed a sottrarre il Bambino (da tutti ribattezzato ormai “Baby Yoda”) dalle grinfie dell’Imperiale Moff Gideon, che voleva impossessarsene per dei piani ancora ignoti. Ora, per mettere il Bambino al sicuro una volta per tutte, Din Djarin – questo è il nome del cacciatore di taglie che si cela dietro l’elmo –, in accordo con l’Armatrice del suo ordine, decide di riportarlo da quelli della sua specie. Il Mandaloriano si imbarca quindi con il piccolo a bordo della Razor Crest per cercare di rintracciare i simili del suo protetto; per farlo si mette sulle tracce sia di altri mandaloriani come lui sia dei cavalieri Jedi, dei quali Baby Joda possiede i poteri. Tuttavia la loro ricerca si rivelerà fin dal principio ardua, e incontreranno presto nemici e alleati che si metteranno nel loro cammino. Nel frattempo Moff Gideon, sopravvissuto allo scontro con Mando e desideroso di tornare presto in possesso del piccolo, è quanto mai determinato a stanare lui e il suo protettore.

Recensione:

A differenza della prima stagione, stavolta i personaggi e la struttura degli episodi sono già noti al pubblico che è già al corrente della formula con la quale è stata pensata questa serie ideata da Jon Favreau, e di conseguenza dal primo minuto dell’episodio che apre la stagione sa benissimo cosa lo aspetta: singole puntate con una vicenda autoconclusiva mentre una trama orizzontale fa da raccordo. Nei primi quattro nuovi capitoli di questa seconda stagione entrano in scena diverse new entry, sia nello schieramento dei buoni che in quello dei cattivi, ma tutte perlopiù con uno spazio limitato ad un solo episodio. Mediamente la durata di ciascuno è leggermente superiore ai primi otto, ma ciò non influisce sull’efficacia delle quattro mini storie, anzi: l’azione, la tensione e il divertimento sono sempre equilibrati con attenzione. L’alternarsi di vari registi dietro la macchina da presa, tra i quali oltre lo stesso Favreau spiccano i nomi di Peyton Reed (i due Ant-Man) e Bryce Dallas Howard (la protagonista femminile dei due Jurassic World), non si nota più di tanto. È comunque evidente, fin dalle sequenze iniziali, che il tasso di spettacolarità si è alzato: ogni avventura presenta ambientazioni mai viste prima, creature sorprendenti e scenari suggestivi, il tutto accompagnato da degli effetti speciali visivamente notevoli. Parallelamente a ciò, anche le citazioni ed i riferimenti al cosiddetto “Star Wars Universe” abbondano alla grande nei 30-40 minuti in cui è compresso ciascun capitolo, sebbene coglierli tutti sia materia nella quale sono in grado di addentrarsi solamente i super esperti del franchise.

Dove per il momento difetta questa prima metà di stagione è nella scarsa progressione della trama principale, che di fatto, arrivati al giro di boa, è avanzata di pochissimo. Per quanto le quattro mini avventure del guerriero e di Baby Joda non manchino di pathos e di ritmo, il loro viaggio, e insieme il rapporto tra i due, non subisce dei cambiamenti significativi. Dispiace inoltre che il villain Moff Gideon, interpretato alla perfezione da Giancarlo Esposito, per ora abbia avuto uno spazio assai ridotto.
Si ha insomma la sensazione che il meglio debba ancora venire: non mancheranno quasi sicuramente dei colpi di scena o delle svolte che arricchiranno la trama, e per l’entrata in scena di due iconici personaggi annunciati nel corso delle riprese ogni prossimo capitolo potrebbe essere quello buono.
Non resta quindi che attendere la restante metà degli episodi per vedere dove porterà la “via” che Mando ha imboccato nel momento in cui ha deciso di prendersi cura del piccoletto che era incaricato di catturare. Per adesso il giudizio complessivo su questo secondo atto mandaloriano è indubbiamente positivo.

The Boys Stagione 2 – Recensione

In un periodo in cui il panorama cinematografico vede una dominazione quasi incontrastata del genere supereroistico, capita di frequente che molte produzioni, pur cercando di diversificarsi e di tentare nuove strade, finiscano per assomigliarsi un po’ tutte tra di loro e spesso e volentieri si può avere la sensazione di ritrovarsi davanti a qualcosa di già visto o che non aggiunga nulla di particolarmente innovativo. L’anno scorso una ventata di novità (e di non poco coraggio) è arrivata dal format seriale che ha proposto, a distanza di breve tempo, due serie che hanno saputo offrire al pubblico un prodotto nuovo ed alternativo. Una è Watchmen, la miniserie autoconclusiva di HBO che porta sullo schermo una storia originale ambientata decenni dopo le vicende illustrate nel fumetto di Moore e Gibbons, l’altra invece non può che essere The Boys, una serie prodotta da Amazon che ad un primo sguardo poteva sembrare perlopiù identica a tutte le altre ed invece ha saputo imporsi come una delle più dissacranti, divertenti e audaci degli ultimi anni. A seguito di una prima mirabolante stagione, che ha debuttato a luglio dell’anno scorso, a settembre è uscita l’attesa seconda stagione. A discapito di una scelta distributiva quantomeno discutibile, che prevedeva il rilascio di un solo episodio alla settimana su Prime Video, le 8 puntate che formano la seconda stagione riescono a non disperdere quanto di buono visto nella stagione iniziale, mantenendo alto il livello di una serie che riesce a mettere insieme humour, violenza e azione avendo il privilegio di non voler mai prendersi troppo sul serio. Non c’è infatti il minimo spazio per il realismo, il “politically correct” o sentimentalismi a buon mercato e, considerando l’approccio con cui The Boys si accosta al mondo dei supereroi, è molto meglio così. In un 2020 che dopo anni non vedrà alcun film Marvel sul grande schermo, che ha costretto i set a fermarsi e durante il quale numerose pellicole già pronte per uscire sono stati rinviate di mesi, l’uscita della seconda stagione di The Boys è una ventata di aria fresca che coinvolge senza rinunciare a mettere al centro tematiche drammaticamente attuali. Qualche eccesso e qualche imperfezione non mancano, ma non impediscono di classificarla come una delle serie più interessanti e meglio riuscite tra quelle prodotte da una piattaforma di streaming.

La trama:

L’episodio conclusivo della prima stagione terminava con un cliffhanger inaspettato: dopo aver ucciso la vicepresidente della Vought International Madelyn Stillwell davanti ai suoi occhi, Patriota porta Billy Butcher davanti ad una casa in un luogo non precisato e lo mette davanti ad una verità sconvolgente: sua moglie Becca, da lui creduta morta, è viva ed ha avuto un figlio proprio da Patriota. In seguito a questa scoperta Butcher, accusato di aver ucciso la Stillwell, abbandona Hughie, Latte Materno, Kimiko e Frenchie, che essendo ricercati in tutto il Paese per non farsi trovare vivono rintanati in uno scantinato meditando sulle loro prossime mosse. Starlight intanto inizia ad essere sempre più in difficoltà all’interno dei Sette, che ormai sono interamente controllati da Patriota. A far saltare il precario equilibrio dentro la Vought e il gruppo di “eroi” ci penserà Stormfront, la nuova arrivata dei Sette che grazie alle sue azioni e all’uso dei social media diventerà ben presto l’idolo delle folle, minando la leadership di Patriota. Mentre i Boys cercheranno di compattarsi e di proseguire nella loro battaglia contro la Vought, la minaccia di un nuovo superterrorista arrivato in città rischia di complicare ulteriormente la missione di Hughie, Butcher e gli altri.

Recensione:

Il primo aspetto che balza all’occhio nell’arco delle 8 puntate è il costante riferimento ad argomenti di stringente attualità. Similmente alla stagione precedente, lo sceneggiatore Eric Kripke, che ha adattato il fumetto originale prendendosi più di qualche licenza, mette in scena o fa affrontare ai vari personaggi vicende che toccano problematiche come il razzismo endemico, il suprematismo bianco, il neonazismo, lo stravolgimento della realtà da parte dei social media e i diritti LGBT. Tutto questo non viene mostrato in maniera approfondita, né vi è alcuna pretesa di impartire lezioni, ma i numerosi riferimenti alla realtà attuale statunitense (e non solo), pur mitigati dalla componente satirica e volutamente portati all’estremo, conferiscono alla serie un apprezzabile approccio satirico che mira ad evidenziare con sferzante ironia i temi più scottanti del nostro presente.

Tra i grandi meriti di questo secondo atto non può non essere incluso l’aver offerto un focus maggiore su quello che si sta imponendo come uno degli antagonisti più suggestivi e ben riusciti delle trasposizione seriali dei fumetti, ovvero Patriota. Ciò che rende tremendamente affascinante l’indiscusso leader dei Sette, interpretato alla perfezione dal neozelandese Antony Starr, è il suo mostrarsi allo stesso tempo estremamente potente, se non quasi imbattibile, e celando dietro la facciata dell’eroe impeccabile nevrosi e ossessioni dovute ad un’infanzia negata e ad una mancanza di affetto che lo hanno reso un villain convincente sotto ogni aspetto.

L’intero cast di The Boys conferma quanto di buono aveva mostrato al debutto, sfoderando delle interpretazioni convincenti: sia dalla parte dello schieramento dei “buoni”, sia da quello dei cattivi; da ambo le parti i rispettivi personaggi vengono indagati a fondo e ne vengono mostrati luci ed ombre, rendendoli più sfaccettati e per nulla monodimensionali. Non sfigurano nemmeno le new entry, che sebbene alcune di queste non appaiano chissà quanto (vedasi il bravissimo Giancarlo Esposito, l’indimenticabile Gus Fring di Breaking Bad), riescono ugualmente a ritagliarsi uno spazio rilevante.


Il ritmo talvolta lento e alcune sottotrame secondarie, tipo quella di Abisso ed in parte quella di Queen Maeve, a cui viene dedicato un minutaggio eccessivo e che non supportano in maniera concreta la trama principale, finiscono per appesantire a tratti la visione degli episodi, che tuttavia non sono mai troppo pesanti o noiosi.

A differenza della prima stagione l’ottava puntata finale, ricca di colpi di scena, arriva a dare una conclusione alla vicenda, ma lascia pure diverse incognite aperte che fanno presagire che ci saranno ancora parecchie sorprese in serbo per il futuro. La terza stagione difatti è già in cantiere, e promette di riservare la stessa dose di assurdità e di divertimento che ha caratterizzato la seconda. Non ci resta quindi che guardare con ottimismo per le prossime avventure dei Boys.

Gotham stagione 5 – Luci ed ombre

Il primo giorno di agosto Netflix ha aggiunto al suo catalogo l’ultima stagione di Gotham, una serie che ha dato l’opportunità ai fan del Cavaliere Oscuro di fare un lungo excurus sul mondo di Batman prima che quest’ultimo decidesse di intraprendere la sua crociata contro il crimine, offrendoci un arco narrativo che mette al centro un giovane James Gordon e un Bruce Wayne appena ragazzo, entrambi circondati da futuri preziosi alleati e letali nemici. La serie si è presa fin dall’inizio più di qualche licenza sulla caratterizzazione e sulle vicende dei vari personaggi, non dimenticandosi però di ispirarsi a celebri saghe a fumetti e a versioni cinematografiche che hanno avuto un ruolo fondamentale nel plasmare la figura di Batman nel ventunesimo secolo. Ne è venuto fuori un prodotto altalenante, capace di stupire con scelte coraggiose ed apprezzabili, ma talvolta in grado anche di scadere nel prevedibile o nell’esagerazione fine a se stessa. Gli autori della serie, terminata la quarta stagione, a causa anche un sensibile calo di ascolti, hanno deciso che era il momento di arrivare ad una conclusione e hanno realizzato questa ultima quinta stagione, che è composta solamente da 12 episodi rispetto ai 22 delle quattro precedenti. Il passo d’addio di Gotham non sfigura rispetto a quanto si è visto finora, dando agli spettatori (quasi) tutto quello che si aspettano di vedere, ma rimane la perenne sensazione di qualcosa di incompiuto, o che comunque avrebbe potuto essere migliore di come è stato.

Essendo la stagione conclusiva, buona parte dei personaggi si avvicina sempre di più a come sarà quando l’alter ego di Bruce Wayne diventerà il peggiore incubo del crimine cittadino. I dodici episodi lasciano in secondo piano o fanno sparire completamente diversi comprimari che avevano avuto un ampio spazio nelle stagioni precedenti e si concentrano quasi esclusivamente su Jim Gordon, Harvey Bullock, Bruce Wayne, il maggiordomo Alfred, Selina Kyle, Barbara Kean, Leslie Thompkins, Pinguino e l’Enigmista. La maggior parte di loro non presentano quasi nulla di nuovo e nel corso delle varie puntate non subiscono nessuna particolare evoluzione, eccezion fatta per il futuro crociato incappucciato, Selina e Barbara. Ma se il cammino di Bruce e Selina è sviluppato in maniera coerente ed in linea con quello che si preparano a diventare, non altrettanto si può dire per l’ex fiamma di Gordon, che sarà protagonista di cambiamenti significativi che risultano abbastanza forzati e non coerenti con il percorso che ha visto Barbara passare da fedele compagna di un coraggioso poliziotto alle prime armi a scaltra affarista criminale proprietaria del nightclub “The Sirens”.
Il “malefico duo” formato da Pinguino e dall’Enigmista si dimostra ancora una volta uno dei punti di forza dell’intera serie, grazie ai loro repentini doppi giochi, improbabili macchinazioni e gradevoli gag umoristiche. Anche questa diabolica coppia non riserva grandi sorprese o novità degne di nota, ma si conferma indispensabile per conferire la giusta dose di humour, violenza e imprevedibilità alla stagione.

La trama principale che si sviluppa in quest’ultima dozzina di episodi si riallaccia all’ultima rocambolesca puntata della quarta stagione e ci presenta una Gotham ancora allo sbando totale dopo il crollo dei ponti causato da Jeremiah Valeska che l’hanno isolata dal resto del mondo: divisa in zone di influenza controllate dalle varie gang rivali, abbandonata dal governo, con i cittadini allo stremo delle forze, le uniche speranze di riunificare la città risiedono negli sforzi di Jim Gordon e Bruce, che lottano strenuamente per evitare il caos e ristabilire l’ordine. Ma dall’esterno una figura misteriosa continua a vanificare i loro sforzi e sta architettando un piano spietato per annientare definitivamente la città.

Ispirata in parte allo scenario raffigurato nella saga narrativa a fumetti Batman: Terra di nessuno (1999) e a quello presente nel film di Christopher Nolan Il Cavaliere Oscuro – Il ritorno (2012), la vicenda si fa ancora più tetra e fa debuttare alcuni villain che non erano ancora comparsi, tipo il Ventriloquo, Jane Doe e una sorta di Harley Quinn ante litteram. Ma quello su cui c’erano maggiori aspettative è Bane, che fa la sua apparizione nel decimo episodio; a discapito delle attese si tratta di una versione che fatica assai a reggere il confronto con quelle che l’hanno preceduta – soprattutto con quella interpretata da Tom Hardy – e pure il poco spazio che gli viene concesso non rende certo giustizia ad uno dei cattivi più iconici dell’universo DC.
La storia, suddivisa nelle dodici puntate durante le quali si riscontrano come al solito molteplici rimandi a momenti “batmaniani” topici degli albi a fumetti, coinvolge il giusto e regala qualche sequenza suggestiva, peccato però che persistano spesso e volentieri passaggi troppo affrettati e scelte narrative quantomeno discutibili.

Un discorso a parte merita la dodicesima puntata, intitolata “L’inizio”, che è slegata dalle altre in quanto funge da vero e proprio epilogo della serie, ambientata interamente 10 anni dopo quello che avviene nell’episodio che lo precede. I 40 minuti abbondanti dell’episodio sono pensati appositamente per dare a chi ha seguito l’intera serie fin dal suo debutto l’inevitabile finale: l’arrivo di Batman. Il debutto dell’Uomo pipistrello tuttavia non è nulla di entusiasmante, inserito com’è in una trama conclusiva stracolma di citazioni delle prime stagioni ma che non emoziona fino in fondo né lascia il segno, complice anche i troppi personaggi che vengono appena accennati e che avrebbero meritato un minutaggio superiore, Joker in primis. Ciononostante, va riconosciuto che l’ultima scena è esattamente come ce la si poteva aspettare, e chiude il cerchio in maniera tutto sommato accettabile.

Cala così il sipario su Gotham, una serie tv che era partita molto bene ma che ha finito con l’accartocciarsi un po’ su sé stessa, specialmente a partire dalla terza stagione. Rimane comunque un prodotto imprescindibile per gli appassionati di Batman, che ha avuto il merito di mettere in scena una versione rinnovata e a tratti audace del mondo che circonda il leggendario eroe. Talvolta ha dato l’impressione di voler strafare, altre invece non ha saputo essere all’altezza di trasposizioni televisive del recente passato dell’universo DC (a tal proposito, la serie animata dei primi anni ’90 rimane tuttora il miglior adattamento del Cavaliere Oscuro e del suo mondo per il piccolo schermo). In ogni caso, per chiunque si definisca un vero “Batman fan”, Gotham va assolutamente vista fino alla fine, accettandone pregi e difetti.

Artemis Fowl – Recensione

Come tutti hanno ormai avuto modo di accorgersi, la pandemia ha stravolto i piani delle principali case di produzione, che si sono viste costrette a rinviare di mesi o addirittura a data da destinarsi l’uscita di diversi titoli la cui distribuzione nelle sale era prevista durante i mesi primaverili. La Disney naturalmente non fa eccezione, ma il colosso di Topolino & co. può contare, a differenza di quasi tutti gli altri, su un asso nella manica da non sottovalutare: una piattaforma di streaming di sua proprietà, che in Italia ha debuttato a fine marzo contribuendo a rendere il lockdown nelle case di molti un po’ meno pesante. Tuttavia i vertici disneyani hanno deciso di evitare di bypassare l’uscita nelle sale delle loro produzioni di maggiore richiamo (tipo Black Widow e il live action Mulan, solo per citare le più attese) per metterle direttamente a disposizione degli utenti della loro neonata piattaforma, optando invece per posticiparne il rilascio sul mercato cinematografico. Un film si è però sottratto a questa strategia, e invece di essere distribuito nei nostri cinema il 27 maggio è stato inserito nel catalogo di Disney+ a partire dal 12 giugno. Si tratta di Artemis Fowl, l’atteso adattamento dei famosi romanzi di Eoin Colfer. Frutto di una gestazione produttiva che si trascinava dai primi anni duemila, inizialmente programmato per uscire nell’estate 2019 e poi rimandato di un anno, il fantasy che porta sullo schermo le avventure dell’astuto dodicenne irlandese suscitava curiosità e alte aspettative fin dalle prime foto di scena e dal trailer. Leggere il nome di un regista esperto e di successo come Sir Kenneth Branagh dietro la macchina da presa, insieme ad un cast che comprende un paio di celebri star inglesi, non faceva che rafforzare le già ottime premesse. Col senno di poi la decisione di sottrarlo alla prova del botteghino e di lanciarlo soltanto in streaming doveva suonare come un sinistro campanello di allarme, e difatti il risultato finale è altamente al di sotto di quanto era lecito aspettarsi.

La trama:

Il geniale dodicenne Artemis Fowl Jr. discende da una stirpe di brillanti menti criminali. Rimasto orfano di madre in tenera età, quando suo padre viene rapito da un misterioso nemico durante una delle sue scorribande in giro per il mondo, Artemis decide di fare il possibile per liberarlo. Il rapitore gli fa presto sapere che se vuole riavere suo padre il ragazzo dovrà portargli entro tre giorni l’Aculos, un potentissimo e ambito oggetto magico. Nel corso della sua ricerca il giovane entrerà in contatto con un’antica civiltà di creature fatate che vive nel profondo della Terra, e ingaggerà con essa una rischiosa sfida fatta di astuzie e di colpi d’ingegno per aggiudicarsi il prezioso artificio. Ad aiutarlo nella sua missione ci saranno la fedele guardia del corpo Leale e sua nipote Juliet, la coraggiosa fata Spinella Tappo, e Bombarda Sterro, un nano sovradimensionato abilissimo a rubare qualunque cosa gli capiti a tiro.

Recensione:

Tra i principali punti deboli di questo fantasy d’azione, che dovrebbe avere l’obiettivo di conquistare gli spettatori presentandogli un nuovo universo in cui coesistono magia ed avanguardie tecnologiche, vi è la durata: i 95 minuti scarsi che intercorrono tra l’inizio e i titoli di coda sono decisamente troppo pochi per sviluppare in maniera adeguata il primo romanzo di una serie letteraria di grande successo. Scegliere di concentrare un’avventura di esordio in appena un’ora e mezza comporta in questo caso personaggi scarsamente caratterizzati e monodimensionali, trama costellata di riferimenti non spiegati o lasciati in sospeso, ritmo eccessivamente veloce e una conclusione che lascia con più dubbi che risposte. Perfino le partecipazioni straordinarie di Judi Dench nel ruolo del comandante dell’esercito dei fatati e di Colin Farrell in quello del padre di Artemis sembrano pensate più per attirare interesse nei confronti della pellicola che per contribuire a dare un autentico valore aggiunto al film, ed infatti entrambi sembrano limitarsi a metterci quel minimo di impegno per offrire un’interpretazione passabile.

Anche la mano di un regista non certo di secondo piano come Branagh stenta a vedersi. È strano che un cineasta del suo calibro non sia riuscito a mettere a punto una trasposizione alternativa e di alto livello di quello che può – o poteva – essere il primo capitolo un potenziale nuovo franchise, dal momento che nell’ultimo decennio dirigendo Thor (2011) e il live action Cenerentola (2015) aveva dimostrato di saperci fare con i blockbuster adatti sia per bambini che per gli adulti.
Bisogna riconoscere che sequenze d’azione sono pregevoli e gli effetti speciali nel loro insieme convincono, ma la narrazione manca totalmente di respiro epico e di pàthos. Il vero punto debole del lungometraggio è proprio questo: non emoziona e non coinvolge. Perfino lo stesso Arthemis, che sulla carta dovrebbe essere un protagonista politicamente scorretto (pur essendo ovviamente dalla parte dei buoni) lontano dallo stereotipo dell’eroe ragazzino, qui stenta parecchio a brillare di luce propria e a suscitare l’interesse di chi non ha letto i libri. A tal proposito, è pure probabile che i lettori della saga creata da Olfer abbiano molto da ridire su questo adattamento.

Arthemis Fowl rimane un prodotto di intrattenimento accettabile per chiunque voglia distrarsi per meno di due ore con una storia ricca di azione e popolata da creature appartenenti alla mitologia irlandese, però difficilmente chi al di sopra dei 14-15 anni di età sceglierà di vederlo ne rimarrà entusiasta.
Attualmente qualunque ipotesi relativa ad un eventuale futuro sequel sarebbe azzardata. Forse il baby genio del crimine e i suoi amici meriterebbero una seconda chanche, ma bisogna vedere se la Disney sarà di questo avviso o preferirà accantonare il progetto per dedicarsi ad altro.

L’ascesa del mandaloriano

Pochi giorni fa, come ogni 4 maggio, i fan stellari di tutto il mondo hanno celebrato lo Star Wars Day. Per l’occasione la Disney ha pensato di far uscire in dvd e Blu-Ray l’ultimo controverso capitolo della nuova trilogia della saga degli Skywalker, il famigerato Episodio IX che sembra quasi essere riuscito nell’impresa di sollevare più reazioni negative rispetto al tanto criticato Gli ultimi Jedi. Con l’occasione L’ascesa di Skywalker è stato caricato su Disney+, che fortunatamente al suo interno offre anche altri contenuti di assoluto interesse per tutti gli appassionati dell’universo fantascientifico inventato una quarantina di anni fa da George Lucas. Basta citare ad esempio la serie animata The Clone Wars, che sempre il 4 maggio è giunta alla sua definitiva conclusione con l’arrivo nella piattaforma disneyana del dodicesimo episodio della settima stagione. Ma un paio di giorni prima, precisamente venerdì 1 maggio, nel medesimo canale di streaming era stato caricato l’ottavo ed ultimo episodio della prima stagione di una serie destinata a fare breccia nei cuori del fandom di Star Wars: The Mandalorian.

Le otto parti che compongono la prima esaltante stagione sono un’autentica gioia per gli occhi, in grado di poter essere apprezzata fino in fondo sia da chi conosce a menadito ogni minimo particolare della “galassia lontana lontana”, sia dai neofiti che si avvicinano per la prima volta a questo mondo. Tenendo in considerazione tutti i punti di forza di The Mandalorian e il consenso praticamente unanime di pubblico e di critica il rinnovo per una seconda stagione era praticamente scontato, e le indiscrezioni provenienti dal set riguardanti i nuovi (si fa per dire) personaggi che compariranno e i possibili risvolti che potrebbero esserci nelle vicende dei protagonisti inducono a guardare con ottimismo al prossimo nuovo ciclo di episodi, anche se per ora non ci è dato sapere con certezza quando verranno ultimati e distribuiti.
Eccovi i tre motivi principali per i quali si può considerare The Mandalorian uno dei prodotti più all’avanguardia dello Star Wars Universe:

La storia

Nel corso delle otto puntate la vicenda che si dipana davanti allo spettatore riesce a coinvolgere sin dalle sequenze iniziali. Sembra di ritrovarsi di fronte ad un western di fantascienza in cui sono presenti tutte le caratteristiche tipiche del genere. Il protagonista è un cacciatore di taglie solitario e apparentemente distaccato da tutto e da tutti, dedito soltanto al suo lavoro in cui ha fama di essere uno dei migliori in circolazione. Però quello che doveva essere un incarico come tutti gli altri (ma assai più remunerativo) lo pone di fronte a un bivio cruciale, e una volta scelta la strada da seguire la sua vita cambierà definitivamente. Dopo aver deciso di non “terminare” una strana creatura bambina-l’ormai celebre “Baby Yoda”-per i due inizia una rocambolesca odissea in giro per la galassia che li porterà a cercare rifugio in pianeti ostili, a unirsi a bande poco raccomandabili, a scontrarsi con nemici senza scrupoli, fino a tornare per la resa dei conti finale dove la narrazione ha avuto inizio per la chiusura-momentanea-del cerchio.

Nel corso di questa sensazionale avventura i due impareranno a fidarsi l’uno dell’altro, conosceranno inaspettati alleati e subdoli doppiogiochisti, e il mandaloriano non sarà mai più lo stesso di prima. L’intero racconto ha il merito di essere suddiviso egregiamente in otto parti, ognuna della quali ha una sua organicità interna e, nonostante l’alternanza di vari registi dietro la macchina da presa, il ritmo e la tensione sono sempre distribuiti equamente in tutti gli otto capitoli.

I personaggi

La galleria dei personaggi che ci vengono presentati in questa prima stagione include alcune figure simili ad altre già viste nei vari archi narrativi del franchise ed altre completamente nuove. Il protagonista che dà il titolo alla serie, il misterioso pistolero solitario cresciuto dalla stirpe mandaloriana che scopriremo chiamarsi Din Djarin, è l’eroe indiscusso della storia. Pur avendo la faccia perennemente coperta dall’elmo, dietro al quale si nasconde il volto di Pedro Pascal, si possono intuirne facilmente i suoi sentimenti e si può assistere, di pari passo col lo sviluppo della trama, al suo profondo cambiamento e ad un progressivo disvelamento delle sue origini.

Tuttavia non si sarebbe parlato così tanto di questa prima serie live action di Guerre Stellari se non ci fosse stato l’infante che “Mando” dovrebbe catturare ed invece si ritroverà a proteggere come fosse suo figlio (chi ha già visto le prime puntate saprà benissimo che in realtà si tratta di una creatura cinquantenne ma si sa, il suo illustre omologo Maestro Jedi ha abbandonato le sue spoglie mortali alla veneranda età di 900 anni). Il “Baby-Yoda” di cui tanto si è parlato nei mesi che sono intercorsi tra il debutto americano e quello italiano della serie è il fulcro intorno al quale ruotano tutti gli avvenimenti, ed è incredibile come riesca a suscitare un’immediata empatia grazie ai suoi occhioni fin dalla sua primissima apparizione. Merito del suo enorme successo va attribuito all’accuratezza tecnica che si cela dietro alla sua creazione, che prevede un mix di animazione di burattini e di CGI.

Le altre figure che compaiono nel corso dei primi otto capitoli includono svariati comprimari interpretati da un cast super stellare che comprende nomi altisonanti come Nick Nolte, Werner Herzog, Taika Waititi e Giancarlo Esposito.

La resa scenica

Con un budget di oltre 100 milioni di dollari, un esperto di blockbuster ad alto tasso di spettacolarità come Jon Favreau ad ideare e poi a seguire il progetto in ogni sua fase, il risultato finale non poteva che essere eccellente, ed infatti è proprio così. Complice l’ambientazione in un periodo non ancora oggetto di altre trasposizioni cinematografiche, ovvero il caotico interregno tra la caduta dell’Impero e la nascita della Nuova Repubblica, il mondo stellare in cui si muovono i protagonisti è un elegante commistione di riferimenti ai vecchi film della saga e di nuovi luoghi e creature perfettamente in linea con l’estetica di Lucas. Tutto ciò contribuisce a una resa scenica che rasenta la perfezione. La cura per il dettaglio e la scelta di inquadrature visivamente emozionanti la si può notare soprattutto nelle diverse scene d’azione.

Un piccolo esempio dell’abile maestria riscontrabile in ogni aspetto della lavorazione la si può ammirare nelle splendide illustrazioni che accompagnano i titoli di coda.

Sam Raimi dirigerà il sequel di Doctor Strange!

La notizia circolava già da un bel po’ ma adesso è arrivata la tanto attesa ufficialità comunicata dal diretto interessato: Sam Raimi è stato scelto per dirigere Doctor Strange in The Multiverse of Madness, il seguito del primo lungometraggio dedicato allo Stregone Supremo interpretato da Benedict Cumberbatch uscito nel 2016. Inizialmente la realizzazione del sequel era stata affidata allo stesso regista del primo film, Scott Derrickson, che però ad inizio anno ha deciso di abbandonarne la regia mantenendo soltanto il ruolo di produttore esecutivo a causa di divergenze creative con i Marvel Studios. Negli ultimi mesi si erano fatte sempre più insistenti le voci che davano Raimi in trattative per prendere il posto di Derrickson dietro la macchina da presa, ma fino ad adesso non c’era stata alcuna conferma in merito. Ieri però, intervistato da Comingsoon.net, ci ha pensato lui stesso a fugare ogni dubbio, facendo capire chiaramente che è stato affidato a lui il compito di portare sul grande schermo il secondo capitolo delle avventure soprannaturali di Stephen Strange. L’occasione di parlare del suo ruolo nel progetto gli è stata data quando nel corso dell’intervista gli è stato chiesto di commentare una battuta presente in Spider-Man 2 (2004), in cui veniva fatto un divertente riferimento proprio all’iconico personaggio in questione, che adesso suona quasi come una sorta di premonizione:

A oltre dieci anni di distanza dalla fortunata trilogia di Spider-Man Sam Raimi torna dunque a cimentarsi con un cinecomic, che in questo caso promette di essere un importante punto di svolta per l’imminente “Fase Quattro” del Marvel Cinematic Universe. Con un maestro del suo calibro ad occuparsi della regia e un potenziale narrativo estremamente variegato e suggestivo a disposizione come quello legato a Doctor Strange, è lecito aspettarsi un sequel memorabile che potrebbe tranquillamente rivelarsi migliore del capitolo precedente.

Doctor Strange in The Multiverse of Madness aveva già una data di uscita nei cinema americani fissata per maggio 2021, ma a causa dell’emergenza coronavirus la sua distribuzione è stata recentemente posticipata al 5 novembre 2021. Le riprese avrebbero dovuto cominciare verso maggio-giugno, ma al momento purtroppo non si sa ancora quando sarà possibile iniziarle.

The Mandalorian – Recensione dei primi tre episodi

In un periodo difficile e complesso come quello che stiamo vivendo in questi giorni, dove la maggior parte di noi sono costretti a rimanere l’intera giornata tra le mura domestiche per evitare il propagarsi del contagio, diventa fondamentale più che mai trovare degli appigli che ci consentano di evadere dalla complicata realtà quotidiana che dobbiamo affrontare. Per uscirne a testa alta, desiderosi di riappropriarsi delle abitudini e delle azioni che al momento siamo impossibilitati a fare, è importante trascorrere questo periodo di isolamento cercando di passare il tempo in maniera-per quanto possibile-leggera e spensierata. A darci una grossa mano nel tentativo di alleggerire il clima pesante dell’attualità ci ha pensato Disney+, la piattaforma di streaming della Casa del Topo che da martedì 24 marzo è accessibile anche nel nostro paese (ad un prezzo, sia mensile che annuale, per il momento davvero competitivo).

Tra gli innumerevoli contenuti di assoluto interesse che vi si possono trovare all’interno, tra serie e grandi classici del passato, non mancano però nemmeno dei contenuti inediti progettati esclusivamente per il lancio del servizio. La maggior parte di questi, specialmente quelli provenienti dai Marvel Studios, arriveranno nei prossimi mesi, ma uno, forse il più atteso di tutti, è disponibile fin da adesso: si tratta ovviamente di The Mandalorian, la serie spinoff di Star Wars che è stata pensata appositamente per lanciare in pompa magna la nuova trovata disneyana, e di cui è già stata annunciata una seconda stagione. I più attenti potrebbero aver visto la prima puntata trasmessa in anteprima su Italia 1 domenica 22 poco prima di mezzanotte, moltissimi ne avranno sentito parlare a causa delle immagini di “Baby Yoda” che hanno invaso i social network ancora mesi fa, ma la serie è molto più di quello che potrebbe apparire ad un primo sguardo. La sorpresa parzialmente negativa che coglierà l’utente appena iscritto a Disney+ è che non troverà tutte le puntate della prima stagione pronte per essere guardate, magari con un bel binge watching: è stato purtroppo deciso di mettere a disposizione al debutto solo le prime due puntate, per poi caricare le successive sei con cadenza settimanale ogni venerdì. Per ora dunque si possono visionare soltanto tre capitoli, che tuttavia bastano e avanzano per farsi un’idea abbastanza definita su The Mandalorian. Eccovi una breve recensione, senza spoiler che ve ne rovinino la visione, dei primi tre episodi di un racconto che ci riporta in quella galassia lontana lontana che ormai da 40 anni è entrata nel nostro immaginario collettivo.

La trama:

Dopo il crollo dell’Impero e prima della nascita del Primo Ordine, nell’anno 9 ABY (dopo la battaglia di Yavin), nella galassia regna una situazione complessivamente tranquilla, ma dietro una calma apparente agiscono ancora dei malvagi senza scrupoli fedeli alle decadute istituzioni imperiali. In questo contesto si muove un cacciatore di taglie mandaloriano: è un misterioso guerriero solitario originario del pianeta Mandalore, il ché implica anche la sua appartenenza ad un rigoroso codice etico al quale deve sempre attenersi: una delle sue regole principali, ad esempio, è quella di non togliersi mai l’elmo metallico che indossa. “Mando” (così viene soprannominato dal leader della sua Gilda) è uno dei più bravi nel suo lavoro, che svolge in maniera impeccabile e senza porsi alcun dilemma morale. Cercando una taglia più remunerativa rispetto alle ultime che aveva raccolto, viene messo in contatto con un sinistro committente che gli affida un compito promettendogli un’eccellente remunerazione: dovrà individuare e consegnargli, possibilmente vivo, un soggetto di 50 anni. Non sapendo nient’altro se non l’età dell’obiettivo e la sua posizione, Mando accetta e parte per la sua nuova missione. Quando, superate diverse peripezie, si ritroverà davanti all’individuo in questione, scoprirà che l’incarico era più difficile del previsto, e sarà costretto a compiere delle scelte che rischieranno di cambiare radicalmente la sua vita.

Recensione:

La prima impressione, terminata la visione del terzo episodio, è che questo innovativo spinoff live action sia riuscito ad attingere al meglio dell’universo di Star Wars e che abbia tutte le carte in regola per soddisfare la gran parte degli appassionati del franchise, evitando le polemiche e le proteste che l’ultima trilogia cinematografica si è attirata. Sebbene la vicenda sia ambientata cronologicamente tra fine della prima e il principio dell’ultima trilogia-i fatti si svolgono infatti tra Il ritorno dello Jedi e Il risveglio della Forza-non è presente nessun personaggio già noto: il protagonista ricorda sotto parecchi aspetti il famoso Boba Fett, ma sia lui che ciascuno dei comprimari compaiono qui per la prima volta.

La storia ha svariati richiami alla tradizione dei western, da cui vengono estrapolati alcuni stilemi del genere per essere collocati efficacemente nel contesto fantascientifico della galassia inventata da George Lucas. Paesaggi desolati, cittadine degradate, mercenari spietati e creature minacciose sono una costante nell’arco dei primi 90 minuti suddivisi nelle tre parti finora distribuite. Oltre a ciò non mancano nemmeno quelle caratteristiche che hanno fatto la fortuna della saga stellare: umorismo ben dosato e mai esagerato, pianeti e ambientazioni suggestivi, citazioni e riferimenti agli episodi canonici, sequenze d’azione coinvolgenti e spettacolari.

All’ottima resa scenica danno un contributo essenziale gli effetti speciali, che rendono estremamente dettagliata e curata ogni singola inquadratura in un modo talmente sofisticato che è assai raro riscontrare in una produzione televisiva. Il merito di aver messo a punto un progetto così ben funzionante va senza dubbio all’ideatore che ha pure supervisionato ogni fase della lavorazione, cioè a Jon Favreau, che ha messo in campo tutta la sua competenza e maestria nell’uso delle tecniche digitali.

In un mondo popolato da droidi, alieni ed eroi corazzati dalla testa ai piedi può non essere semplice riconoscere gli attori chiamati a dare il volto-o in certi casi solo la voce-ai vari personaggi. Ciononostante, soffermandosi sui titoli di coda, si potranno individuare i nomi che concorrono a formare un cast superlativo: sotto l’armatura del mandaloriano si nasconde Pedro Pascal, che dopo Game of Thrones e Narcos interpreta qui un altro ruolo iconico che potrebbe consacrarlo definitivamente nel panorama hollywoodiano. In parti secondarie spiccano celebrità del calibro di Nick Nolte, Taika Waititi , e c’è spazio perfino per un cameo del celebre Werner Herzog.

Per quanto riguarda i capitoli successivi è lecito insomma aspettarsi un proseguimento degno di quanto visto fino ad adesso. Ci sarà probabilmente un “Baby Yoda” più presente, anche se si potrebbe ipotizzare che sarà una presenza più dosata e misurata rispetto a quella che avrà nel merchandising. Va detto che allo stato attuale latita la componente femminile, ma da qui alla conclusione quasi sicuramente saprà farsi valere. Non ci resta perciò che attendere il prosieguo delle vicende di quello che, ad oggi, si candida ad essere uno dei migliori prodotti di Lucasfilm degli ultimi vent’anni.

The Batman: il cast è quasi al completo ed anche il titolo di lavorazione è stato svelato!

The Batman, l’attesissimo cinecomic che rilancerà la saga del Cavaliere Oscuro sul grande schermo, sta cominciando lentamente a prendere forma. Le riprese del film dovrebbero avere inizio nei primi mesi del 2020, ma nel frattempo il regista e sceneggiatore Matt Reeves (autore degli ultimi due capitoli de Il pianeta delle scimmie), ha annunciato nel corso di queste ultime settimane il cast che ha scelto per la nuova avventura del pipistrello di Gotham City. Si tratta di un mix di attori che, fra volti noti e talentuose promesse, desta fin da subito molta curiosità e che induce ad aspettarsi un adattamento che possa reggere il confronto con la superlativa trilogia firmata da Christopher Nolan. Questi sono i membri del cast annunciati finora:

Robert Pattinson sarà Batman. Il trentenne ex vampiro di Twilight, che nel suo curriculum può vantare collaborazioni con registi del calibro di Cronenberg ed Herzog, raccoglie l’eredità di Christian Bale e di Ben Affleck e avrà il suo bel da fare nel doppio ruolo di crociato incappucciato e di giovane miliardario.

Andy Serkis, noto per aver animato Gollum ne Il Signore degli Anelli ed apparso recentemente in due cinecomic Marvel, sarà Alfred Pennyworth, il fidato maggiordomo di Bruce Wayne nonché principale aiutante del suo alter ego mascherato.

Jeffrey Wright, conosciuto ai più per avere interpretato Felix Leiter in un paio di 007 con Daniel Craig e per il suo ruolo nella serie Westworld, sarà il commissario Jim Gordon, la fedele spalla di Batman nella lotta contro il crimine.

Zoe Kravitz, figlia del celebre cantante Lenny Kravitz apparsa lo scorso anno in Animali Fantastici- I crimini di Grindelwald, sarà Catwoman, ruolo ricoperto in passato da attrici del calibro di Michelle Pfeiffer ed Anne Hathaway.

Paul Dano, interprete trentacinquenne già apprezzato in diverse pellicole d’autore come Il Petroliere e 12 anni schiavo, sarà l’Enigmista. L’antagonista dell’uomo Pipistrello in passato aveva avuto il volto di Jim Carrey nel non certo impeccabile Batman Forever (1995).

Jon Turturro sarà Carmine Falcone, il boss della malavita acerrimo nemico di Bruce Wayne. L’esperto attore e regista italoamericano sembra adattissimo a calarsi in un ruolo nel quale sembra poter dare il meglio di sé.

Peter Sarsgaard è stato annunciato pochi giorni fa dallo stesso Reeves come new entry nel cast, ma ancora non si sa quale personaggio andrà ad interpretare. Alcuni rumors suggeriscono però che andrà ad impersonare l’iconico villain Due Facce.

Per quanto riguarda le scelte di casting non ancora ufficiali, sembra che Colin Farrell sia vicinissimo ad ottenere la parte del Pinguino, mentre Dave Bautista, l’ex wrestler diventato celebre grazie a I Guardiani della Galassia, potrebbe essere scritturato per indossare la maschera di Bane.

Il titolo di lavorazione del lungometraggio di Matt Reeves, rivelato di recente dal magazine Production Weekly, sarà Revenge (Vendetta).

L’imponente galleria di antagonisti ci suggerisce che il Cavaliere Oscuro dovrà vedersela con parecchi cattivi. Anche per questo sembra che la storia di riferimento per la sceneggiatura potrebbe essere Il Lungo Halloween, la saga a fumetti pubblicata nel 1996 scritta da Jeph Loeb e disegnata da Tim Sale. Finora non ci è dato sapere tanto altro, se non che la vicenda si concentrerà sulle doti investigative del protagonista e sarà ambientata all’inizio della sua crociata contro il crimine di Gotham City.

Le riprese dovrebbero avere inizio a Londra nelle prime settimane del 2020. The Batman verrà distribuito nelle sale americane soltanto a partire dal 25 giugno 2021, ma si potrà avere qualche notizia in più in merito al film quando le riprese saranno ufficialmente cominciate.

Joker – Recensione

Ho sempre pensato alla mia vita come a una tragedia, adesso vedo che è una commedia”

Di solito gli appassionati di cinecomic non guardano con molto interesse alla Mostra del cinema di Venezia, dal momento che è rarissimo che transitino per il Lido alcuni dei lungometraggi tratti dai fumetti che da oltre un decennio fanno a gara per frantumare record d’incassi uno dopo l’altro. Quest’anno tuttavia a molti non sarà sfuggito che in concorso alla settantaseiesima edizione della mostra figurasse il tanto atteso Joker, e tanto meno sarà passata inosservata l’inaspettata vittoria del Leone d’oro di quest’ultimo. Di questa riproposizione sul grande schermo del celebre antagonista di Batman si era in grado di sapere abbastanza fin dall’annuncio della sua realizzazione: un attore poliedrico come Joaquin Phoenix nel ruolo del protagonista, dietro la macchina da presa un regista quasi cinquantenne con alle spalle solo commedie commerciali, trama e personaggi slegati dalle ultime pellicole targate DC. Proprio i recenti insuccessi di pubblico della casa di produzione rivale dei Marvel Studios potevano giustificare un certo scetticismo iniziale intorno a questo nuovo progetto, che però fin dalle prime foto di scena e dal primo trailer appariva in netta controtendenza rispetto allo stile a cui ci aveva abituato la DC Films da un po’ di tempo a questa parte. E adesso che il tanto atteso debutto nelle sale è arrivato, non si può fare a meno di riconoscere la straordinarietà di questa rilettura delle origini di un villain leggendario e affascinante come pochi.

Parlare di capolavoro potrebbe risultare eccessivo, ma indubbiamente si tratta di un film unico, che attinge direttamente a grandi classici del passato e che riesce a trascinare lo spettatore nel graduale percorso che porterà un solitario aspirante comico con dei disturbi psichici a diventare il criminale più temibile di Gotham City, puntando l’attenzione sul lento germogliare del seme della follia in un individuo abbandonato a sé stesso da una società cinica ed indifferente verso il prossimo.

Trama:

In una Gotham City degli anni ’80 sporca e corrotta, Arthur Fleck è un emarginato che sogna di diventare un comico televisivo. Vive in un piccolo appartamento in un palazzo fatiscente con l’anziana madre e si guadagna da vivere pubblicizzando prodotti in strada vestito da clown. Arthur ha una patologia che lo porta a scoppiare a ridere in maniera incontrollata quando si trova sotto stress e che gli impedisce di rapportarsi normalmente con le persone che lo circondano. Dopo aver subito l’ennesimo sopruso, mentre si trova nella metropolitana in abiti di pagliaccio, reagisce ad un pestaggio uccidendo i suoi aggressori. Quello che avrebbe dovuto essere un evento traumatizzante finisce per liberare, attraverso l’uso della violenza, tutto il disagio represso in un’esistenza segnata da traumi e sopraffazioni. Alcuni abitanti intanto vedono nell’omicidio compiuto da Fleck un simbolo di ribellione contro i ricchi della città-tra i quali spicca il miliardario Thomas Wayne-, accusati di pensare solo ad incrementare i propri guadagni sulle spalle della povera gente. Nelle strade iniziano quindi a diffondersi parecchie maschere da clown in omaggio al misterioso killer vestito da pagliaccio a cui la polizia non riesce a dare un’identità.

Recensione:

Fin dalle prime sequenze è evidente che la pellicola si pone in aperto contrasto con i canoni tipici delle trasposizioni dei racconti a fumetti sul grande schermo. A onor del vero, il famigerato supercriminale nemico del Cavaliere Oscuro, apparso per la prima volta in un albo nel 1940 e che da allora ha avuto diversi attori che gli hanno prestato il volto nei vari bat-movie (alcuni convincenti, altri meno), qui è assai diverso dalle sue innumerevoli versioni alternatesi finora sia su carta stampata sia al cinema. Todd Philips ha messo in scena una origin story che prende spunto dall’antagonista di Batman e dalle numerose storie che lo riguardano per narrare una vicenda del tutto diversa e personale. Se qualcuno si illude di ritrovarsi davanti un Joker del tutto simile a quello che ormai è impresso nell’immaginario collettivo rischia di uscire dalla sala deluso. In realtà il regista ha voluto proporre una sorta di dramma psicologico che si focalizza sull’inesorabile incedere della pazzia su una persona che non riesce a farsi comprendere dagli altri, non certo la genesi di un criminale pazzoide. Le principali fonti d’ispirazione di Philips sono le prime opere di Martin Scorsese, in particolare due: Taxi driver (1976) e Re per una notte (1983). Da questi due sono prese pure le tematiche sulle quali ruota l’intero sviluppo della trama: malattia mentale, solitudine, ruolo dei mass media, contesto sociale ostile, violenza improvvisa ed istintiva. Ciò spiega anche la scelta di ambientare la narrazione negli anni ’80, in una Gotham che ricorda moltissimo la New York dove si muovevano i protagonisti dei due capolavori di Scorsese, in entrambi i casi interpretati da Robert De Niro, che qui ha un ruolo che ricalca in pieno quello del suo coprotagonista Jerry Lewis in Re per una notte.

Joaquin Phoenix merita un discorso a sé. La sua bravura nell’immergersi in una parte che avrebbe suscitato inevitabili paragoni scomodi con gli illustri precedenti (Heath Ledger in primis), arrivando perfino a modificare il proprio fisico perdendo circa 25 kg in modo da rendere con ancora maggiore credibilità il disagio esistenziale del suo Arthur Fleck, è semplicemente impressionante. Nella sua performance attoriale ogni minimo tic, sguardo, movimento è studiato alla perfezione e riesce a comunicare il profondo disagio mentale di un pagliaccio infelice che non riesce a far ridere nessuno. Basta pensare alla risata patologica che scaturisce dalla sua bocca per apprezzare l’incredibile lavoro di Phoenix per dare vita ad un’interpretazione che, al di là dei premi ufficiali che potrebbero-o sarebbe meglio dire dovrebbero-attribuirgli, entra di diritto negli annali della settima arte.

Sebbene non abbia praticamente nulla del tradizionale adattamento dai fumetti, è oggettivamente difficile trovare dei difetti a Joker. Si spera che grazie a questo autentico virtuosismo frutto del connubio vincente Todd Philips-Joaquin Phoenix, che la DC abbia finalmente trovato il coraggio di percorrere una strada differente rispetto ai concorrenti storici della Marvel, provando come in questo caso ad offrire un prodotto in merito al quale per forza di cose il colosso recentemente assorbito dalla Disney non è in grado di competere. Probabilmente non potranno arrivare sempre successi stratosferici al botteghino, ma la lezione che ci arriva dal sorriso inquientante del clown di Phoenix è chiara e semplice: cinema d’autore e cinecomic possono coesistere. Parola di Joker.

Spider-Man rimarrà all’interno dell’Universo Cinematografico Marvel!

Era nell’aria già da qualche giorno e finalmente ieri è arrivata la notizia che ha fatto tirare un grande sospiro di sollievo a molti fan: dopo l’annuncio, non più tardi di un mese fa, del mancato rinnovo dell’accordo tra Sony e Disney per la produzione dei film di Spider-Man, adesso arriva il tanto atteso dietrofront. Quella che nella giornata di eri in un primo momento sembrava un’azzardata indiscrezione è stata invece prontamente confermata dal numero 1 dei Marvel Studios Kevin Feige che ha espresso tutto il suo entusiasmo per il prosieguo delle avventure dell’Arrampicamuri all’interno del Marvel Cinematic Universe. I due colossi della distribuzione cinematografica si metteranno dunque al più presto al lavoro per produrre un terzo film con Tom Holland nei panni dell’amichevole Uomo Ragno di quartiere. Il cinecomic ha già una data d’uscita, fissata per il 16 luglio 2021. Perciò lo Spider-Man di Holland proseguirà la sua avventura nell’universo Marvel per almeno un altro lungometraggio, su cui lavorerà lo stesso team creativo che ha dato vita a Homecoming e Far From Home. Non è nemmeno esclusa la partecipazione di Spidey ad uno dei prossimi film della Fase 4 del MCU che partirà ufficialmente nella primavera del 2020 con Black Widow.

Le reazioni entusiastiche dei fan di tutto il mondo non hanno tardato ad arrivare. Ma la reazione più divertente e memorabile non poteva che arrivare dal giovane attore che ha interpretato l’Uomo Ragno dal 2016 fino ad oggi convincendo fin dalla sua prima apparizione pubblico e critica. Tom Holland ha infatti condiviso sul suo profilo Instagram un video che riprende una celebre scena di The Wolf of Wall Street:

Sembra proprio che Holland sia carico a mille per la sua permanenza nell’Universo Marvel, che con il ritorno di uno dei suoi personaggi più iconici può ora contare su un pontenziale di storie da sviluppare che mette i brividi solo a pensarci. Prepariamoci a rimanere strabiliati.