Spider-Man: Far From Home – Recensione

Circa tre mesi fa Avengers: Endgame ha segnato la fine del team storico di eroi che ci avevano accompagnato per un’intera decade, iniziata con il primo Iron Man nel 2008. Tuttavia, come ha confermato il presidente dei Marvel Studios Kevin Feige, la vera conclusione della “Fase 3” del Marvel Cinematic Universe, e anche dell’intero ciclo di titoli che hanno dato vita all’Universo Marvel sul grande schermo fino ad ora, non è rappresentata da Endgame bensì da Spider-Man: Far From Home. Il secondo capitolo interamente dedicato alle vicende del tessiragnatele, tornato sotto il controllo creativo della Casa delle Idee a partire dal 2015, ha pertanto il compito di chiudere un arco narrativo che ha entusiasmato i fan di tutto il mondo e ha frantumato record di incassi anno dopo anno. Dopo le recenti trasposizioni ambientate nello spazio o in altri pianeti, con Far From Home i Marvel Studios riportano la storia in un contesto esclusivamente terrestre e tornano a far divertire e appassionare con un’altra riuscita avventura dell’amichevole Spider-Man di quartiere, sempre più convincente e aderente allo spirito dei fumetti di Stan Lee anche in questa quinta apparizione di Tom Holland con addosso il costume rosso e blu.

Trama:

Poco dopo gli eventi di Endgame, in cui i Vendicatori hanno sconfitto una volta per tutte Thanos grazie all’estremo sacrificio di Tony Stark, per Peter Parker è il momento di tornare alla solita vita, anche se il suo mondo non è più lo stesso: il suo mentore se n’è andato e chi come lui era stato vittima dello schiocco di dita del Titano pazzo è tornato all’improvviso cinque anni dopo come se non fosse passato un giorno, mentre per tutti gli altri il tempo è trascorso normalmente. Una gita nelle principali città d’Europa con i suoi compagni di liceo sembra l’occasione giusta per lasciarsi alle spalle i vari problemi e per trovare il coraggio di dichiararsi alla sua compagna di classe Michelle. Appena giunti a Venezia viene però reclutato suo malgrado da Nick Fury, che richiede il suo aiuto per sconfiggere la minaccia degli Elementali, un gruppo di esseri sovrannaturali ognuno dei quali in grado di controllare uno dei quattro elementi fondamentali (acqua, fuoco, terra e aria) e decisi a devastare il pianeta. Un inaspettato aiuto a Peter e Nick arriva da Quentin Beck, un misterioso uomo in costume che possiede dei poteri che lo rendono l’unico capace di fronteggiare le quattro temibili creature. Spider-Man e Quentin uniscono le forze e inizialmente la loro collaborazione sembra funzionare alla perfezione, ma ben presto il ragazzo scoprirà una sconvolgente verità che lo costringerà ad intraprendere una disperata corsa contro il tempo per evitare delle tragiche conseguenze che incombono su di lui e sui suoi amici.

Recensione:

Questo nuovo sequel della terza versione cinematografica dell’Uomo Ragno presenta le stesse caratteristiche che avevano decretato il successo di Homecoming nel 2017: toni leggeri da commedia, umorismo ed ironia inseriti in maniera intelligente, attore protagonista calato perfettamente nella parte, villain all’altezza della situazione e azione ben orchestrata. La differenza sta nel fatto che questa volta viene fatto un passo ulteriore in avanti, in quanto la trama assume fin da subito uno sviluppo corale che coinvolge il nostro eroe insieme a tutti i suoi malcapitati compagni di scuola. Durante le tappe nelle capitali europee (che vengono forse presentate in maniera un po’ troppo stereotipata, Venezia in primis) l’allievo di Stark non dovrà soltanto vedersela con i malvagi Elementali ma dovrà fare i conti anche con i tradizionali “superproblemi” che hanno fatto di Spider-Man uno dei supereroi più amati dal pubblico. Siamo di fronte ad un adolescente che deve ancora imparare a gestire la sua doppia vita, smarrito in seguito alla scomparsa di Iron Man, troppo impacciato per dire quello che prova a una sua compagna di classe e troppo impulsivo nel prendere le decisioni importanti. E sono proprio le sue incompletezze e fallibilità che risaltano molto bene in questo secondo lungometraggio ragnesco diretto nuovamente da Jon Watts, che ci restituiscono un Peter Parker assai rassomigliante a quello originale dei fumetti, sebbene la vicenda qui narrata non si ispiri a nessun albo in particolare.


Sulla bravura di Tom Holland a destreggiarsi nella doppia veste di studente imbranato/Spidey c’è ormai poco da dire, e si può notare un suo miglioramento costante da quando era apparso la prima volta rubando lo scudo a Captain America in Civil War (2016). Il vero valore aggiunto di questo ventitreesimo cinecomic Marvel è indubbiamente Jake Gyllenhaal, adattissimo ad interpretare il ruolo di un intraprendente combattente avvolto da un’aura di mistero, anzi di Mysterio, che riserverà parecchie sorprese.


Ritornano Marisa Tomei e Jon Favreau nei rispettivi ruoli di May Parker e di Happy Hogan, che regalano agli spettatori non pochi momenti esilaranti. Pure il resto del cast, incluso l’onnipresente Samuel L. Jackson, non demerita affatto.

Far Frome Home è dunque la dimostrazione definitiva che fa capire quanto la Marvel al cinema dia il meglio di sé quando riesce a coniugare ottimamente la leggerezza e l’humour provenienti dagli albi a fumetti con storie coinvolgenti di protagonisti con i quali diventa quasi spontaneo identificarsi. Il futuro di questo vivace franchise sull’Uomo Ragno, frutto di un accordo tra Sony (tuttora detentrice dei diritti di Spider-Man) e i Marvel Studios, è tutt’altro che certo, ma visto l’eccellente lavoro svolto finora con Spidey bisogna sperare che venga annunciato quanto prima un nuovo capitolo.

PS: Stavolta sono presenti ben due scene post-credits, una a pochi secondi dall’inizio dei titoli di coda ed una al termine. Senza voler spoilerare nulla, è sufficiente anticipare che entrambe riserveranno dei sorprendenti colpi di scena che lasceranno molteplici dubbi ed interrogativi per un eventuale seguito. La prima soprattutto lascerà i più a bocca aperta, anche perché si assisterà alla ricomparsa di uno storico personaggio dell’universo ragnesco che manca dai tempi della trilogia di Sam Raimi. Nonostante si tratti solo di un breve cameo, è probabilmente uno dei momenti più memorabili di tutto il film.

X-Men – Dark Phoenix – Recensione

Il 2019 è l’anno in cui si chiudono diverse saghe di successo: a fine aprile è stato il momento di dire addio- non senza qualche lacrima- agli Avengers, il mese seguente è toccato a Game of Thrones e a dicembre la nuova trilogia di Star Wars si concluderà con il nono episodio. In mezzo a tanti addii importanti c’è il rischio che passi in secondo piano l’ultimo capitolo di una saga tra le più longeve ed innovative della storia del cinema, la prima dedicata ad un gruppo di eroi dei fumetti e che ha fatto da apripista alle successive trasposizioni degli albi della Marvel. Si sta parlando ovviamente degli X-Men, il team di mutanti che ha debuttato sul grande schermo nel 2000 e che torna adesso nelle sale con Dark Phoenix, l’ultima produzione targata 20th Century Fox prima dell’acquisizione di quest’ultima da parte della Disney. Questo settimo lungometraggio dedicato all’intera squadra (farebbero infatti parte della serie anche gli stand-alone di Wolverine e Deadpool, entrambi membri più o meno stabili della compagine di mutanti) chiude le vicende dei personaggi che ci hanno accompagnato quasi per un ventennio. Si tratta di un atto conclusivo che però stenta a soddisfare pienamente, in quanto sembra di assistere ad una storia già vista, nella quale vengono trattati marginalmente alcuni aspetti che avrebbero invece meritato maggiore spazio. Guardandolo non ci si può certo rammaricare per il termine di un ciclo che aveva toccato i suoi punti più alti nei capitoli diretti da Bryan Singer, che con Apocalypse (2016) si è congedato definitivamente dall’universo degli X-Men. Qui viene ripresa prontamente l’impostazione dei tre prequel precedenti, ma ci sono diverse scelte poco convincenti, soprattutto nella seconda metà del film dove abbondano confusione ed approssimazione. Sarebbe difficile etichettarlo subito come il peggiore della saga, ma di sicuro non verrà ricordato alla pari di altri capitoli finali decisamente più memorabili.

Trama:

Nel 1992, nove anni dopo lo scontro con il malvagio mutante Apocalisse, gli X-Men guidati dal professor Xavier sono ormai diventati degli eroi nazionali a tutti gli effetti: sono accettati dalla popolazione e collaborano con il governo che gli affida operazioni che sarebbero eccessivamente rischiose per i normali esseri umani. Durante una missione nello spazio per salvare degli astronauti, Jean Grey viene investita da quello che in un primo momento pareva essere soltanto un brillamento solare. Quello che avrebbe dovuto essere un incidente mortale inizialmente pare non aver causato alcun danno alla giovane mutante, che però poco dopo esser tornata sulla Terra inizia a mostrare i primi segni di squilibrio. Ulteriormente potenziata da una misteriosa forza extraterrestre e scioccata da delle rivelazioni sul suo passato, Jean perde il controllo dei suoi poteri e da preziosa telepate diventa un pericolo da combattere. Charles Xavier, aiutato da Mystica, Bestia, Ciclope, Tempesta, Nightcrawler e Quicksilver, proverà a riportare la sua allieva sulla retta via, ma dovrà fare i conti con i suoi errori e i suoi segreti. A complicare ulteriormente il compito del Professor X e dei suoi studenti ci penserà un sinistro alieno mutaforma intenzionato ad impossessarsi del potere che ha portato Jean a diventare una minaccia. Nello scontro verrà coinvolto anche Magneto, che vive ritirato in un’isola dove è a capo di una piccola comunità di mutanti.

Recensione:

Tra i motivi che rendono Dark Phoenix un cinecomic tutt’altro che impeccabile vi è senz’altro una mancanza di elementi veramente suggestivi e diversi da quelli già visti nei capitoli passati. Il soggetto di partenza è uno degli archi narrativi a fumetti più amati dai fan dei mutanti inventati da Stan Lee nei primi anni ’60, ed era dunque lecito attendersi un adattamento di che rendesse giustizia ad un ciclo di storie dal grande impatto emotivo. Al contrario, ci si ritrova ad assistere ad una pellicola che parte piuttosto bene per poi incartarsi progressivamente in uno svolgimento che ricalca contrapposizioni e lotte che nulla aggiungono a quanto visto sia nella trilogia avviata da Singer sia nell’ultima ambientata nel ventesimo secolo. Lo scontro Professor X/Magneto, il singolo mutante da solo contro tutti, il villain alieno che vuole distruggere l’umanità, il combattimento finale in cui ogni singolo supereroe fa la sua parte, sono tutte caratteristiche per nulla nuove, tanto da dare la sensazione che questo settimo x-movie non aggiunga nulla per cui valga la pena ricordarlo. Gli unici due personaggi che qui subiscono un’evoluzione interessante sono Charles Xavier, messo brutalmente davanti ai suoi fallimenti dovuti al suo senso di superiorità e al suo egocentrismo, e naturalmente Jean Grey, sopraffatta dai traumi della sua infanzia e incapace di controllare un potere che porta con sé morte e distruzione. Tutti gli altri rimangono quasi marginali alla storia, e rimane la sensazione che alcuni avrebbero meritato un maggiore spazio (Quicksilver e Tempesta, giusto per non fare nomi). Pure alcune dinamiche interne tra i protagonisti, abbozzate o lasciate aperte in Apocalypse, vengono inaspettatamente tralasciate.


Va comunque riconosciuta la buona prova attoriale dei membri del cast, in particolare di Sophie Turner, che impersona in maniera credibile il conflitto interiore di una ragazza che si ritrova suo malgrado ad essere un pericolo per coloro che la circondano. Non si può dire altrettanto della pur brava Jessica Chastain, che appare un po’ sprecata nei panni di un mutaforma che non è altro che un villain generico e poco approfondito.
La regia di Simon Kinberg, all’esordio dietro la macchina da presa ma con ben quattro titoli sugli X-Men di cui ha firmato la sceneggiatura, si focalizza principalmente sull’approfondimento psicologico mettendo in secondo piano la componente d’azione. L’idea di base poteva funzionare, ma sarebbe servito conferire uno sviluppo maggiormente corale alla trama e rappresentare meglio certi passaggi che vengono liquidati troppo velocemente o senza soffermarsi a dovere.

Non va dimenticato che Dark Phoenix ha avuto una fase di lavorazione alquanto travagliata, tanto da far posticipare di sette mesi la sua distribuzione a causa di riprese aggiuntive volute dai produttori che non erano soddisfatti della conclusione. Questo non è mai un bel biglietto da visita per un cinecomic, e la versione distribuita nelle sale lo dimostra. Gli appassionati degli X-Men troveranno sicuramente qualcosa da apprezzare, ma non si può fare a meno di domandarsi se era davvero indispensabile mettere a punto un’altra trasposizione quando tutte le frecce migliori erano già state scoccate. Ora la palla passa in mano alla Marvel, e un discreto ottimismo nel vedere i leggendari mutanti inseriti all’interno del Marvel Cinematic Universe è d’obbligo.

Svelata la data d’uscita della quarta stagione di Rick e Morty!

Buona notizia per tutti i i fan della serie animata Rick e Morty. Dopo diversi mesi di attesa la Adult Swim ha annunciato nei suoi canali ufficiali nei social che la quarta stagione uscirà a novembre. La notizia ci viene comunicata direttamente dai due protagonisti in un breve video che rispecchia alla perfezione lo stile della serie:

Purtroppo a novembre le nuove avventure di Rick e Morty debutteranno solo negli schermi USA e al momento non ci è dato sapere quando la quarta stagione verrà rilasciata anche in Italia. Nel frattempo non ci resta che ingannare l’attesa rivedendo la puntate delle prime tre stagioni su Netflix.

Avengers: Endgame – Recensione II

“La fine è parte del viaggio”

Il momento tanto atteso è finalmente arrivato. Dal 24 aprile i fan di tutto il mondo possono vedere una saga epica giungere al termine dopo un decennio abbondante di avventure memorabili e storie strabilianti. Con Avengers: Endgame si chiude non soltanto l’arco narrativo dei Vendicatori, ma pure l’intera serie iniziata con Iron Man nel lontano 2008 e che con quest’ultimo capitolo è arrivata a contare ben ventidue titoli, di cui la maggior parte ha collezionato record di incassi un tempo inimmaginabili. Non siamo assolutamente di fronte alla fine del Marvel Cinematic Universe che, come molti già sapranno, ha un nuovo cinecomic ragnesco pronto per luglio e diverse produzioni in via di sviluppo. Quel che è certo però è che dopo questo quarto lungometraggio dedicato agli Avengers l’universo della Marvel cambierà per sempre: è l’ora di congedarsi da alcuni eroi e di riabbracciarne altri. La vicenda iniziata in Infinity War si chiude in un “finale di partita” che regala sorprese spiazzanti, citazioni da brividi e combattimenti mozzafiato. I fratelli Russo sono riusciti a mettere in scena una conclusione indimenticabile destinata ad entrare nel cuore di chi nel corso degli anni si è affezionato a Tony, Cap, Thor & co. Come tutti i passi di addio che si rispettano non mancano momenti in cui la lacrima può scendere facilmente, ma i due registi sono stati abilissimi nel dosare attentamente divertimento, emozioni e drammaticità.

Trama:

Nel Wakanda lo schiocco di dita di Thanos con il guanto contenente tutte le Gemme dell’Infinito ha portato al tragico esito temuto: metà della popolazione dell’intero universo è stata spazzata via e con essa sono diventati cenere nove eroi. A fare i conti con le conseguenze del folle gesto rimangono Steve Rogers, Tony Stark, Thor, Rocket, Natasha Romanoff, James Rhodes, Bruce Banner e Nebula; al team si aggiunge quasi subito anche la potentissima Captain Marvel, richiamata sulla Terra dalla richiesta di aiuto inviatale da Nick Fury un istante prima di trasformarsi pure lui in cenere. I Vendicatori superstiti non hanno nessuna intenzione di rassegnarsi e metteranno in atto un tentativo audace e disperato per riportare in vita i loro amici e con essi tutti gli esseri viventi cancellati dalla follia del titano.

Recensione:

Nel corso dei dodici mesi che hanno separato l’uscita di Infinity War da quella di Endgame sono state formulate talmente tante suggestioni ed ipotesi sull’attesissimo ultimo atto che potevano portare sia a farsi aspettative irrealistiche sia ad ipotizzare degli sviluppi maggiormente fondati. Fa piacere vedere che la piega che prendono gli eventi non segue alla lettera nessuna delle ricostruzioni più accreditate, sebbene qualche passaggio fosse stato in effetti previsto da diverse teorie. D’altronde, i trailer che sono stati rilasciati da dicembre in poi avevano lanciato diversi indizi, nessuno dei quali per fortuna troppo rivelatore. Se perciò il ritorno di Occhio di Falco e Ant-Man, il ruolo essenziale di Carol Danvers all’interno del team ed un nuovo scontro con Thanos sono tutti elementi prevedibili, ogni singolo avvenimento non riportato nelle-pochissime-immagini trapelate dal set e nel materiale promozionale è ampiamente sorprendente. Anthony e Joe Russo sono stati bravissimi nel mettere a punto un eccellente blockbuster che ricollega ogni capitolo precedente dei Marvel Studios ed offre a ciascun personaggio lo spazio che si merita. Verrebbe quindi spontaneo aspettarsi un viaggio cupo in cui le scene drammatiche si susseguono una dopo l’altra. Se in alcune partì è davvero così, e trattandosi di un episodio conclusivo non potrebbe essere altrimenti, va anche riconosciuto che sono presenti intermezzi comici e di gag, verbali e non, che contribuiscono a mantenere in perfetto equilibrio la tensione per l’intera durata.

Le tre ore complessive di lunghezza della pellicola sono cosparse di continue citazioni e riferimenti agli altri titoli dei Marvel Studios, in particolare quelli aventi per protagonisti le tre colonne portanti Captain America, Iron Man e Thor; va da se pertanto che solo chi ha una discreta conoscenza (e soprattutto una buona memoria) della produzione cinematografica della Marvel potrà cogliere ed apprezzare fino in fondo i numerosissimi omaggi disseminati nello svolgimento della trama. Senza voler svelare contenuti che potrebbero rovinare l’effetto sorpresa, si può anticipare che il fulcro della narrazione ruoterà attorno proprio al magico trio composto dal miliardario playboy filantropo, il super soldato d’America ed il figlio di Odino. I tre attori che per circa una decade li hanno interpretati qui danno il meglio di loro stessi, con una menzione speciale per il mitico Robert Downey Jr.

Volendo cogliere delle imperfezioni le si possono riscontrare in un’eccessiva presenza di sequenze create appositamente per accontentare i fan e che talvolta stridono con il contesto e paiono un po’ forzate. Il cosiddetto “fan service” qui non è esagerato, anche se forse avrebbe potuto essere leggermente ridotto. In secondo luogo il ritmo e la tensione non sono calibrati in maniera impeccabile come in Infinity War, tuttavia i 182 minuti totali scorrono comunque abbastanza velocemente.

Avengers: Endgame è dunque un kolossal destinato a frantumare record al botteghino e ad occupare un posto speciale nel cuore degli appassionati che hanno seguito l’universo Marvel sul grande schermo dagli esordi fino ad oggi. Magari non tutti quanti gradiranno le modalità scelte per concludere il percorso di qualche personaggio, ma in questi casi il rischio di scontentare qualcuno lo si corre sempre.

Davanti ad un film capace di racchiudere il meglio di quanto visto finora e di regalarci un finale sensazionale non si può che dire un enorme GRAZIE ai Marvel Studios, ai registi e agli ideatori di questa fantastica cavalcata cinematografica nel mondo dei supereroi più potenti della Terra. Ovviamente tra i ringraziamenti non può mancare quello a colui che ha creato dal nulla questo universo: l’immenso Stan Lee.

Hellboy – Recensione

Durante questo mese di aprile un appassionato di trasposizioni dai fumetti sul grande schermo rischia di fare dentro e fuori dalla sala cinematografica un numero di volte decisamente superiore alla media. Se Shazam! Ha inaugurato la serie di cinecomic che faranno capolino da qui all’estate, è chiaro che l’attesa principale sia focalizzata sull’ormai imminente debutto di Avengers: Endgame. In mezzo a tutti questi arrivi c’è però il rischio che passi quasi inosservato un reboot che ha provocato numerose perplessità e critiche fin dal suo annuncio risalente a circa un anno e mezzo fa: Hellboy. Il diavolo rosso cacciatore di demoni è tornato al cinema a partire dall’11 aprile con un nuovo look e un riavvio totale del personaggio che ha già dovuto fronteggiare diverse recensioni poco lusinghiere ed incassi al botteghino per niente entusiasmanti. Siamo davanti ad un adattamento più somigliante all’originale del fumetto e propenso a mettere in risalto l’aspetto oscuro e violento del protagonista. Il risultato è tuttavia inferiore ai due capitoli realizzati dal premio Oscar Guillermo del Toro, ed è proprio il confronto con questi due a far pensare che non ci fosse bisogno di offrire l’ennesima riproposizione di un eroe dei fumetti ad appena un decennio dall’ultimo capitolo della serie. A dire il vero il film presenta degli aspetti positivi che lo salvano dall’essere definito un flop totale, ma non si può fare a meno di chiedersi se i tempi e le modalità di rilancio siano state azzeccate, specialmente in un periodo in cui l’offerta di produzioni dello stesso genere è pressoché satura.

Trama:

Hellboy è un demone evocato dai nazisti al termine della seconda guerra mondiale che avrebbe dovuto radunare le forze degli inferi e causare la fine del mondo. Strappato dalle grinfie naziste dal professor Trevor Bruttenholm, che gli fa da padre adottivo, una volta cresciuto diventa un agente del BPRD (Bureau for Paranormal Research and Defense), un’agenzia segreta con lo scopo di difendere l’umanità dalle minacce sovrannaturali. Chiamato in Inghilterra per dare la caccia a tre giganti la cui furia distruttrice rischia di devastare il Paese, il diavolo rosso incontra Nimue, detta anche la Regina di Sangue. Nimue è una strega che in passato era stata sconfitta da Re Artù ma adesso è riuscita a tornare in vita e intende vendicarsi scatenando sulla Terra le potenze dell’inferno per poi regnare su di esse. Hellboy, con l’aiuto di un militare riluttante e di una ragazza sensitiva, proverà a fermare l’imminente Apocalisse, ma ben presto scoprirà che Nimue ha dei piani speciali nei suoi confronti, e il demone investigatore dovrà compiere la scelta più difficile della sua vita.

Recensione:

Si nota fin dalle prime sequenze del lungometraggio che il regista Neil Marshall (esperto di horror e con alle spalle la regia di alcuni episodi delle fortunate serie Game of Thrones e Westworld) ha tentato di far emergere gli aspetti che ponessero una separazione netta con i due adattamenti di Del Toro. Qui le scene cruente e di violenza abbondano senza remore, tanto che a tratti si finisce quasi nello splatter. Si tratta comunque di un approccio che spesso dà l’impressione di essere sfuggito di mano, dal momento che in svariate parti sembra quasi caricaturale ed esagerato. Le battute volgari ed irriverenti alla Deadpool poi funzionano fino ad un certo punto.


Manca inoltre una certa organicità e linearità nello svolgimento della vicenda. La sceneggiatura attinge a ben tre racconti degli albi a fumetti, ed assemblarli in un’unica pellicola non è stata, col senno di poi, un’idea brillante. Un piccolo esempio delle scelte poco coerenti lo si ritrova nei flashback: quello iniziale, che mostra il passato della strega che darà parecchio filo da torcere al detective in rosso, è coinvolgente e aiuta a calarsi subito nella storia; quello sulle origini di Hellboy invece, è assolutamente sbrigativo e pare inserito solo per obbligo. Il coinvolgimento nella lavorazione di Mike Mignola, l’inventore del personaggio comparso per la prima volta in una pubblicazione nel 1993, poteva far pensare ad un esito differente.
Va detto che le premesse per questo remake, almeno leggendo i nomi del cast, potevano lasciare spazio all’ottimismo, e difatti gli attori sono forse l’unica nota davvero positiva del film. Dietro le corna accorciate, la lunga capigliatura nera e il colorito rosso di Anung Un Rama (questo il vero nome dell’eroe) si cela il volto di David Harbour, noto ai più per il ruolo dello sceriffo Hopper nella serie Netflix Stranger Things: il suo è un diavolo maggiormente simile a quello della carta stampata, allo stesso tempo con fattezze più umane, più orrendo e spigoloso rispetto alla versione impersonata da Ron Perlman nel 2004 e nel 2008. Harbour riesce a differenziarsi a sufficienza dal suo precedessore e a risultare discretamente calato nella parte, ma fallisce nell’attirarsi la simpatia degli spettatori. Milla Jovovich se la cava egregiamente nell’interpretare la malvagia Nimue, ed altrettanto bravo è l’esperto Ian McShane nei panni del proffesor Bruttenholm. I due aiutanti che affiancano “Red” invece non sono granché, e perdono nettamente il paragone con il team che affiancava Ron Perlman .

Il reboot di Hellboy dunque è una trasposizione dalla quale era lecito aspettarsi qualcosa di più. Regista, cast e materiale di partenza lasciavano intravedere spiragli per un ritorno memorabile che al contrario si sta rivelando alquanto deludente, sia in termini di pubblico che di critica. La voglia di strafare, insistendo eccessivamente su un approccio molto cupo e con azione violenta non ha pagato, anche se non tutto è da buttare. Ad oggi è complicato capire se ci sarà o meno un sequel, di cui onestamente non sembra esserci un grande bisogno. Magari qualcuno si chiederà pure se era davvero così necessario riproporre adesso un riavvio del franchise. Guardando il cinecomic di Marshall la risposta, purtroppo, è quasi scontata.

Shazam! – Recensione

Trascorso il periodo nel quale alcuni dei suoi più grandi progetti (Batman V Superman e Justice League, giusto per non fare nomi) non avevano ottenuto il successo sperato, mentre altri che sulla carta partivano decisamente meno favoriti, tipo Wonder Woman e Aquaman, hanno riscosso un buon successo di pubblico e critica, la DC si stacca-per adesso-dal gruppo storico dei membri della Justice League of America per proporre un lungometraggio dedicato ad un supereroe non conosciutissimo ma dal potenziale molto interessante: Shazam. La parola a molti potrebbe ricordare solamente la celebre applicazione per smartphone capace di riconoscere qualsiasi canzone, ed invece stiamo parlando di un personaggio creato nel lontano 1939 e che all’inizio si chiamava, guarda caso, Captain Marvel, ma che nel 1972 in seguito ad una controversia legale contro l’omonima casa editrice di fumetti fondata da Stan Lee è stato costretto a cambiare il suo nome in Shazam. Portare sul grande schermo le gesta di un eroe che non è altro che un adolescente in grado di tramutarsi in una sorta di superuomo non appena pronuncia “Shazam!” poteva sembrare una sfida azzardata in un momento abbastanza delicato per la DC Films, e il rischio di andare incontro ad un flop simile a Lanterna Verde (2011) era dietro l’angolo. Stavolta invece bisogna dare atto che il risultato finale è ampiamente apprezzabile. Questo settimo film del DC Extended Universe è una commedia divertente mascherata da cinecomic che ha il merito di non prendersi mai troppo sul serio. Il coraggio di provare uno stile differente dalle realizzazioni precedenti e da quello dei rivali dei Marvel Studios si è rivelato vincente.

La trama:

Billy Batsom è un irrequieto orfano di 14 anni che continua a scappare dalle famiglie affidatarie e a cercare di trovare sua mamma. In seguito all’ennesima fuga dai genitori adottivi viene portato in una casa famiglia gestita da una giovane coppia. Lì Billy fatica a legare con gli altri ragazzi ma fa amicizia con Freddy, un suo coetaneo disabile. Quando Freddy viene preso di mira da due bulli della scuola Billy corre in sua difesa, li mette al tappeto e si dà alla fuga in metropolitana per evitare la vendetta dei due. Ad un certo punto però la metro in cui si trova viene teletrasportata in un altro mondo, dove fa la conoscenza del vecchio mago Shazam. L’anziano mago vuole trasmettergli i suoi poteri perché un certo Thaddeus Silvana, che decenni prima era stato scelto come Batsom per ereditare la magia salvo poi dimostrarsi indegno, ha liberato sulla terra sette forze del male corrispondenti ai sette peccati capitali, e il mago non ha la forza per fermarlo. Billy, vinta un’iniziale diffidenza, si convince a pronunciare il giuramento che gli consente di trasformarsi in un supereroe adulto dotato di poteri incredibili pronunciando soltanto la parola “Shazam”. Tornato alla solita vita di quattordicenne il ragazzo sfrutta i suoi doni in maniera superficiale badando soltanto a divertirsi e al suo tornaconto personale. Nel frattempo il malvagio Dr. Silvana è intenzionato a mettere in atto i suoi piani di distruzione, e Billy dovrà imparare presto a controllare le sue abilità dentro il corpo di un super trentenne e a diventare un vero eroe.

Recensione:

Il segreto della riuscita di questo nuovo titolo targato DC sta nel voler imprimere una ventata di comicità spensierata che mira prima di tutto a far divertire mettendo da parte la componente violenta e drammatica. In diversi momenti sembra quasi di assistere ad una delle tante pellicole degli anni ’90 e duemila incentrate sul passaggio dall’adolescenza alla vita adulta, sulle difficoltà di assumersi le proprie responsabilità e l’importanza della famiglia. I temi principali sono appunto questi e vengono proposti con una buona dose di humour che risulta essere il vero punto di forza dell’intera vicenda.

Un’altra nota positiva è l’attore protagonista. Zachary Levi, che in passato si era già cimentato con i cinecomic interpretando uno dei guerrieri amici di Thor nel secondo e terzo capitolo dei Marvel Studios dedicati al Dio del Tuono, qui è perfetto nel dare volto ad un trentenne dentro al quale si cela un ragazzo che non ha nessuna di voglia di usare responsabilmente i suoi poteri. Il suo Billy Batsom, potenziato e rivestito da un tipico costume eroico con tanto di fulmine sul petto e mantello bianco, attira da subito il favore dello spettatore grazie a delle gag esilaranti e ad alcuni siparietti comici che mantengono vivo l’intrattenimento evitando le esagerazioni e l’irriverenza alla Deadpool. Il ruolo dell’antagonista è affidato a Mark Strong, un caratterista che ormai sarebbe capace di interpretare qualsiasi villain con il pilota automatico. Il cattivo con cui si cimenta stavolta l’esperto attore non ha nulla di particolarmente affascinante o di diverso rispetto a quelli apparsi nell’ultimo periodo, tuttavia riesce ad essere un nemico azzeccatissimo per fare da contraltare al super umano a cui presta il volto Zachary Levi. Il regista svedese David F. Sandberg, reduce da due horror di successo, si adatta egregiamente al genere e fa intravedere la sua predisposizione a suscitare paura e terrore in alcune scene in apertura e in chiusura della pellicola. La durata è forse eccessiva, visto che supera di qualche minuto le due ore, ma fortunatamente il ritmo della narrazione non ne risente più di tanto.

Shazam! si impone dunque come una spassosa parodia del tradizionale racconto sull’eroe; è distante dai canoni delle recenti trasposizioni dei fumetti Marvel e DC ed è proprio per questo che merita di essere apprezzato. Nonostante non sia destinato a venire ricordato come il miglior cinefumetto del 2019 o a fare record di incassi, resta comunque un validissimo prodotto capace di attirarsi le simpatie degli spettatori di tutte le età.

Captain Marvel – Recensione

Più in alto. Più lontano. Più veloce”

Se si chiede ad un fan della Marvel, ma probabilmente anche ad un appassionato qualsiasi di cinema e fumetti, quale sia il film del 2019 che attende di più la risposta sarà inevitabilmente Avengers: Endgame. La data fissata sul calendario è quella del 23 aprile, quando si chiuderà definitivamente un ciclo cominciato oltre dieci anni fa e destinato a rimanere qualcosa di straordinariamente unico. Tuttavia, prima di immergerci nelle atmosfere desolanti e catastrofiche dell’epilogo della saga degli eroi più potenti della terra, i Marvel Studios hanno deciso di inserire nel già ricchissimo catalogo di supereroi una new-entry femminile e di presentarcela con uno stand-alone interamente dedicato a lei. Ecco quindi che un mese e mezzo prima del quarto Avengers approda sul grande schermo Captain Marvel, primo cinecomic della Casa delle Idee con protagonista assoluta una donna. Questo ventunesimo titolo ambientato nel Marvel Cinematic Universe ci porta indietro alla metà degli anni ’90 e ci mostra le origini di una superdonna dai poteri incredibili. Siamo di fronte ad un’altra scommessa vinta dalla Marvel, abilissima anche questa volta a mettere a punto un eccellente lungometraggio che intrattiene e diverte il pubblico dal primo all’ultimo minuto.

Trama

Nel 1995 Carol Danvers è una pilota di caccia che è stata accolta pochi anni prima ad Hala, capitale dell’impero della razza aliena Kree. Carol si è integrata in breve tempo all’interno di questa civiltà extraterrestre tanto da diventare una delle più valide combattenti della Starforce, il reparto di guerrieri intergalattici dei Kree guidati dal severo leader Yonn-Rogg, che le fa anche da mentore. La ragazza ha smarrito quasi ogni ricordo della sua esistenza sulla Terra prima di entrare a far parte dell’esercito alieno; possiede in compenso dei poteri straordinari che ancora non riesce a controllare del tutto. I Kree sono da tempo in guerra con gli Skrull, una razza di mutaforme alieni. Durante una missione per salvare un infiltrato, Carol viene rapita dagli Skrull e portata su una loro nave, dove il loro capo Talos riesce a penetrare nei suoi ricordi. Dopo uno scontro sulla nave precipita insieme ad altri Skrull sulla Terra. Qui Carol Danvers si metterà alla caccia dei nemici che si trovano insieme a lei nel suo pianeta d’origine. Un inaspettato aiuto le arriverà da Nick Fury, che a metà anni ’90 è ancora un semplice agente dello S.H.I.E.L.D in cerca di una causa per cui lottare. L’ex pilota, accompagnata da Fury e da un gatto apparentemente innocuo, inizierà un percorso che la porterà finalmente a scoprire il suo passato e a cercare di porre fine una volta per tutte al conflitto tra le due civiltà extraterrestri.

Recensione:

Con Captain Marvel si aggiunge un altro tassello all’Universo Cinematografico iniziato nel 2008 con il primo Iron Man. Si tratta però di un cinecomic diverso dai precedenti per due motivi essenziali: la protagonista e l’ambientazione. La Carol Danvers al centro della vicenda, pur non essendo tra gli eroi femminili di spicco degli albi a fumetti, riesce a fare breccia subito negli spettatori grazie alla sua sfrontata determinazione, al suo intrepido coraggio e ad una spigliatezza senza filtri. La scelta di affidare questo ruolo al premio Oscar Brie Larson, che lo ha accettato dopo aver esitato a lungo, è stata indubbiamente una felice intuizione: l’attrice, già abituata a recitare in pellicole d’azione, indossa la tuta di Captain Marvel con estrema disinvoltura e fa trasparire un totale coinvolgimento nell’interpretazione della fortissima guerriera. Il coprotagonista che la affianca, un Samuel L. Jackson ringiovanito in maniera impeccabile grazie agli effetti visivi, si ritaglia uno spazio considerevole nella seconda parte della storia, e per chi ha avuto modo di vedere il suo Nick Fury apparso in altri dieci lungometraggi targati Marvel si stupirà di trovarsi davanti ad un uomo assai diverso dallo scorbutico fondatore dei Vendicatori.

Ad impreziosire l’intero film contribuiscono altri attori di primissimo livello come Annette Bening, Ben Mendelsohn e un Jude Law efficace come al solito.

Il contesto in cui ha luogo questa prima avventura del Capitano Danvers è un elemento imprescindibile per l’ottima riuscita di questa ventunesima trasposizione dei Marvel Studios. Il 1995 viene ricreato in maniera veramente apprezzabile; non mancano molteplici citazioni alla cultura pop ed ai successi cinematografici dell’epoca (impossibile da non notare il rimando alla corsa degli sgusci che di sicuro non sfuggirà ai fan di Star Wars). L’arrivo di “Vers”-questo è il nome da battaglia di Brie Larson prima di diventare Captain Marvel- sul pianeta terrestre che avviene con quest’ultima che frantuma il tetto di un negozio della catena Blockbuster fa capire il coefficiente nostalgico presente nei 120 minuti di durata. Il prologo e l’epilogo del racconto si svolgono invece nello spazio, dove le sequenze e le scenografie ricordano palesemente quelle dei due capitoli di Guardiani della Galassia.

Bisogna dunque riconoscere che il debutto dell’affascinante Capitano spaziale funziona egregiamente. Il merito è anche della coppia di registi (coppia nel vero senso del termine, dato che i due sono marito e moglie) Anna Boden e Ryan Fleck, che riescono a dirigere una origin story evitando di appesantire la narrazione con l’ennesima rappresentazione del percorso dell’eroe che da persona normale diventa super. A voler trovare qualche difetto si potrebbe evidenziare uno scontro finale un po’ troppo confusionario e un umorismo in alcuni momenti un tantino esagerato. Si tratta in ogni caso di un ulteriore passo in avanti di Kevin Feige & co., che spianano la strada per altre produzioni incentrate su figure femminili e si avviano a chiudere la cosiddetta Fase Tre facendo esordire una bionda metà umana e metà aliena che-c’è da giurarci-avrà un ruolo chiave nella resa dei conti contro Thanos in Endgame.

P.S.: Da quando se n’è andato ogni cameo del buon vecchio Stan Lee va apprezzato il doppio ed è come se con questi avesse voluto lasciarci una serie di ultimi regali postumi che ci accompagneranno fino a Spider-Man – Far from home, in uscita a luglio. Quello presente qui è meno ironico del solito ma sicuramente più significativo.

Infine, una delle due immancabili scene post-credits ci offre un’interessante anteprima ambientato dopo i fatti di Infinity War...un motivo in più, se mai ce ne fosse bisogno, per non alzarsi dalla sala appena iniziano i titoli di coda!

Netflix cancella The Punisher e Jessica Jones

La voce circolava già da alcune settimane, ma adesso la notizia è ufficiale: Netflix ha deciso di cancellare sia The Punisher che Jessica Jones. Dopo la cancellazione, nell’ordine, di Iron Fist, Luke Cage e Daredevil, ora dunque tocca anche alle ultime due serie Marvel superstiti nella piattaforma streaming. L’ufficialità è arrivata direttamente da Netflix che ha rilasciato a Deadline un comunicato nel quale annuncia la decisione di non rinnovare The Punisher per una terza stagione e che la prossima stagione di Jessica Jones – la terza – che uscirà nei prossimi mesi sarà l’ultima. Con l’occasione sono stati ringraziati gli attori che hanno interpretato i due personaggi, gli sceneggiatori e tutto il cast e la crew che hanno preso parte alle due serie.
Cala così il sipario sulla collaborazione tra Netflix e Marvel. La piattaforma di streaming della Disney che debutterà entro quest’anno sarà il nuovo contenitore delle serie targate Marvel, ma al momento è difficile immaginare che le serie dei quattro Defenders e di Punisher possano proseguire all’interno di Disney+. Una piccola speranza l’ha accesa Hulu, servizio alternativo a Netflix negli USA, che si è reso disponibile a far continuare le serie dei supereroi recentemente interrotte. Nei prossimi mesi ne sapremo sicuramente di più.

PS: Poche ore fa Jon Bernthal, l’interprete di Frank Castle, si è congedato dal suo personaggio ringraziando tutti i fan con questo post:

A tutti quelli che hanno servito. A tutti quelli che conoscono la perdita. A tutti quelli che amano e capiscono Frank e il suo dolore. È stato un onore vestire i suoi panni. Sono infinitamente grato ai fan del fumetto e agli uomini e donne dei Servizi Armati e alla comunità delle forze dell’ordine per i quali Frank significa davvero tanto. Grazie all’USMC e a tutti i meravigliosi soldati che mi hanno allenato. Dateci dentro. Statemi bene.

Ma il ringraziamento più grande va a lui, che ha saputo regalarci una versione del Punitore praticamente perfetta.

Titans – Recensione

Venerdì 11 gennaio 2019 Netflix ha arricchito il suo catalogo di inizio anno con la serie Titans. Negli USA era stata utilizzata per lanciare il nuovo servizio di streaming DC Universe, e fin dalle prime immagini viste nel trailer aveva suscitato da subito curiosità e attesa. Guardando le 11 puntate di cui è composta questa prima stagione si ha la sensazione di essere davanti ad un prodotto differente dalle tradizionali serie televisive targate DC, che cerca coraggiosamente di portare in scena una narrazione intrisa di tonalità oscure e di azione a tratti violenta. L’intento di realizzare una produzione in controtendenza alle altre riesce però solo in parte, dal momento che sono presenti anche diversi punti deboli, legati principalmente alla trasposizione di certi personaggi e alla struttura della vicenda.

Trama:

Dick Grayson, dopo essere stato per anni la giovane spalla di Batman conosciuta come Robin, ha deciso di abbandonare il suo mentore e di lasciare Gotham. Deciso a non seguire più le orme dell’Uomo pipistrello, si è trasferito a Detroit e di giorno fa il detective, mentre di notte occasionalmente indossa ancora maschera e mantello per combattere il crimine libero dai vincoli del distintivo. In maniera quasi casuale fa la conoscenza di Rachel, una ragazza spaventata a cui hanno appena ucciso davanti agli occhi la madre adottiva. Rachel possiede dei poteri letali che fatica a controllare a causa di una forza oscura interiore che prende il sopravvento ogni volta che qualcuno vuole farle del male ed è braccata sia dagli stessi individui che le hanno ucciso la figura materna sia da Kory, un’affascinante donna dotata anch’essa di abilità straordinarie ma priva di memoria del suo passato. La ragazza vuole che Dick la protegga ma quest’ultimo inizialmente è riluttante. L’ex Robin cambierà presto idea e deciderà di aiutare Rachel. I due incroceranno i loro destini con quelli di Gar Logan, un ragazzo in grado di trasformarsi in una tigre.

Recensione:

Fin dall’episodio pilota si capisce immediatamente lo stile che gli autori hanno cercato di imprimere alla serie: personaggi in lotta con i fantasmi del passato, sequenze che non disdegnano di mostrare sangue e violenza (pur senza mai esagerare) e atmosfere cupe si impongono subito per introdurre lo spettatore nel mondo dei giovani eroi, dove le apparenze ingannano e i nemici sbucano fuori nei posti più inaspettati. Si possono notare delle somiglianze con le già note Arrow e Gotham, con la differenza che in questo caso – eccezion fatta per l’aiutante del Cavaliere Oscuro – ci si ritrova di fronte a volti poco conosciuti degli albi a fumetti, e dunque diventa fondamentale introdurli in maniera efficace. Da questo punto di vista l’operazione può considerarsi complessivamente riuscita, quantomeno per i quattro protagonisti principali, tutti ben interpretati dai rispettivi attori.

Dick Grayson ci viene presentato come un uomo assetato di giustizia che fatica a tenere a bada la sua rabbia quando indossa la maschera. Di lui colpisce sopratutto il rapporto conflittuale, quasi rancoroso, che ha con l’alter ego di Bruce Wayne. Quest’ultimo, pur non palesandosi mai di persona, attraverso numerosi richiami e flashback è un elemento tutt’altro che trascurabile sia per comprendere a fondo la psicologia dell’ex ragazzo meraviglia e pure per l’evoluzione della storia.

Rachel Roth è il vero fulcro dell’intera stagione. La sua fragilità, dovuta ad un suo lato oscuro che prende il controllo su di lei ogni qualvolta un pericolo la insedia, la rende a seconda dei casi vittima o minaccia da contenere. Grazie a questa imprevedibilità la ragazza risulta il catalizzatore di tutto l’intreccio e mette spesso e volentieri in secondo piano il resto del team.

I due titani rimanenti non si impongono all’attenzione del pubblico come Dick e Rachel, anche se nei momenti in cui vengono chiamati in causa non deludono le attese. Kory Anders, maggiormente conosciuta con il nome di Starfire, ha il giusto mix di carisma e mistero che la accompagna fino allo svelamento delle sue origini. Gar, il mutaforme che all’occorrenza può trasformare il suo corpo in quello di una tigre, ha uno spazio leggermente ridotto rispetto ai tre ma c’è da scommettere che si rifarà nella seconda stagione, le cui riprese dovrebbero iniziare a breve.

Titans mostra purtroppo tutti i suoi limiti quando entrano in gioco i cattivi o altre persone mascherate. Il fatto che l’intero svolgimento degli eventi ruoti intorno ad un villain che fino all’ultimo evita di mostrarsi comporta l’alternarsi di nemici al suo servizio che finiscono per ritardare eccessivamente l’arrivo del vero antagonista.

Per quanto riguarda i comprimari, non si può fare a meno di notare che alcuni di loro avrebbero meritato uno spazio diverso. È il caso di Hawk e Dove, una coppia di vigilanti amici di Dick che compare nel secondo episodio per poi ritornare nel terzultimo, dedicato interamente a loro. Ed è proprio vedendoli da soli dividersi i minuti di una puntata che si intuisce l’ottimo potenziale di questo duo così tormentato e complementare. Un simile discorso andrebbe fatto per il gruppo di supereroi Doom Patrol, sui quali è da poco in fase di sviluppo una serie spin-off che li vedrà protagonisti assoluti: ciò spiega perché appaiono soltanto una volta e non vengono approfonditi quanto meriterebbero.

Un ulteriore aspetto che lascia con l’amaro in bocca è il finale decisamente troppo aperto. Per chi ha ormai una certa dimestichezza con i prodotti televisivi targati DC non sarà certo una sorpresa, tuttavia il cliffhanger a cui si assiste prima dei titoli di coda è difficile da accettare.

Considerando perciò i vari aspetti si può dire che Titans ha il merito di scorrere discretamente dall’inizio alla fine e di proporre un’impronta più dark del solito, pur con tutti i limiti di una serie d’esordio. Pertanto, sebbene non manchino i motivi per promuoverla, per darle un giudizio definitivo bisognerà attendere la seconda stagione.

PS: l’episodio conclusivo regalerà una bella sorpresa ai fan del protettore di Gotham. In fin dei conti…può davvero esistere Robin senza Batman?

Ricordando Stan Lee

Lunedì 12 novembre 2018 è una data che la maggior parte degli appassionati di fumetti non dimenticherà tanto facilmente: in quella serata è stata annunciata la dipartita del grande Stan Lee, il fondatore della Marvel per come la conosciamo oggi e creatore di numerosissimi supereroi entrati ormai nell’immaginario collettivo. Per tanti Lee era conosciuto principalmente a causa delle sue immancabili, brevi e spesso esilaranti apparizioni nelle pellicole dedicate ai personaggi nati dalla sua fantasia. Ma Stan Lee era assai più di questo. È stato un instancabile innovatore, un formidabile creativo che ha dato vita a un’infinità di super-umani che hanno suscitato fin da subito l’entusiasmo del pubblico. In un’epoca in cui il fautore delle gesta eroiche era un essere quasi invincibile dotato di poteri alieni o un miliardario che combatteva il crimine grazie ad un’attrezzatura altamente tecnologica, Lee ha avuto l’intuizione (e la sfrontatezza) di proporre una versione dell’eroe più vicina alla gente comune Spesso e volentieri questi non era altro che una persona ritrovatasi suo malgrado ad avere abilità fuori dal normale, e da quel momento in poi lottava costantemente per trovare un equilibrio tra una vita normale e la responsabilità di usare i suoi poteri a fin di bene. L’approccio rivoluzionario di Lee al mondo superoistico ha fatto sì che chiunque potesse immedesimarsi nelle sue creature, proponendo un nuovo modello di narrare le storie eroiche che ancora adesso si dimostra vincente, sia sulla carta stampata che sul grande schermo. Ma chi era davvero Stan Lee e quali sono le origini dietro la creazione del suo meraviglioso mondo di fumetti?

Stanley Martin Lieber nasce a New York il 28 dicembre 1922. I suoi genitori sono una coppia di immigrati romeni ebrei che vivono in un piccolo appartamento nel Bronx. Le difficili condizioni familiari portano il piccolo Stan a cercare uno svago andando al cinema e leggendo molto, da H. G. Wells a Shakespeare. Si appassiona in particolare anche ai pulp magazine, delle riviste a basso prezzo di racconti fantastici e popolari. Fin da giovane inizia a mostrare subito il suo carattere esuberante e fuori da ogni schema; basti pensare che a 17 anni scrisse sul soffitto di una scuola “Stan Lee is god”, coniando così lo pseudonimo che lo accompagnerà per tutta la vita. Sul finire degli anni ’30 viene assunto grazie al fratello di sua mamma in una casa editrice di fumetti, la Timely Publications, dove deve occuparsi di svariate mansioni. La paga è misera ma lui non si scoraggia e nel giro di pochi giorni propone già a Simon e Kirby, autori della testata principale della Timely Captain America Comics, un racconto completamente nuovo, che verrà pubblicato il 5 agosto 1941. Lee viene presto nominato direttore editoriale, carica che ricoprirà solo pochi mesi prima di venire arruolato nei Signal Corps, i corpi di comunicazione dell’esercito americano. Terminato il conflitto, sembra che le cose per lui non possano andare meglio: la Timely sotto la sua direzione riscuote un successo crescente, nel 1947 sposa una modella inglese e nel 1950 diventa papà di Celia. Tuttavia, la campagna sociale e mediatica che si scatena contro i fumetti nei primi anni ’50 porta ad un drastico calo delle vendite e ad un ridimensionamento generale del settore; il Comics Code Authority, un codice di autoregolamentazione interno, non fa che peggiorare le cose. La prima a capire che è il momento di cambiare è la DC Comics, che ripropone i suoi pezzi forti in maniera più leggera e meno violenta. Stan si mette sulla stessa lunghezza d’onda, ma con un’intuizione che si rivelerà rivoluzionaria: per la creazione delle storie si fa affiancare dagli stessi disegnatori, che diventano parte integrante del processo creativo. Nasce il cosiddetto “Metodo Marvel”, dal quale escono racconti estremamente innovativi, con un mix di vari generi che coinvolge il lettore come mai era successo finora. Va riconosciuto che buona parte del merito della riuscita di questa innovazione va ai due disegnatori che collaborarono con il baffone sorridente, ovvero Steve Ditko e Jack Kirby, senza i quali nulla di ciò che è venuto dopo sarebbe stato possibile. A sancire il debutto della nuova Era dei comics è il n°1 di Fantastic Four, uscito nel novembre 1961.

Da sinistra Stan Lee, Jack Kirby e Steve Ditko negli anni ’60
La copertina di Fantastic Four n°1

Da allora la Timely viene rinominata Marvel. Il trio sembra inarrestabile e sforna eroi in rapida successione: entro il 1965 esordiscono l’Uomo Ragno (per capire meglio le origini dell’Arrampicamuri leggetevi questo articolo), Thor, Iron Man, Hulk, Daredevil, I Vendicatori, Ant-Man, Dottor Strange, Nick Fury e gli X-Men.
Dal 1972 Stan Lee diventa editore della Marvel. Durante il ventennio che ne segue intraprende iniziative che puntano a sviluppare ulteriormente il suo marchio in altri ambiti come il cinema, senza però raggiungere risultati apprezzabili. Non mancano i momenti di difficoltà: basti pensare, solo per citarne alcuni, alla crisi di vendita al principio della sua carriera da editore o alla bancarotta della sua casa editrice nel 1996. Ciononostante “The Smiling” (uno dei suoi innumerevoli soprannomi) ha sempre saputo uscirne a testa alta, cercando continuamente di adeguarsi ai mutamenti della società e ai desideri dei lettori. I risultati sono sotto i nostri occhi di tutti ancora oggi. Adesso la Casa delle Idee è un’industria verticale che gestisce molteplici aspetti dell’intrattenimento, e i cui personaggi oramai sono dei veri e propri brand. Se si è arrivati ad un simile traguardo è soprattutto grazie a quel simpatico vecchietto sorridente che appare per una manciata di secondi in ogni cinecomic della Marvel.

Ci sarebbero moltissimi altri episodi della vita di Stan Lee che meriterebbero quantomeno di essere citati, e ugualmente sarebbe interessante riflettere su come sia riuscito a mantenere per interi decenni lo status di uomo immagine della sua casa editrice oscurando parecchi suoi collaboratori. Al di là di ogni considerazione, è comunque innegabile che chiunque abbia mai sfogliato un suo albo o visto un film in cui lui compariva gli è in qualche modo debitore. Alla fine si può dire che la sua stessa vita sia stata una storia avvincente degna di essere raccontata in un fumetto e, perché no, pure in un adattamento cinematografico.
“Excelsior!”