Gotham stagione 5 – Luci ed ombre

Il primo giorno di agosto Netflix ha aggiunto al suo catalogo l’ultima stagione di Gotham, una serie che ha dato l’opportunità ai fan del Cavaliere Oscuro di fare un lungo excurus sul mondo di Batman prima che quest’ultimo decidesse di intraprendere la sua crociata contro il crimine, offrendoci un arco narrativo che mette al centro un giovane James Gordon e un Bruce Wayne appena ragazzo, entrambi circondati da futuri preziosi alleati e letali nemici. La serie si è presa fin dall’inizio più di qualche licenza sulla caratterizzazione e sulle vicende dei vari personaggi, non dimenticandosi però di ispirarsi a celebri saghe a fumetti e a versioni cinematografiche che hanno avuto un ruolo fondamentale nel plasmare la figura di Batman nel ventunesimo secolo. Ne è venuto fuori un prodotto altalenante, capace di stupire con scelte coraggiose ed apprezzabili, ma talvolta in grado anche di scadere nel prevedibile o nell’esagerazione fine a se stessa. Gli autori della serie, terminata la quarta stagione, a causa anche un sensibile calo di ascolti, hanno deciso che era il momento di arrivare ad una conclusione e hanno realizzato questa ultima quinta stagione, che è composta solamente da 12 episodi rispetto ai 22 delle quattro precedenti. Il passo d’addio di Gotham non sfigura rispetto a quanto si è visto finora, dando agli spettatori (quasi) tutto quello che si aspettano di vedere, ma rimane la perenne sensazione di qualcosa di incompiuto, o che comunque avrebbe potuto essere migliore di come è stato.

Essendo la stagione conclusiva, buona parte dei personaggi si avvicina sempre di più a come sarà quando l’alter ego di Bruce Wayne diventerà il peggiore incubo del crimine cittadino. I dodici episodi lasciano in secondo piano o fanno sparire completamente diversi comprimari che avevano avuto un ampio spazio nelle stagioni precedenti e si concentrano quasi esclusivamente su Jim Gordon, Harvey Bullock, Bruce Wayne, il maggiordomo Alfred, Selina Kyle, Barbara Kean, Leslie Thompkins, Pinguino e l’Enigmista. La maggior parte di loro non presentano quasi nulla di nuovo e nel corso delle varie puntate non subiscono nessuna particolare evoluzione, eccezion fatta per il futuro crociato incappucciato, Selina e Barbara. Ma se il cammino di Bruce e Selina è sviluppato in maniera coerente ed in linea con quello che si preparano a diventare, non altrettanto si può dire per l’ex fiamma di Gordon, che sarà protagonista di cambiamenti significativi che risultano abbastanza forzati e non coerenti con il percorso che ha visto Barbara passare da fedele compagna di un coraggioso poliziotto alle prime armi a scaltra affarista criminale proprietaria del nightclub “The Sirens”.
Il “malefico duo” formato da Pinguino e dall’Enigmista si dimostra ancora una volta uno dei punti di forza dell’intera serie, grazie ai loro repentini doppi giochi, improbabili macchinazioni e gradevoli gag umoristiche. Anche questa diabolica coppia non riserva grandi sorprese o novità degne di nota, ma si conferma indispensabile per conferire la giusta dose di humour, violenza e imprevedibilità alla stagione.

La trama principale che si sviluppa in quest’ultima dozzina di episodi si riallaccia all’ultima rocambolesca puntata della quarta stagione e ci presenta una Gotham ancora allo sbando totale dopo il crollo dei ponti causato da Jeremiah Valeska che l’hanno isolata dal resto del mondo: divisa in zone di influenza controllate dalle varie gang rivali, abbandonata dal governo, con i cittadini allo stremo delle forze, le uniche speranze di riunificare la città risiedono negli sforzi di Jim Gordon e Bruce, che lottano strenuamente per evitare il caos e ristabilire l’ordine. Ma dall’esterno una figura misteriosa continua a vanificare i loro sforzi e sta architettando un piano spietato per annientare definitivamente la città.

Ispirata in parte allo scenario raffigurato nella saga narrativa a fumetti Batman: Terra di nessuno (1999) e a quello presente nel film di Christopher Nolan Il Cavaliere Oscuro – Il ritorno (2012), la vicenda si fa ancora più tetra e fa debuttare alcuni villain che non erano ancora comparsi, tipo il Ventriloquo, Jane Doe e una sorta di Harley Quinn ante litteram. Ma quello su cui c’erano maggiori aspettative è Bane, che fa la sua apparizione nel decimo episodio; a discapito delle attese si tratta di una versione che fatica assai a reggere il confronto con quelle che l’hanno preceduta – soprattutto con quella interpretata da Tom Hardy – e pure il poco spazio che gli viene concesso non rende certo giustizia ad uno dei cattivi più iconici dell’universo DC.
La storia, suddivisa nelle dodici puntate durante le quali si riscontrano come al solito molteplici rimandi a momenti “batmaniani” topici degli albi a fumetti, coinvolge il giusto e regala qualche sequenza suggestiva, peccato però che persistano spesso e volentieri passaggi troppo affrettati e scelte narrative quantomeno discutibili.

Un discorso a parte merita la dodicesima puntata, intitolata “L’inizio”, che è slegata dalle altre in quanto funge da vero e proprio epilogo della serie, ambientata interamente 10 anni dopo quello che avviene nell’episodio che lo precede. I 40 minuti abbondanti dell’episodio sono pensati appositamente per dare a chi ha seguito l’intera serie fin dal suo debutto l’inevitabile finale: l’arrivo di Batman. Il debutto dell’Uomo pipistrello tuttavia non è nulla di entusiasmante, inserito com’è in una trama conclusiva stracolma di citazioni delle prime stagioni ma che non emoziona fino in fondo né lascia il segno, complice anche i troppi personaggi che vengono appena accennati e che avrebbero meritato un minutaggio superiore, Joker in primis. Ciononostante, va riconosciuto che l’ultima scena è esattamente come ce la si poteva aspettare, e chiude il cerchio in maniera tutto sommato accettabile.

Cala così il sipario su Gotham, una serie tv che era partita molto bene ma che ha finito con l’accartocciarsi un po’ su sé stessa, specialmente a partire dalla terza stagione. Rimane comunque un prodotto imprescindibile per gli appassionati di Batman, che ha avuto il merito di mettere in scena una versione rinnovata e a tratti audace del mondo che circonda il leggendario eroe. Talvolta ha dato l’impressione di voler strafare, altre invece non ha saputo essere all’altezza di trasposizioni televisive del recente passato dell’universo DC (a tal proposito, la serie animata dei primi anni ’90 rimane tuttora il miglior adattamento del Cavaliere Oscuro e del suo mondo per il piccolo schermo). In ogni caso, per chiunque si definisca un vero “Batman fan”, Gotham va assolutamente vista fino alla fine, accettandone pregi e difetti.

Artemis Fowl – Recensione

Come tutti hanno ormai avuto modo di accorgersi, la pandemia ha stravolto i piani delle principali case di produzione, che si sono viste costrette a rinviare di mesi o addirittura a data da destinarsi l’uscita di diversi titoli la cui distribuzione nelle sale era prevista durante i mesi primaverili. La Disney naturalmente non fa eccezione, ma il colosso di Topolino & co. può contare, a differenza di quasi tutti gli altri, su un asso nella manica da non sottovalutare: una piattaforma di streaming di sua proprietà, che in Italia ha debuttato a fine marzo contribuendo a rendere il lockdown nelle case di molti un po’ meno pesante. Tuttavia i vertici disneyani hanno deciso di evitare di bypassare l’uscita nelle sale delle loro produzioni di maggiore richiamo (tipo Black Widow e il live action Mulan, solo per citare le più attese) per metterle direttamente a disposizione degli utenti della loro neonata piattaforma, optando invece per posticiparne il rilascio sul mercato cinematografico. Un film si è però sottratto a questa strategia, e invece di essere distribuito nei nostri cinema il 27 maggio è stato inserito nel catalogo di Disney+ a partire dal 12 giugno. Si tratta di Artemis Fowl, l’atteso adattamento dei famosi romanzi di Eoin Colfer. Frutto di una gestazione produttiva che si trascinava dai primi anni duemila, inizialmente programmato per uscire nell’estate 2019 e poi rimandato di un anno, il fantasy che porta sullo schermo le avventure dell’astuto dodicenne irlandese suscitava curiosità e alte aspettative fin dalle prime foto di scena e dal trailer. Leggere il nome di un regista esperto e di successo come Sir Kenneth Branagh dietro la macchina da presa, insieme ad un cast che comprende un paio di celebri star inglesi, non faceva che rafforzare le già ottime premesse. Col senno di poi la decisione di sottrarlo alla prova del botteghino e di lanciarlo soltanto in streaming doveva suonare come un sinistro campanello di allarme, e difatti il risultato finale è altamente al di sotto di quanto era lecito aspettarsi.

La trama:

Il geniale dodicenne Artemis Fowl Jr. discende da una stirpe di brillanti menti criminali. Rimasto orfano di madre in tenera età, quando suo padre viene rapito da un misterioso nemico durante una delle sue scorribande in giro per il mondo, Artemis decide di fare il possibile per liberarlo. Il rapitore gli fa presto sapere che se vuole riavere suo padre il ragazzo dovrà portargli entro tre giorni l’Aculos, un potentissimo e ambito oggetto magico. Nel corso della sua ricerca il giovane entrerà in contatto con un’antica civiltà di creature fatate che vive nel profondo della Terra, e ingaggerà con essa una rischiosa sfida fatta di astuzie e di colpi d’ingegno per aggiudicarsi il prezioso artificio. Ad aiutarlo nella sua missione ci saranno la fedele guardia del corpo Leale e sua nipote Juliet, la coraggiosa fata Spinella Tappo, e Bombarda Sterro, un nano sovradimensionato abilissimo a rubare qualunque cosa gli capiti a tiro.

Recensione:

Tra i principali punti deboli di questo fantasy d’azione, che dovrebbe avere l’obiettivo di conquistare gli spettatori presentandogli un nuovo universo in cui coesistono magia ed avanguardie tecnologiche, vi è la durata: i 95 minuti scarsi che intercorrono tra l’inizio e i titoli di coda sono decisamente troppo pochi per sviluppare in maniera adeguata il primo romanzo di una serie letteraria di grande successo. Scegliere di concentrare un’avventura di esordio in appena un’ora e mezza comporta in questo caso personaggi scarsamente caratterizzati e monodimensionali, trama costellata di riferimenti non spiegati o lasciati in sospeso, ritmo eccessivamente veloce e una conclusione che lascia con più dubbi che risposte. Perfino le partecipazioni straordinarie di Judi Dench nel ruolo del comandante dell’esercito dei fatati e di Colin Farrell in quello del padre di Artemis sembrano pensate più per attirare interesse nei confronti della pellicola che per contribuire a dare un autentico valore aggiunto al film, ed infatti entrambi sembrano limitarsi a metterci quel minimo di impegno per offrire un’interpretazione passabile.

Anche la mano di un regista non certo di secondo piano come Branagh stenta a vedersi. È strano che un cineasta del suo calibro non sia riuscito a mettere a punto una trasposizione alternativa e di alto livello di quello che può – o poteva – essere il primo capitolo un potenziale nuovo franchise, dal momento che nell’ultimo decennio dirigendo Thor (2011) e il live action Cenerentola (2015) aveva dimostrato di saperci fare con i blockbuster adatti sia per bambini che per gli adulti.
Bisogna riconoscere che sequenze d’azione sono pregevoli e gli effetti speciali nel loro insieme convincono, ma la narrazione manca totalmente di respiro epico e di pàthos. Il vero punto debole del lungometraggio è proprio questo: non emoziona e non coinvolge. Perfino lo stesso Arthemis, che sulla carta dovrebbe essere un protagonista politicamente scorretto (pur essendo ovviamente dalla parte dei buoni) lontano dallo stereotipo dell’eroe ragazzino, qui stenta parecchio a brillare di luce propria e a suscitare l’interesse di chi non ha letto i libri. A tal proposito, è pure probabile che i lettori della saga creata da Olfer abbiano molto da ridire su questo adattamento.

Arthemis Fowl rimane un prodotto di intrattenimento accettabile per chiunque voglia distrarsi per meno di due ore con una storia ricca di azione e popolata da creature appartenenti alla mitologia irlandese, però difficilmente chi al di sopra dei 14-15 anni di età sceglierà di vederlo ne rimarrà entusiasta.
Attualmente qualunque ipotesi relativa ad un eventuale futuro sequel sarebbe azzardata. Forse il baby genio del crimine e i suoi amici meriterebbero una seconda chanche, ma bisogna vedere se la Disney sarà di questo avviso o preferirà accantonare il progetto per dedicarsi ad altro.

L’ascesa del mandaloriano

Pochi giorni fa, come ogni 4 maggio, i fan stellari di tutto il mondo hanno celebrato lo Star Wars Day. Per l’occasione la Disney ha pensato di far uscire in dvd e Blu-Ray l’ultimo controverso capitolo della nuova trilogia della saga degli Skywalker, il famigerato Episodio IX che sembra quasi essere riuscito nell’impresa di sollevare più reazioni negative rispetto al tanto criticato Gli ultimi Jedi. Con l’occasione L’ascesa di Skywalker è stato caricato su Disney+, che fortunatamente al suo interno offre anche altri contenuti di assoluto interesse per tutti gli appassionati dell’universo fantascientifico inventato una quarantina di anni fa da George Lucas. Basta citare ad esempio la serie animata The Clone Wars, che sempre il 4 maggio è giunta alla sua definitiva conclusione con l’arrivo nella piattaforma disneyana del dodicesimo episodio della settima stagione. Ma un paio di giorni prima, precisamente venerdì 1 maggio, nel medesimo canale di streaming era stato caricato l’ottavo ed ultimo episodio della prima stagione di una serie destinata a fare breccia nei cuori del fandom di Star Wars: The Mandalorian.

Le otto parti che compongono la prima esaltante stagione sono un’autentica gioia per gli occhi, in grado di poter essere apprezzata fino in fondo sia da chi conosce a menadito ogni minimo particolare della “galassia lontana lontana”, sia dai neofiti che si avvicinano per la prima volta a questo mondo. Tenendo in considerazione tutti i punti di forza di The Mandalorian e il consenso praticamente unanime di pubblico e di critica il rinnovo per una seconda stagione era praticamente scontato, e le indiscrezioni provenienti dal set riguardanti i nuovi (si fa per dire) personaggi che compariranno e i possibili risvolti che potrebbero esserci nelle vicende dei protagonisti inducono a guardare con ottimismo al prossimo nuovo ciclo di episodi, anche se per ora non ci è dato sapere con certezza quando verranno ultimati e distribuiti.
Eccovi i tre motivi principali per i quali si può considerare The Mandalorian uno dei prodotti più all’avanguardia dello Star Wars Universe:

La storia

Nel corso delle otto puntate la vicenda che si dipana davanti allo spettatore riesce a coinvolgere sin dalle sequenze iniziali. Sembra di ritrovarsi di fronte ad un western di fantascienza in cui sono presenti tutte le caratteristiche tipiche del genere. Il protagonista è un cacciatore di taglie solitario e apparentemente distaccato da tutto e da tutti, dedito soltanto al suo lavoro in cui ha fama di essere uno dei migliori in circolazione. Però quello che doveva essere un incarico come tutti gli altri (ma assai più remunerativo) lo pone di fronte a un bivio cruciale, e una volta scelta la strada da seguire la sua vita cambierà definitivamente. Dopo aver deciso di non “terminare” una strana creatura bambina-l’ormai celebre “Baby Yoda”-per i due inizia una rocambolesca odissea in giro per la galassia che li porterà a cercare rifugio in pianeti ostili, a unirsi a bande poco raccomandabili, a scontrarsi con nemici senza scrupoli, fino a tornare per la resa dei conti finale dove la narrazione ha avuto inizio per la chiusura-momentanea-del cerchio.

Nel corso di questa sensazionale avventura i due impareranno a fidarsi l’uno dell’altro, conosceranno inaspettati alleati e subdoli doppiogiochisti, e il mandaloriano non sarà mai più lo stesso di prima. L’intero racconto ha il merito di essere suddiviso egregiamente in otto parti, ognuna della quali ha una sua organicità interna e, nonostante l’alternanza di vari registi dietro la macchina da presa, il ritmo e la tensione sono sempre distribuiti equamente in tutti gli otto capitoli.

I personaggi

La galleria dei personaggi che ci vengono presentati in questa prima stagione include alcune figure simili ad altre già viste nei vari archi narrativi del franchise ed altre completamente nuove. Il protagonista che dà il titolo alla serie, il misterioso pistolero solitario cresciuto dalla stirpe mandaloriana che scopriremo chiamarsi Din Djarin, è l’eroe indiscusso della storia. Pur avendo la faccia perennemente coperta dall’elmo, dietro al quale si nasconde il volto di Pedro Pascal, si possono intuirne facilmente i suoi sentimenti e si può assistere, di pari passo col lo sviluppo della trama, al suo profondo cambiamento e ad un progressivo disvelamento delle sue origini.

Tuttavia non si sarebbe parlato così tanto di questa prima serie live action di Guerre Stellari se non ci fosse stato l’infante che “Mando” dovrebbe catturare ed invece si ritroverà a proteggere come fosse suo figlio (chi ha già visto le prime puntate saprà benissimo che in realtà si tratta di una creatura cinquantenne ma si sa, il suo illustre omologo Maestro Jedi ha abbandonato le sue spoglie mortali alla veneranda età di 900 anni). Il “Baby-Yoda” di cui tanto si è parlato nei mesi che sono intercorsi tra il debutto americano e quello italiano della serie è il fulcro intorno al quale ruotano tutti gli avvenimenti, ed è incredibile come riesca a suscitare un’immediata empatia grazie ai suoi occhioni fin dalla sua primissima apparizione. Merito del suo enorme successo va attribuito all’accuratezza tecnica che si cela dietro alla sua creazione, che prevede un mix di animazione di burattini e di CGI.

Le altre figure che compaiono nel corso dei primi otto capitoli includono svariati comprimari interpretati da un cast super stellare che comprende nomi altisonanti come Nick Nolte, Werner Herzog, Taika Waititi e Giancarlo Esposito.

La resa scenica

Con un budget di oltre 100 milioni di dollari, un esperto di blockbuster ad alto tasso di spettacolarità come Jon Favreau ad ideare e poi a seguire il progetto in ogni sua fase, il risultato finale non poteva che essere eccellente, ed infatti è proprio così. Complice l’ambientazione in un periodo non ancora oggetto di altre trasposizioni cinematografiche, ovvero il caotico interregno tra la caduta dell’Impero e la nascita della Nuova Repubblica, il mondo stellare in cui si muovono i protagonisti è un elegante commistione di riferimenti ai vecchi film della saga e di nuovi luoghi e creature perfettamente in linea con l’estetica di Lucas. Tutto ciò contribuisce a una resa scenica che rasenta la perfezione. La cura per il dettaglio e la scelta di inquadrature visivamente emozionanti la si può notare soprattutto nelle diverse scene d’azione.

Un piccolo esempio dell’abile maestria riscontrabile in ogni aspetto della lavorazione la si può ammirare nelle splendide illustrazioni che accompagnano i titoli di coda.

Sam Raimi dirigerà il sequel di Doctor Strange!

La notizia circolava già da un bel po’ ma adesso è arrivata la tanto attesa ufficialità comunicata dal diretto interessato: Sam Raimi è stato scelto per dirigere Doctor Strange in The Multiverse of Madness, il seguito del primo lungometraggio dedicato allo Stregone Supremo interpretato da Benedict Cumberbatch uscito nel 2016. Inizialmente la realizzazione del sequel era stata affidata allo stesso regista del primo film, Scott Derrickson, che però ad inizio anno ha deciso di abbandonarne la regia mantenendo soltanto il ruolo di produttore esecutivo a causa di divergenze creative con i Marvel Studios. Negli ultimi mesi si erano fatte sempre più insistenti le voci che davano Raimi in trattative per prendere il posto di Derrickson dietro la macchina da presa, ma fino ad adesso non c’era stata alcuna conferma in merito. Ieri però, intervistato da Comingsoon.net, ci ha pensato lui stesso a fugare ogni dubbio, facendo capire chiaramente che è stato affidato a lui il compito di portare sul grande schermo il secondo capitolo delle avventure soprannaturali di Stephen Strange. L’occasione di parlare del suo ruolo nel progetto gli è stata data quando nel corso dell’intervista gli è stato chiesto di commentare una battuta presente in Spider-Man 2 (2004), in cui veniva fatto un divertente riferimento proprio all’iconico personaggio in questione, che adesso suona quasi come una sorta di premonizione:

A oltre dieci anni di distanza dalla fortunata trilogia di Spider-Man Sam Raimi torna dunque a cimentarsi con un cinecomic, che in questo caso promette di essere un importante punto di svolta per l’imminente “Fase Quattro” del Marvel Cinematic Universe. Con un maestro del suo calibro ad occuparsi della regia e un potenziale narrativo estremamente variegato e suggestivo a disposizione come quello legato a Doctor Strange, è lecito aspettarsi un sequel memorabile che potrebbe tranquillamente rivelarsi migliore del capitolo precedente.

Doctor Strange in The Multiverse of Madness aveva già una data di uscita nei cinema americani fissata per maggio 2021, ma a causa dell’emergenza coronavirus la sua distribuzione è stata recentemente posticipata al 5 novembre 2021. Le riprese avrebbero dovuto cominciare verso maggio-giugno, ma al momento purtroppo non si sa ancora quando sarà possibile iniziarle.

The Mandalorian – Recensione dei primi tre episodi

In un periodo difficile e complesso come quello che stiamo vivendo in questi giorni, dove la maggior parte di noi sono costretti a rimanere l’intera giornata tra le mura domestiche per evitare il propagarsi del contagio, diventa fondamentale più che mai trovare degli appigli che ci consentano di evadere dalla complicata realtà quotidiana che dobbiamo affrontare. Per uscirne a testa alta, desiderosi di riappropriarsi delle abitudini e delle azioni che al momento siamo impossibilitati a fare, è importante trascorrere questo periodo di isolamento cercando di passare il tempo in maniera-per quanto possibile-leggera e spensierata. A darci una grossa mano nel tentativo di alleggerire il clima pesante dell’attualità ci ha pensato Disney+, la piattaforma di streaming della Casa del Topo che da martedì 24 marzo è accessibile anche nel nostro paese (ad un prezzo, sia mensile che annuale, per il momento davvero competitivo).

Tra gli innumerevoli contenuti di assoluto interesse che vi si possono trovare all’interno, tra serie e grandi classici del passato, non mancano però nemmeno dei contenuti inediti progettati esclusivamente per il lancio del servizio. La maggior parte di questi, specialmente quelli provenienti dai Marvel Studios, arriveranno nei prossimi mesi, ma uno, forse il più atteso di tutti, è disponibile fin da adesso: si tratta ovviamente di The Mandalorian, la serie spinoff di Star Wars che è stata pensata appositamente per lanciare in pompa magna la nuova trovata disneyana, e di cui è già stata annunciata una seconda stagione. I più attenti potrebbero aver visto la prima puntata trasmessa in anteprima su Italia 1 domenica 22 poco prima di mezzanotte, moltissimi ne avranno sentito parlare a causa delle immagini di “Baby Yoda” che hanno invaso i social network ancora mesi fa, ma la serie è molto più di quello che potrebbe apparire ad un primo sguardo. La sorpresa parzialmente negativa che coglierà l’utente appena iscritto a Disney+ è che non troverà tutte le puntate della prima stagione pronte per essere guardate, magari con un bel binge watching: è stato purtroppo deciso di mettere a disposizione al debutto solo le prime due puntate, per poi caricare le successive sei con cadenza settimanale ogni venerdì. Per ora dunque si possono visionare soltanto tre capitoli, che tuttavia bastano e avanzano per farsi un’idea abbastanza definita su The Mandalorian. Eccovi una breve recensione, senza spoiler che ve ne rovinino la visione, dei primi tre episodi di un racconto che ci riporta in quella galassia lontana lontana che ormai da 40 anni è entrata nel nostro immaginario collettivo.

La trama:

Dopo il crollo dell’Impero e prima della nascita del Primo Ordine, nell’anno 9 ABY (dopo la battaglia di Yavin), nella galassia regna una situazione complessivamente tranquilla, ma dietro una calma apparente agiscono ancora dei malvagi senza scrupoli fedeli alle decadute istituzioni imperiali. In questo contesto si muove un cacciatore di taglie mandaloriano: è un misterioso guerriero solitario originario del pianeta Mandalore, il ché implica anche la sua appartenenza ad un rigoroso codice etico al quale deve sempre attenersi: una delle sue regole principali, ad esempio, è quella di non togliersi mai l’elmo metallico che indossa. “Mando” (così viene soprannominato dal leader della sua Gilda) è uno dei più bravi nel suo lavoro, che svolge in maniera impeccabile e senza porsi alcun dilemma morale. Cercando una taglia più remunerativa rispetto alle ultime che aveva raccolto, viene messo in contatto con un sinistro committente che gli affida un compito promettendogli un’eccellente remunerazione: dovrà individuare e consegnargli, possibilmente vivo, un soggetto di 50 anni. Non sapendo nient’altro se non l’età dell’obiettivo e la sua posizione, Mando accetta e parte per la sua nuova missione. Quando, superate diverse peripezie, si ritroverà davanti all’individuo in questione, scoprirà che l’incarico era più difficile del previsto, e sarà costretto a compiere delle scelte che rischieranno di cambiare radicalmente la sua vita.

Recensione:

La prima impressione, terminata la visione del terzo episodio, è che questo innovativo spinoff live action sia riuscito ad attingere al meglio dell’universo di Star Wars e che abbia tutte le carte in regola per soddisfare la gran parte degli appassionati del franchise, evitando le polemiche e le proteste che l’ultima trilogia cinematografica si è attirata. Sebbene la vicenda sia ambientata cronologicamente tra fine della prima e il principio dell’ultima trilogia-i fatti si svolgono infatti tra Il ritorno dello Jedi e Il risveglio della Forza-non è presente nessun personaggio già noto: il protagonista ricorda sotto parecchi aspetti il famoso Boba Fett, ma sia lui che ciascuno dei comprimari compaiono qui per la prima volta.

La storia ha svariati richiami alla tradizione dei western, da cui vengono estrapolati alcuni stilemi del genere per essere collocati efficacemente nel contesto fantascientifico della galassia inventata da George Lucas. Paesaggi desolati, cittadine degradate, mercenari spietati e creature minacciose sono una costante nell’arco dei primi 90 minuti suddivisi nelle tre parti finora distribuite. Oltre a ciò non mancano nemmeno quelle caratteristiche che hanno fatto la fortuna della saga stellare: umorismo ben dosato e mai esagerato, pianeti e ambientazioni suggestivi, citazioni e riferimenti agli episodi canonici, sequenze d’azione coinvolgenti e spettacolari.

All’ottima resa scenica danno un contributo essenziale gli effetti speciali, che rendono estremamente dettagliata e curata ogni singola inquadratura in un modo talmente sofisticato che è assai raro riscontrare in una produzione televisiva. Il merito di aver messo a punto un progetto così ben funzionante va senza dubbio all’ideatore che ha pure supervisionato ogni fase della lavorazione, cioè a Jon Favreau, che ha messo in campo tutta la sua competenza e maestria nell’uso delle tecniche digitali.

In un mondo popolato da droidi, alieni ed eroi corazzati dalla testa ai piedi può non essere semplice riconoscere gli attori chiamati a dare il volto-o in certi casi solo la voce-ai vari personaggi. Ciononostante, soffermandosi sui titoli di coda, si potranno individuare i nomi che concorrono a formare un cast superlativo: sotto l’armatura del mandaloriano si nasconde Pedro Pascal, che dopo Game of Thrones e Narcos interpreta qui un altro ruolo iconico che potrebbe consacrarlo definitivamente nel panorama hollywoodiano. In parti secondarie spiccano celebrità del calibro di Nick Nolte, Taika Waititi , e c’è spazio perfino per un cameo del celebre Werner Herzog.

Per quanto riguarda i capitoli successivi è lecito insomma aspettarsi un proseguimento degno di quanto visto fino ad adesso. Ci sarà probabilmente un “Baby Yoda” più presente, anche se si potrebbe ipotizzare che sarà una presenza più dosata e misurata rispetto a quella che avrà nel merchandising. Va detto che allo stato attuale latita la componente femminile, ma da qui alla conclusione quasi sicuramente saprà farsi valere. Non ci resta perciò che attendere il prosieguo delle vicende di quello che, ad oggi, si candida ad essere uno dei migliori prodotti di Lucasfilm degli ultimi vent’anni.

The Batman: il cast è quasi al completo ed anche il titolo di lavorazione è stato svelato!

The Batman, l’attesissimo cinecomic che rilancerà la saga del Cavaliere Oscuro sul grande schermo, sta cominciando lentamente a prendere forma. Le riprese del film dovrebbero avere inizio nei primi mesi del 2020, ma nel frattempo il regista e sceneggiatore Matt Reeves (autore degli ultimi due capitoli de Il pianeta delle scimmie), ha annunciato nel corso di queste ultime settimane il cast che ha scelto per la nuova avventura del pipistrello di Gotham City. Si tratta di un mix di attori che, fra volti noti e talentuose promesse, desta fin da subito molta curiosità e che induce ad aspettarsi un adattamento che possa reggere il confronto con la superlativa trilogia firmata da Christopher Nolan. Questi sono i membri del cast annunciati finora:

Robert Pattinson sarà Batman. Il trentenne ex vampiro di Twilight, che nel suo curriculum può vantare collaborazioni con registi del calibro di Cronenberg ed Herzog, raccoglie l’eredità di Christian Bale e di Ben Affleck e avrà il suo bel da fare nel doppio ruolo di crociato incappucciato e di giovane miliardario.

Andy Serkis, noto per aver animato Gollum ne Il Signore degli Anelli ed apparso recentemente in due cinecomic Marvel, sarà Alfred Pennyworth, il fidato maggiordomo di Bruce Wayne nonché principale aiutante del suo alter ego mascherato.

Jeffrey Wright, conosciuto ai più per avere interpretato Felix Leiter in un paio di 007 con Daniel Craig e per il suo ruolo nella serie Westworld, sarà il commissario Jim Gordon, la fedele spalla di Batman nella lotta contro il crimine.

Zoe Kravitz, figlia del celebre cantante Lenny Kravitz apparsa lo scorso anno in Animali Fantastici- I crimini di Grindelwald, sarà Catwoman, ruolo ricoperto in passato da attrici del calibro di Michelle Pfeiffer ed Anne Hathaway.

Paul Dano, interprete trentacinquenne già apprezzato in diverse pellicole d’autore come Il Petroliere e 12 anni schiavo, sarà l’Enigmista. L’antagonista dell’uomo Pipistrello in passato aveva avuto il volto di Jim Carrey nel non certo impeccabile Batman Forever (1995).

Jon Turturro sarà Carmine Falcone, il boss della malavita acerrimo nemico di Bruce Wayne. L’esperto attore e regista italoamericano sembra adattissimo a calarsi in un ruolo nel quale sembra poter dare il meglio di sé.

Peter Sarsgaard è stato annunciato pochi giorni fa dallo stesso Reeves come new entry nel cast, ma ancora non si sa quale personaggio andrà ad interpretare. Alcuni rumors suggeriscono però che andrà ad impersonare l’iconico villain Due Facce.

Per quanto riguarda le scelte di casting non ancora ufficiali, sembra che Colin Farrell sia vicinissimo ad ottenere la parte del Pinguino, mentre Dave Bautista, l’ex wrestler diventato celebre grazie a I Guardiani della Galassia, potrebbe essere scritturato per indossare la maschera di Bane.

Il titolo di lavorazione del lungometraggio di Matt Reeves, rivelato di recente dal magazine Production Weekly, sarà Revenge (Vendetta).

L’imponente galleria di antagonisti ci suggerisce che il Cavaliere Oscuro dovrà vedersela con parecchi cattivi. Anche per questo sembra che la storia di riferimento per la sceneggiatura potrebbe essere Il Lungo Halloween, la saga a fumetti pubblicata nel 1996 scritta da Jeph Loeb e disegnata da Tim Sale. Finora non ci è dato sapere tanto altro, se non che la vicenda si concentrerà sulle doti investigative del protagonista e sarà ambientata all’inizio della sua crociata contro il crimine di Gotham City.

Le riprese dovrebbero avere inizio a Londra nelle prime settimane del 2020. The Batman verrà distribuito nelle sale americane soltanto a partire dal 25 giugno 2021, ma si potrà avere qualche notizia in più in merito al film quando le riprese saranno ufficialmente cominciate.

Joker – Recensione

Ho sempre pensato alla mia vita come a una tragedia, adesso vedo che è una commedia”

Di solito gli appassionati di cinecomic non guardano con molto interesse alla Mostra del cinema di Venezia, dal momento che è rarissimo che transitino per il Lido alcuni dei lungometraggi tratti dai fumetti che da oltre un decennio fanno a gara per frantumare record d’incassi uno dopo l’altro. Quest’anno tuttavia a molti non sarà sfuggito che in concorso alla settantaseiesima edizione della mostra figurasse il tanto atteso Joker, e tanto meno sarà passata inosservata l’inaspettata vittoria del Leone d’oro di quest’ultimo. Di questa riproposizione sul grande schermo del celebre antagonista di Batman si era in grado di sapere abbastanza fin dall’annuncio della sua realizzazione: un attore poliedrico come Joaquin Phoenix nel ruolo del protagonista, dietro la macchina da presa un regista quasi cinquantenne con alle spalle solo commedie commerciali, trama e personaggi slegati dalle ultime pellicole targate DC. Proprio i recenti insuccessi di pubblico della casa di produzione rivale dei Marvel Studios potevano giustificare un certo scetticismo iniziale intorno a questo nuovo progetto, che però fin dalle prime foto di scena e dal primo trailer appariva in netta controtendenza rispetto allo stile a cui ci aveva abituato la DC Films da un po’ di tempo a questa parte. E adesso che il tanto atteso debutto nelle sale è arrivato, non si può fare a meno di riconoscere la straordinarietà di questa rilettura delle origini di un villain leggendario e affascinante come pochi.

Parlare di capolavoro potrebbe risultare eccessivo, ma indubbiamente si tratta di un film unico, che attinge direttamente a grandi classici del passato e che riesce a trascinare lo spettatore nel graduale percorso che porterà un solitario aspirante comico con dei disturbi psichici a diventare il criminale più temibile di Gotham City, puntando l’attenzione sul lento germogliare del seme della follia in un individuo abbandonato a sé stesso da una società cinica ed indifferente verso il prossimo.

Trama:

In una Gotham City degli anni ’80 sporca e corrotta, Arthur Fleck è un emarginato che sogna di diventare un comico televisivo. Vive in un piccolo appartamento in un palazzo fatiscente con l’anziana madre e si guadagna da vivere pubblicizzando prodotti in strada vestito da clown. Arthur ha una patologia che lo porta a scoppiare a ridere in maniera incontrollata quando si trova sotto stress e che gli impedisce di rapportarsi normalmente con le persone che lo circondano. Dopo aver subito l’ennesimo sopruso, mentre si trova nella metropolitana in abiti di pagliaccio, reagisce ad un pestaggio uccidendo i suoi aggressori. Quello che avrebbe dovuto essere un evento traumatizzante finisce per liberare, attraverso l’uso della violenza, tutto il disagio represso in un’esistenza segnata da traumi e sopraffazioni. Alcuni abitanti intanto vedono nell’omicidio compiuto da Fleck un simbolo di ribellione contro i ricchi della città-tra i quali spicca il miliardario Thomas Wayne-, accusati di pensare solo ad incrementare i propri guadagni sulle spalle della povera gente. Nelle strade iniziano quindi a diffondersi parecchie maschere da clown in omaggio al misterioso killer vestito da pagliaccio a cui la polizia non riesce a dare un’identità.

Recensione:

Fin dalle prime sequenze è evidente che la pellicola si pone in aperto contrasto con i canoni tipici delle trasposizioni dei racconti a fumetti sul grande schermo. A onor del vero, il famigerato supercriminale nemico del Cavaliere Oscuro, apparso per la prima volta in un albo nel 1940 e che da allora ha avuto diversi attori che gli hanno prestato il volto nei vari bat-movie (alcuni convincenti, altri meno), qui è assai diverso dalle sue innumerevoli versioni alternatesi finora sia su carta stampata sia al cinema. Todd Philips ha messo in scena una origin story che prende spunto dall’antagonista di Batman e dalle numerose storie che lo riguardano per narrare una vicenda del tutto diversa e personale. Se qualcuno si illude di ritrovarsi davanti un Joker del tutto simile a quello che ormai è impresso nell’immaginario collettivo rischia di uscire dalla sala deluso. In realtà il regista ha voluto proporre una sorta di dramma psicologico che si focalizza sull’inesorabile incedere della pazzia su una persona che non riesce a farsi comprendere dagli altri, non certo la genesi di un criminale pazzoide. Le principali fonti d’ispirazione di Philips sono le prime opere di Martin Scorsese, in particolare due: Taxi driver (1976) e Re per una notte (1983). Da questi due sono prese pure le tematiche sulle quali ruota l’intero sviluppo della trama: malattia mentale, solitudine, ruolo dei mass media, contesto sociale ostile, violenza improvvisa ed istintiva. Ciò spiega anche la scelta di ambientare la narrazione negli anni ’80, in una Gotham che ricorda moltissimo la New York dove si muovevano i protagonisti dei due capolavori di Scorsese, in entrambi i casi interpretati da Robert De Niro, che qui ha un ruolo che ricalca in pieno quello del suo coprotagonista Jerry Lewis in Re per una notte.

Joaquin Phoenix merita un discorso a sé. La sua bravura nell’immergersi in una parte che avrebbe suscitato inevitabili paragoni scomodi con gli illustri precedenti (Heath Ledger in primis), arrivando perfino a modificare il proprio fisico perdendo circa 25 kg in modo da rendere con ancora maggiore credibilità il disagio esistenziale del suo Arthur Fleck, è semplicemente impressionante. Nella sua performance attoriale ogni minimo tic, sguardo, movimento è studiato alla perfezione e riesce a comunicare il profondo disagio mentale di un pagliaccio infelice che non riesce a far ridere nessuno. Basta pensare alla risata patologica che scaturisce dalla sua bocca per apprezzare l’incredibile lavoro di Phoenix per dare vita ad un’interpretazione che, al di là dei premi ufficiali che potrebbero-o sarebbe meglio dire dovrebbero-attribuirgli, entra di diritto negli annali della settima arte.

Sebbene non abbia praticamente nulla del tradizionale adattamento dai fumetti, è oggettivamente difficile trovare dei difetti a Joker. Si spera che grazie a questo autentico virtuosismo frutto del connubio vincente Todd Philips-Joaquin Phoenix, che la DC abbia finalmente trovato il coraggio di percorrere una strada differente rispetto ai concorrenti storici della Marvel, provando come in questo caso ad offrire un prodotto in merito al quale per forza di cose il colosso recentemente assorbito dalla Disney non è in grado di competere. Probabilmente non potranno arrivare sempre successi stratosferici al botteghino, ma la lezione che ci arriva dal sorriso inquientante del clown di Phoenix è chiara e semplice: cinema d’autore e cinecomic possono coesistere. Parola di Joker.

Spider-Man rimarrà all’interno dell’Universo Cinematografico Marvel!

Era nell’aria già da qualche giorno e finalmente ieri è arrivata la notizia che ha fatto tirare un grande sospiro di sollievo a molti fan: dopo l’annuncio, non più tardi di un mese fa, del mancato rinnovo dell’accordo tra Sony e Disney per la produzione dei film di Spider-Man, adesso arriva il tanto atteso dietrofront. Quella che nella giornata di eri in un primo momento sembrava un’azzardata indiscrezione è stata invece prontamente confermata dal numero 1 dei Marvel Studios Kevin Feige che ha espresso tutto il suo entusiasmo per il prosieguo delle avventure dell’Arrampicamuri all’interno del Marvel Cinematic Universe. I due colossi della distribuzione cinematografica si metteranno dunque al più presto al lavoro per produrre un terzo film con Tom Holland nei panni dell’amichevole Uomo Ragno di quartiere. Il cinecomic ha già una data d’uscita, fissata per il 16 luglio 2021. Perciò lo Spider-Man di Holland proseguirà la sua avventura nell’universo Marvel per almeno un altro lungometraggio, su cui lavorerà lo stesso team creativo che ha dato vita a Homecoming e Far From Home. Non è nemmeno esclusa la partecipazione di Spidey ad uno dei prossimi film della Fase 4 del MCU che partirà ufficialmente nella primavera del 2020 con Black Widow.

Le reazioni entusiastiche dei fan di tutto il mondo non hanno tardato ad arrivare. Ma la reazione più divertente e memorabile non poteva che arrivare dal giovane attore che ha interpretato l’Uomo Ragno dal 2016 fino ad oggi convincendo fin dalla sua prima apparizione pubblico e critica. Tom Holland ha infatti condiviso sul suo profilo Instagram un video che riprende una celebre scena di The Wolf of Wall Street:

Sembra proprio che Holland sia carico a mille per la sua permanenza nell’Universo Marvel, che con il ritorno di uno dei suoi personaggi più iconici può ora contare su un pontenziale di storie da sviluppare che mette i brividi solo a pensarci. Prepariamoci a rimanere strabiliati.

Il Re Leone – Recensione

“Mentre gli altri cercano ciò che possono prendere, un vero Re cerca ciò che può dare.”

Nell’arco di questo 2019 la Disney ha puntato sull’usato sicuro per garantirsi record di incassi al botteghino facendo uscire al cinema tre remake in live action di grandi classici dell’animazione che sono nell’olimpo dei suoi migliori cartoni animati di sempre. A marzo ha aperto le danze il Dumbo di Tim Burton, a maggio è stata la volta di Aladdin con la regia frenetica di Guy Ritchie, ma il progetto indubbiamente più audace e ambizioso è il terzo, cioè quello che ha debuttato nelle sale italiane pochi giorni fa (ma che negli USA è uscito poco dopo la metà di luglio). Il regista Jon Favreau, famoso per aver dato inizio alla serie di cinecomic dei Marvel Studios firmando la regia dei primi due Iron Man e con alle spalle già un live action disneyano (Il Libro della Giungla, 2016), ha deciso di accettare una sfida non da tutti: fare un remake del celebre cartoon del 1994 Il Re Leone utilizzando le tecniche già collaudate con il suo adattamento precedente. Il risultato è un prodotto Disney visivamente spettacolare che tiene incollati allo schermo dal primo all’ultimo minuto, dove però si può riscontrare qualche-forse inevitabile-difetto.

Trama:

Il cucciolo Simba, figlio di Re Mufasa e legittimo erede al trono della Rupe dei Re, è impaziente di crescere e di dominare sui territori della savana su cui ora regna suo padre. Il malvagio Scar, il fratello di Mufasa rabbioso per aver perso definitivamente la speranza di salire un giorno al trono con la nascita del legittimo erede, trama alle loro spalle per liberarsi dell’attuale sovrano e del suo primogenito. Caduto vittima del tremendo piano di Scar, Simba si ritrova esiliato e tormentato dal trauma appena vissuto. Riuscirà, grazie all’aiuto di un’improbabile coppia di amici, a lasciarsi tutto alle spalle e a vivere “senza pensieri”. Il passato tuttavia tornerà presto a farsi vivo, e il leoncino, divenuto ormai adulto, dovrà ritrovare in sé la forza per affrontare il suo destino e reclamare ciò che gli spetta di diritto.

Recensione:

Quando ci si trova davanti ad un live action targato Disney spesso i fan e i critici vi si approcciano senza mezze misure. C’è chi li ritiene assolutamente insensati ed utili soltanto ad assicurare ai produttori un guadagno facile basato sulla notorietà del classico d’animazione originale, mentre invece c’è chi non li disdegna e ne sa apprezzare le innovazioni che talvolta vi si possono trovare sia all’interno della vicenda sia a livello tecnologico. Al di là di come uno la pensi, non si può negare che quest’ultima fatica di Jon Favreau valga la pena di essere ammirata se non altro per la straordinaria accuratezza e l’incredibile utilizzo degli effetti speciali che non possono lasciare indifferenti neanche i più scettici. A voler essere pignoli non si tratta nemmeno di un vero e proprio “live action”, in quanto i vari animali sono fotorealistici, cioè interamente realizzati al computer, e le ambientazioni-eccetto una-sono state progettate attraverso un motore grafico. In un contesto artificiale in ogni suo dettaglio verrebbe da immaginarsi uno scenario amorfo e innaturale, ed invece l’effetto è notevole. Per buona parte del lungometraggio le inquadrature e i punti di vista ricalcano fedelmente quelli del cartone, e spesso è facile rimanere a bocca aperta nell’osservare come i movimenti dei leoni o i paesaggi africani prendono vita in una veste nuova e coinvolgente.

Sebbene in questo senso la scommessa possa dirsi riuscita, bisogna riconoscere che sul piano emozionale qualcosa si finisce per perdere, specialmente nei momenti culminanti. I felini “digitali” faticano a tratti a trasmettere in maniera autentica i loro stati d’animo usando il solo sguardo, e di conseguenza trasmettono meno emozioni rispetto ai loro omologhi di inizio anni ’90.


Tra gli aspetti positivi del film vanno incluse delle sequenze aggiuntive che ampliano la trama e danno maggiore importanza alla storia di alcuni protagonisti, in particolar modo quelli femminili. Pure i dialoghi, almeno rispetto alla versione doppiata in italiano del classico del 1994, acquisiscono nuova linfa. Senza tradire lo spirito o il messaggio di fondo che hanno contribuito a decretare il trionfo de Il Re Leone 25 anni fa, qua si ha l’opportunità di sentire battute diverse ma altrettanto efficaci e permeanti, sopratutto per quanto riguarda Mufasa.

In un simile riadattamento, dove non c’è la presenza di un solo essere umano, è evidente che le voci rivestono un’importanza ancora maggiore. Le scelte italiane del doppiaggio risultano tutto sommato discretamente funzionanti. Luca Ward e Massimo Popolizio danno prova di tutta la loro bravura prestando la loro voce rispettivamente a Mufasa e Scar, e pure il duo Edoardo LeoStefano Fresi se la cava alla grande doppiando l’inseparabile coppia Timon e Pumbaa. La scelta di far doppiare Simba e Nala adulti a due cantanti del calibro di Marco Mengoni ed Elisa invece presenta luci ed ombre: i due sono piacevolissimi da sentire quando si tratta di cantare, un po’ meno quando si cimentano con i dialoghi. La colonna sonora di Hans Zimmer, modificata leggermente dallo stesso rispetto alle musiche che aveva composto cinque lustri fa, riesce nel suo intento di commuovere ed emozionare.

Questo remake del Re Leone è destinato ad entrare nella storia del cinema per la portata innovativa del suo processo realizzativo e per l’uso rivoluzionario della tecnologia digitale. Qualcuno potrà dire, e non avrebbe neanche tutti i torti, che per quanto la resa scenica sia impeccabile la magia dell’originale animato sia difficile da trovare nei 118 minuti di durata. Ciononostante si tratta di una versione ad alto tasso di spettacolarità che ricalca degnamente il soggetto di partenza, per merito della quale il pubblico potrà riscoprire un magnifico capolavoro della Disney finora mai eguagliato.

Si interrompe la collaborazione tra Disney e Sony e Spider-Man abbandona il Marvel Cinematic Universe!

Spider-Man lascia il Marvel Cinematic Universe. Il mancato accordo tra Marvel e Sony, annunciato da Deadline, implica il ritorno del personaggio nelle sole mani di Sony, che aveva prodotto tutti i cinecomic dell’Arrampicamuri fino al 2014. Marvel e Sony si erano accordate nel 2015 per consentire l’inserimento dell’Uomo Ragno all’interno del Marvel Cinematic Universe: in cambio i Marvel Studios si erano impegnati a produrre i film di Spider-Man, dividendosi gli incassi con la Sony. Secondo alcune indiscrezioni l’accordo prevedeva che i Marvel Studios incassassero il 5% degli incassi di questi cinecomic raggiunti nel primo giorno di programmazione e i diritti esclusivi su tutto il merchandise. Da questa collaborazione erano scaturiti tre lungometraggi dei Marvel Studios con la partecipazione di Spidey (Captain America: Civil War, Avengers: Infinity War ed Avengers: Endgame) e due Spider-movie: Homecoming (2017) ed il recentissimo Far from Home.

Attualmente non si sa ancora molto sui reali motivi che hanno causato il mancato rinnovo dell’accordo, grazie (anche) al quale Endgame è riuscito a guadagnarsi il titolo di film di maggior incasso della storia del cinema e Far From Home ha da poco superato il record di Skyfall diventando il film Sony più redditizio di sempre al botteghino. Pare che all’origine dell’interruzione della collaborazione ci sia stata la proposta da parte dei Marvel Studios, dal 2015 interamente controllati dalla Disney, di una divisione più equa degli incassi e di un minore coinvolgimento di Kevin Feige nella produzione dei cinecomic Sony dedicati all’Uomo Ragno, mantenendo comunque il controllo totale sul merchandise. Sony avrebbe rifiutato la proposta e questo avrebbe portato a far saltare la trattativa. Può anche essere che con la recente acquisizione di Fox della Disney (che implica il futuro ingresso degli X-Men e dei Fantastici 4 nell’Universo Marvel), Feige e compagnia abbiano pensato che per il momento possono pure rinunciare al Tessiragnatele. Quel che è certo è che per ora non vedremo nuovamente Spider-Man in altre pellicole dei Marvel Studios. Tom Holland e Jon Watts, regista degli ultimi due lungometraggi di Spidey, hanno un contratto valido per altri due film, ma per il momento sembra che i prossimi capitoli con Holland correranno su un binario diverso rispetto ai cinecomic prodotti da Feige.

Non si sa se questa inaspettata rottura metterà definitivamente la parola fine alla collaborazione tra i due studi cinematografici. Quel che è certo è che diversi progetti sui quali si vociferava in questi mesi potrebbero non vedere mai la luce, e che sia Disney che Sony potrebbero pentirsi in tempi brevi di non aver trovato un compromesso dal quale avrebbero potuto continuare a beneficiare entrambe.

Questa potrebbe essere la tipica reazione di un fan della Marvel dopo aver letto che “l’amichevole Spider-Man di quartiere” non farà più parte del MCU…