Ricordando Stan Lee

Lunedì 12 novembre 2018 è una data che la maggior parte degli appassionati di fumetti non dimenticherà tanto facilmente: in quella serata è stata annunciata la dipartita del grande Stan Lee, il fondatore della Marvel per come la conosciamo oggi e creatore di numerosissimi supereroi entrati ormai nell’immaginario collettivo. Per tanti Lee era conosciuto principalmente a causa delle sue immancabili, brevi e spesso esilaranti apparizioni nelle pellicole dedicate ai personaggi nati dalla sua fantasia. Ma Stan Lee era assai più di questo. È stato un instancabile innovatore, un formidabile creativo che ha dato vita a un’infinità di super-umani che hanno suscitato fin da subito l’entusiasmo del pubblico. In un’epoca in cui il fautore delle gesta eroiche era un essere quasi invincibile dotato di poteri alieni o un miliardario che combatteva il crimine grazie ad un’attrezzatura altamente tecnologica, Lee ha avuto l’intuizione (e la sfrontatezza) di proporre una versione dell’eroe più vicina alla gente comune Spesso e volentieri questi non era altro che una persona ritrovatasi suo malgrado ad avere abilità fuori dal normale, e da quel momento in poi lottava costantemente per trovare un equilibrio tra una vita normale e la responsabilità di usare i suoi poteri a fin di bene. L’approccio rivoluzionario di Lee al mondo superoistico ha fatto sì che chiunque potesse immedesimarsi nelle sue creature, proponendo un nuovo modello di narrare le storie eroiche che ancora adesso si dimostra vincente, sia sulla carta stampata che sul grande schermo. Ma chi era davvero Stan Lee e quali sono le origini dietro la creazione del suo meraviglioso mondo di fumetti?

Stanley Martin Lieber nasce a New York il 28 dicembre 1922. I suoi genitori sono una coppia di immigrati romeni ebrei che vivono in un piccolo appartamento nel Bronx. Le difficili condizioni familiari portano il piccolo Stan a cercare uno svago andando al cinema e leggendo molto, da H. G. Wells a Shakespeare. Si appassiona in particolare anche ai pulp magazine, delle riviste a basso prezzo di racconti fantastici e popolari. Fin da giovane inizia a mostrare subito il suo carattere esuberante e fuori da ogni schema; basti pensare che a 17 anni scrisse sul soffitto di una scuola “Stan Lee is god”, coniando così lo pseudonimo che lo accompagnerà per tutta la vita. Sul finire degli anni ’30 viene assunto grazie al fratello di sua mamma in una casa editrice di fumetti, la Timely Publications, dove deve occuparsi di svariate mansioni. La paga è misera ma lui non si scoraggia e nel giro di pochi giorni propone già a Simon e Kirby, autori della testata principale della Timely Captain America Comics, un racconto completamente nuovo, che verrà pubblicato il 5 agosto 1941. Lee viene presto nominato direttore editoriale, carica che ricoprirà solo pochi mesi prima di venire arruolato nei Signal Corps, i corpi di comunicazione dell’esercito americano. Terminato il conflitto, sembra che le cose per lui non possano andare meglio: la Timely sotto la sua direzione riscuote un successo crescente, nel 1947 sposa una modella inglese e nel 1950 diventa papà di Celia. Tuttavia, la campagna sociale e mediatica che si scatena contro i fumetti nei primi anni ’50 porta ad un drastico calo delle vendite e ad un ridimensionamento generale del settore; il Comics Code Authority, un codice di autoregolamentazione interno, non fa che peggiorare le cose. La prima a capire che è il momento di cambiare è la DC Comics, che ripropone i suoi pezzi forti in maniera più leggera e meno violenta. Stan si mette sulla stessa lunghezza d’onda, ma con un’intuizione che si rivelerà rivoluzionaria: per la creazione delle storie si fa affiancare dagli stessi disegnatori, che diventano parte integrante del processo creativo. Nasce il cosiddetto “Metodo Marvel”, dal quale escono racconti estremamente innovativi, con un mix di vari generi che coinvolge il lettore come mai era successo finora. Va riconosciuto che buona parte del merito della riuscita di questa innovazione va ai due disegnatori che collaborarono con il baffone sorridente, ovvero Steve Ditko e Jack Kirby, senza i quali nulla di ciò che è venuto dopo sarebbe stato possibile. A sancire il debutto della nuova Era dei comics è il n°1 di Fantastic Four, uscito nel novembre 1961.

Da sinistra Stan Lee, Jack Kirby e Steve Ditko negli anni ’60
La copertina di Fantastic Four n°1

Da allora la Timely viene rinominata Marvel. Il trio sembra inarrestabile e sforna eroi in rapida successione: entro il 1965 esordiscono l’Uomo Ragno (per capire meglio le origini dell’Arrampicamuri leggetevi questo articolo), Thor, Iron Man, Hulk, Daredevil, I Vendicatori, Ant-Man, Dottor Strange, Nick Fury e gli X-Men.
Dal 1972 Stan Lee diventa editore della Marvel. Durante il ventennio che ne segue intraprende iniziative che puntano a sviluppare ulteriormente il suo marchio in altri ambiti come il cinema, senza però raggiungere risultati apprezzabili. Non mancano i momenti di difficoltà: basti pensare, solo per citarne alcuni, alla crisi di vendita al principio della sua carriera da editore o alla bancarotta della sua casa editrice nel 1996. Ciononostante “The Smiling” (uno dei suoi innumerevoli soprannomi) ha sempre saputo uscirne a testa alta, cercando continuamente di adeguarsi ai mutamenti della società e ai desideri dei lettori. I risultati sono sotto i nostri occhi di tutti ancora oggi. Adesso la Casa delle Idee è un’industria verticale che gestisce molteplici aspetti dell’intrattenimento, e i cui personaggi oramai sono dei veri e propri brand. Se si è arrivati ad un simile traguardo è soprattutto grazie a quel simpatico vecchietto sorridente che appare per una manciata di secondi in ogni cinecomic della Marvel.

Ci sarebbero moltissimi altri episodi della vita di Stan Lee che meriterebbero quantomeno di essere citati, e ugualmente sarebbe interessante riflettere su come sia riuscito a mantenere per interi decenni lo status di uomo immagine della sua casa editrice oscurando parecchi suoi collaboratori. Al di là di ogni considerazione, è comunque innegabile che chiunque abbia mai sfogliato un suo albo o visto un film in cui lui compariva gli è in qualche modo debitore. Alla fine si può dire che la sua stessa vita sia stata una storia avvincente degna di essere raccontata in un fumetto e, perché no, pure in un adattamento cinematografico.
“Excelsior!”

Daredevil – Stagione 3 – Recensione

Le prime immagini della terza stagione della serie dedicata al diavolo di Hell’s Kitchen erano state inserite al termine dei titoli di coda dell’ultima puntata della seconda stagione di Iron Fist, e pochi giorni dopo l’uscita di quest’ultima sono state diffuse in un teaser a sé stante: si tratta di pochi secondi durante i quali si vedeva il protagonista all’interno di un confessionale, sofferente ma risoluto, dire:”Preferisco morire come il Diavolo che vivere come Matt Murdock”. Queste parole riescono a rendere molto bene i presupposti alla base della terza stagione di Daredevil, disponibile in streaming su Netflix dal 19 ottobre. Le nuove puntate arrivano a oltre un anno di distanza dall’ultima apparizione dell’avvocato cieco nel crossover Defenders (2017), e dimostrano che la lunga attesa non è stata vana. Il terzo capitolo delle avventure del diavolo custode è un oscuro viaggio che ridisegna il percorso dell’eroe, uno scontro senza esclusione di colpi tra bene e male, una ricerca disperata della giustizia ostacolata dal ripresentarsi di fantasmi del passato. Man mano che si procede con gli episodi si ha la conferma di essere davanti al miglior prodotto del binomio Marvel-Netflix, che ha saputo offrire al pubblico una trasposizione autentica e al tempo stesso coraggiosamente innovativa di uno degli eroi più affascinanti della casa editrice di fumetti fondata oltre mezzo secolo fa da Stan Lee.

Trama

Al termine della battaglia combattuta insieme ai Defenders Matt Murdock era stato dato per morto, poiché il suo alter ego vestito di rosso si era sacrificato per salvare i suoi compagni ed era rimasto all’interno di un edificio crollatogli addosso. Ora si scopre che Matt è miracolosamente sopravvissuto, ma riporta numerose ferite, sia interne che esterne. A prendersi cura di lui ci pensano padre Lanthom e suor Maggie, che l’aveva accolto in orfanotrofio quando era rimasto orfano. Murdock comincia lentamente a guarire. Decide poi di riprendere la sua missione con metodi più estremi, tenendo lontane le persone a lui care. Karen e Foggy intanto hanno preso strade differenti: lei continua a fare la giornalista al New York Bullettin ed è convinta che il suo amico con la doppia vita non sia morto, lui invece sembra essersi rassegnato e continua la sua carriera di avvocato. Nel frattempo Wilson Fisk dal carcere stringe un accordo con l’FBI e riesce a farsi trasferire in un appartamento privato sorvegliato dai federali notte e giorno; da lì ricomincia a tessere le fila della sua potentissima rete criminale. Venutolo a sapere, Matt si attiva subito per trovare un modo per fermarlo. Tuttavia si renderà presto conto che è una battaglia troppo grande per un uomo solo, e tonerà a collaborare con i suoi due amici. Fisk naturalmente non rimarrà a guardare e risponderà mettendo ai suoi ordini un sicario con una mira formidabile.
La storia è liberamente ispirata al ciclo Born Again di Frank Miller (1986).

Recensione

L’intera stagione può essere vista come una sorta di ritorno alle origini. I trascorsi accaduti nella seconda stagione appaiono molto distanti e vengono a malapena citati, mentre i fatti di Defenders vengono ripresi, per ovvie ragioni, soltanto nelle puntate iniziali. Ed è proprio guardando i primi episodi che si ha la sensazione di osservare il protagonista ripartire da un nuovo Anno zero e deciso, in seguito alle troppe delusioni, a ripensare il suo ruolo di guerriero mascherato. Il filo si riallaccia così alla prima stagione, dalla quale riemergono diversi volti. Il simbolo emblematico di questa specie di rinascita è rappresentato dal ritorno della tuta nera con la quale Matt aveva mosso i primi passi nella sua lotta al crimine (non aspettatevi quindi di rivederlo con il tradizionale costume rosso con le corna, che sarà sì presente, ma non indossato dal suo legittimo proprietario).


Mentre “l’uomo senza paura” riparte da capo, parallelamente un grande cattivo prepara un piano che mira a farlo tornare a dominare sulla città, travolgendo tutti quelli che gli si oppongono. Lo scontro, quasi sempre a distanza, tra i due è il vero punto di forza di questo terzo arco narrativo. Merito sicuramente delle performance dei due attori, ma specialmente di Vincent D’Onofrio, che impersona il suo Wilson Fisk facendone trasparire tutta la follia e perfidia anche con il solo sguardo. Ad accrescere il livello della tensione ci pensa un altro antagonista, che irrompe prepotentemente fin da subito e ben presto si rivelerà essere un avversario dalle abilità straordinarie. A stupire in positivo è l’efficacia con cui viene inserito un villain del genere, ricco di sfaccettature e complessità, in un contesto che non rinuncia mai a mettere in scena ogni figura, sia nuova che vecchia, mettendone in luce le contraddizioni e le fragilità. La cornice realistica che fa da sfondo agli eventi è la solita Hell’s Kitchen, un quartiere-città che si mostra fragile e incline alla corruzione, similmente alla Gotham del Cavaliere Oscuro di Nolan.
Arrivata al terzo ciclo a quattro anni dal debutto, la serie mostra la sua netta superiorità rispetto alle altre della Marvel presenti su Netflix sotto molteplici aspetti, non da ultimo la qualità della regia e di alcune sequenze d’azione. Oltre ad un discreto uso delle luci e delle ombre, spiccano gli effetti sonori che stimolano il coinvolgimento dello spettatore e il ricorso a parecchi flashback inseriti con eleganza e di estrema importanza per comprendere fino in fondo un determinato momento. Ai combattimenti invece va riservato un discorso a parte: ne sono presenti almeno tre o quattro che garantiscono un alto indice di spettacolarità e di intrattenimento, grazie a dei piani sequenza che di rado vengono utilizzati così bene in un prodotto televisivo (per chi conosce bene le due stagioni precedenti non si tratta certo di una novità, e se ne avrà la conferma quando ammireranno la lotta di Matt in un corridoio pieno zeppo di carcerati intenzionati a non farlo uscire vivo dalla prigione).

Per quanto riguarda i difetti non è affatto semplice trovarne. Probabilmente la presenza di tante sottotrame non agevola la concentrazione sul plot principale, che talvolta risulta un po’ dilatato. Ciò è riconducibile al solito format di tredici puntate di durata variabile dai 45 ai 60 minuti, che spesso e volentieri costringe gli sceneggiatori a mettere troppa carne al fuoco.

La terza stagione di Daredevil si presenta dunque unendo il meglio delle due che l’hanno preceduta. Vista la recente cancellazione, dopo appena un paio di stagioni, di Luke Cage ed Iron Fist, l’intero futuro della collaborazione tra Marvel e Netflix è una gigantesca incognita. Visto l’ottimo risultato finora ottenuto, conviene sperare che il Diavolo riesca a non farsi trascinare a picco e torni a vigilare nell’ombra sul suo quartiere una quarta volta.

Venom – Recensione

Trascorsi pochi giorni dall’inizio dell’autunno, verso la fine di un 2018 che ha visto trionfare ai botteghini cinecomic di assoluto valore come il sorprendente Black Panther e l’indimenticabile Avengers: Infinity War, è uscita nelle sale una delle trasposizioni più attese dell’anno: il letale simbionte alieno della Marvel, meglio conosciuto come Venom, arriva nei cinema italiani con tutta la sua ferocia e potenza. Dopo un’apparizione da comprimario che si era attirata numerosissime critiche in Spider-Man 3 (2007), il nemico dell’Arrampicamuri questa volta si ritaglia un ruolo da protagonista indiscusso in una produzione che si prefissa lo scopo di rilanciare definitivamente un villain che da sempre affascina i fan della Casa delle Idee.

La notizia che sarebbe toccato a niente di meno che a Tom Hardy il compito di impersonare il celebre antagonista dava il diritto di aspettarsi, se non qualcosa di sensazionale, quantomeno un adattamento degno di essere ricordato. Peccato che il risultato finale lasci un po’ di amaro in bocca, dal momento che ci si trova davanti ad un prodotto sicuramente godibile ma da cui non emerge nulla di innovativo o di davvero coraggioso. Viene quasi da ipotizzare che senza la presenza di un bravissimo attore come Hardy Venom sarebbe sprofondato in una totale mediocrità.

La trama

Eddie Brock è un intraprendente giornalista investigativo con una sfrontatezza eccessiva che ha finito per comprometterne la carriera. Il magnate Carlton Drake, a capo della Life Foundation, entra in possesso di alcuni simbionti alieni arrivati sulla terra per aver contaminato un organismo umano durante una missione spaziale. Drake, ossessionato da una possibile integrazione degli stessi con l’essere umano, effettua dei test su alcune cavie che però muoiono all’istante. Eddie prova a far luce su queste morti e a causa della sua intromissione perde il lavoro e la fidanzata. Ormai scoraggiato, gli si presenta all’improvviso l’opportunità di infiltrarsi di nascosto nei laboratori. Al suo interno Brock viene contagiato dal parassita, che contrariamente alle previsioni si innesta immediatamente dentro di lui. Inizialmente spaventato, il giornalista tenta di liberarsene, ma scoprirà presto un’inaspettata sintonia con Venom, che sembra avere un’aggressività fuori dal comune difficile da tenere a bada.

Recensione

Considerate le caratteristiche del personaggio in questione e dando uno sguardo alle sue vicende nei fumetti, c’era da auspicarsi un cinecomic che mostrasse le gesta del simbionte umanizzato senza alcun tipo di filtro o censura. Un fantasy dalle forti tinte horror sarebbe stato il format migliore per offrire al pubblico una fedele riproposizione del super cattivo, e il primo trailer rilasciato dalla Sony faceva ben sperare in tal senso. La realtà però si mostra abbastanza diversa, dato che ci viene presentato un film con i pregi e i difetti tipici di tante produzioni dello stesso genere. La prima parte ad esempio stenta a decollare, essendo troppo incentrata nel farci assistere alla vita di Brock-Hardy antecedente al suo incontro con la creatura aliena e ad illustrare i presupposti per la genesi di Venom. Per quanto non ci siano minuti di noia assoluta, aspettare quasi un’ora prima di poter ammirare l’irrefrenabile reporter entrare in piena simbiosi con l’entità venuta dallo spazio non aiuta lo spettatore a farsi trascinare da quello che sta guardando. Un’ulteriore nota dolente proviene dagli altri membri del cast, tra i quali non se ne trova uno degno di nota; ciò è dovuto probabilmente ad una scelta di casting che ha puntato tutto sull’interprete principale, tralasciando tuttavia il resto. La stessa Michelle Williams, attrice capace di dar vita in passato a ruoli memorabili, qui non dà certo il meglio di sé. A spiccare in negativo è indubbiamente il malvagio di turno, totalmente privo di carisma e di qualsivoglia fascino. Ciò lo si nota soprattutto verso la conclusione, quando si arriva ad uno scontro finale caotico e prevedibile. La regia di Ruben Fleischer risulta nel complesso anonima, senza grandi trovate né gravi lacune.

La pellicola regala delle buone sequenze in una seconda parte dove emerge in maniera piuttosto efficace il rapporto-che all’inizio è estremamente conflittuale ma va pian piano trasformandosi in un’interdipendenza reciproca -tra Eddie e la sua controparte. La “coabitazione” tra i due comporta dei momenti di pura comicità, alcuni ben riusciti, altri meno. Gli effetti speciali si fanno apprezzare, in special modo quando l’unione tra umano e l’oscuro organismo senziente dà forma all’antieroe cannibale: le sue sembianze sono convincenti quanto basta da far impallidire la versione apparsa nella trilogia di Raimi. Il vero punto di forza resta comunque la performance di Hardy, capace di cucirsi addosso il ruolo e di interpretarlo con incredibile naturalezza. D’altronde, per uno che una manciata di anni fa ha dato prova del suo straordinario talento calandosi nei panni di Bane in The Dark Knight Rises (2012), stavolta per lui sarà stato un gioco da ragazzi tornare a cimentarsi con un altro villain proveniente dal mondo dei comics.

Conclusioni

Anche se Venom riscuoterà un eccellente risultato al botteghino, si ha la sensazione che per certi versi non si sia osato quanto era necessario per una sua completa riuscita. Scommettere su un taglio ancora più cruento (con buona pace della censura), rendendo l’alter ego di Eddie Brock un autentico villain-e non un soggetto che combatte il male a sua volta-avrebbe potuto lasciare un segno indelebile nella filmografia fumettistica. Recenti dichiarazioni rilasciate da Hardy che fanno riferimento ad un taglio notevole di materiale girato in post produzione (con ogni probabilità scene violente) non fanno che aumentare l’amaro in bocca.
Da quanto emerge dall’ormai immancabile sequenza dopo i titoli di coda il sentiero per il pressoché scontato sequel pare già tracciato. Nonostante ciò, sarebbe veramente interessante vedere, un giorno, il confronto tra questo Venom e lo Spider-Man di Tom Holland. Per ora si tratta soltanto di un’ipotesi suggestiva, ma in futuro mai dire mai!

Ant-Man and the Wasp – Recensione

Nelle estati degli ultimi anni, che come si sa sono tradizionalmente povere di titoli di grande attrattiva, i Marvel Studios corrono puntualmente in soccorso del loro pubblico proponendo dei cinecomic dal tono quasi sempre leggero e spensierato (sapendo benissimo che le storie ricche di pathos e drammaticità si concilierebbero a fatica con il clima estivo). Se a luglio dell’anno scorso era toccato allo scoppiettante Spider-Man: Homecoming allietare i fan dei supereroi nel bel mezzo dell’estate, quest’anno l’attesa è stata più lunga, ma le tempistiche della distribuzione italiana ogni tanto possono riservare qualche spiacevole sorpresa. Uscito il 6 luglio negli USA, ora approda finalmente anche nel nostro Paese il sequel dedicato al più-relativamente-piccolo supereroe del pianeta Marvel, l’Uomo Formica Ant-Man. Siamo davanti ad un personaggio non certo famoso come altri Avengers, ma il cui debutto sul grande schermo nel 2015 aveva raccolto un consenso per certi versi inaspettato. Questo secondo capitolo ricalca le orme del primo sviluppando meglio alcuni aspetti e mettendo in scena una storia impreziosita da un cast stellare e da un umorismo ben dosato.

La trama

Sono passati quasi tre anni dagli eventi narrati in Civil War (2016), cioè da quando Scott Lang, alias Ant-Man, era andato in soccorso di Captain America a Lipsia nello scontro con Iron Man & co. Ora Scott è agli arresti domiciliari per aver violato gli Accordi di Sokovia, è costretto a vedere sua figlia solo nel weekend e ha chiuso del tutto i rapporti con il dottor Hank Pym e con sua figlia Hope, che non gli hanno perdonato la scelta di schierarsi con Cap che aveva comportato il suo arresto e aveva fatto diventare loro due dei ricercati dall’FBI. Proprio quando sta per terminare di scontare la sua pena, Scott fa uno strano sogno durante il quale sembra stabilire un contatto con Janet, la mamma di Hope intrappolata da trent’anni nel mondo quantico subatomico in seguito ad una missione a cui aveva preso parte con suo marito e nella quale era stata costretta a sacrificarsi per evitare un disastro nucleare. Dopo aver scoperto che Janet è ancora viva, Hank e sua figlia tornano a lavorare con Scott per cercare di farla tornare dal regno del Quantum. A mettergli i bastoni tra le ruote ci penseranno Ghost, una misteriosa donna col potere di attraversare la materia e l’uomo d’affari Sonny Burch, entrambi determinati ad impossessarsi della ricerca messa a punto dal dottor Pym per riavere sua moglie. Ma stavolta ad aiutare Ant-Man ci penserà la stessa Janet, che con addosso il costume di Wasp progettato dal padre si rivelerà un’alleata di vitale importanza.

Recensione

La “Guerra Infinita” che ha fatto capolino a fine maggio rappresenta, da un punto di vista prevalentemente narrativo, uno spartiacque per gli eroi dell’Universo Marvel dal quale non sarà possibile tornare indietro. Prima però di capire che direzione prenderà il nuovo corso-e magari chi ne farà parte-il sequel di Ant-Man (2015) offre una ventata di leggerezza e divertimento che dimostra un’altra volta l’assoluta abilità dei Marvel Studios di passare con estrema facilità da un kolossal bellico-fantascientifico come Infinity War ad una produzione di puro intrattenimento per tutte le età come questa seconda avventura che vede il ritorno dell’Uomo Formica e dei suoi amici. Nonostante si possano notare svariate somiglianze con il primo capitolo, è chiaro che il regista Peyton Reed ha voluto tentare di compiere un passo in avanti rispetto al suo precedente lavoro: senza rinunciare a degli ottimi effetti speciali, ha deciso di puntare su un’azione maggiormente corale e abbastanza diversa da quella viste nei cinecomics degli ultimi mesi. Manca innanzitutto un villain vero e proprio, in quanto gli antagonisti presenti o vengono mostrati in una prospettiva decisamente umana o non appaiono comunque in grado di compiere azioni estreme o catastrofiche. Ciò contribuisce a dare alla storia un tono meno epico ma senza dubbio più leggero che si adatta benissimo alle caratteristiche dei protagonisti. Il ladruncolo cialtrone ritrovatosi quasi per caso a diventare un eroe capace di ingrandirsi e rimpicciolirsi a suo piacimento interpretato dal convincente Paul Rudd-che anche in questa occasione ha collaborato alla stesura della sceneggiatura-ritorna con tutti i punti di forza che ne avevano decretato il successo tre anni fa; a sorprendere positivamente è l’altro insetto del titolo della pellicola, la Wasp con il volto dell’affascinante Evangeline Lilly. Già il suo ruolo nel film che aveva presentato Ant-Man al pubblico aveva fatto intuire le sue grandi potenzialità come spalla di Scott Lang, ed ora il definitivo debutto in costume di vespa lo conferma in pieno. L’inedita coppia di super insetti mostra da subito un’eccellente alchimia, dalla quale però ne esce nettamente rafforzata la parte femminile. Se proprio si vuole trovare un difetto a questo nuovo cinefumetto è la scarsa rilevanza che finisce per assumere il personaggio principale man mano che passano i minuti. Merito indubbiamente di una brava interprete e di un maggiore spazio lasciato al gioco di squadra, anche se a tratti pare che il coprotagonista sia Scott, e non Janet.

Inutile dire che i due mostri sacri presenti nel cast brillano di luce propria ogni qual volta vengono inquadrati. Non tutte le produzioni possono vantare l’accoppiata Michael Douglas e Michelle Pfeiffer, e qui i loro ruoli rubano letteralmente la scena.

Il ventesimo lungometraggio del Marvel Cinematic Universe è un brillante insieme di azione e risate pensato non soltanto per gli appassionati del genere, un ideale passatempo per godersi un paio d’ore cariche di adrenalina e dell’inconfondibile humour della Casa delle Idee fondata da Stan Lee.

PS: Va da sé che la vicenda è ambientata prima degli eventi sconvolgenti che si sono susseguiti al recente arrivo di Thanos. Se siete ansiosi di capire cosa è successo a Scott durante lo scontro tra gli Anvengers ed il Titano vi basterà non scappare via appena inizieranno i titoli di coda!!

Luke Cage Stagione 2 – Recensione

In quasi perfetta contemporaneità con l’arrivo dell’estate, Netflix ha deciso di mettere a disposizione dei suoi abbonati i nuovi episodi di una delle serie frutto della collaborazione con Marvel Television: dal 23 giugno è infatti possibile vedere sulla piattaforma digitale più famosa del mondo la seconda stagione di Luke Cage, l’impavido protettore di Harlem dotato di pelle indistruttibile e forza straordinaria. Le nuove puntate mantengono intatte le caratteristiche della prima stagione e aggiungono ulteriori elementi di interesse che fanno prendere alla serie una piega più introspettiva e non votata esclusivamente all’azione. Se però da un lato si notano dei miglioramenti in positivo, dall’altro non si può fare a meno di evidenziare anche il ripetersi degli stessi difetti che si erano manifestati già al suo esordio e che sono comuni ad altri prodotti Netflix realizzati dalla Marvel. Rimane una serie che tanti appassionati di cinefumetti gradiranno, ma sarà impossibile non accorgersi che la presenza di alcuni punti deboli rende la visione non sempre piacevole.

La trama

Dopo aver protetto la sua amata Harlem dal gangster Cottonmouth e dal fratellastro Diamondback, le cose sembrano andare decisamente bene per Luke Cage. Ha risolto i suoi problemi con la giustizia, è andato a vivere con Claire Temple e nel quartiere afro-americano di New York tutti lo adorano: è stata creata perfino un’app per cellulare per tracciarne ovunque la posizione e la sua popolarità è alle stelle. Ma quando sembra che nulla possa turbare la ritrovata serenità dell’eroe delle nuove minacce si profilano all’orizzonte. L’ex senatrice Mariah Dillard non ha messo da parte le sue mire su Harlem ed è determinata come non mai a fare piazza pulita intorno a lei. Il suo principale ostacolo si rivelerà essere Bushmaster, un giamaicano desideroso di vendicarsi di Mariah per un vecchio torto e di diventare il nuovo signore del crimine al suo posto. A rendere particolarmente pericoloso Bushmaster è il nightshade, una potente sostanza derivata da una radice che potenzia il suo corpo rendendolo molto simile a quello di Cage. Luke dovrà proteggere il suo quartiere dalla lotta sanguinosa che si scatena tra i due criminali e si darà da fare per neutralizzare entrambe le minacce. Stavolta però dovrà pure reggere il peso della sua fama tra gli abitanti del quartiere, che spesso mal si concilia con la sua indole o le sue intenzioni. Si ritroverà a compiere scelte non semplici che lo costringeranno a fare i conti con chi è davvero e con quello che vuole diventare. Luke Cage è disposto a tutto per mantenere al sicuro la sua gente da chi vuole regnare sul suo territorio, ma Harlem può restare senza un re?

Recensione

Il secondo atto delle avventure dedicate a Power Man-questo è il nome da supereroe che ha nei fumetti-si distingue dai primi episodi a lui dedicati per un apprezzabile approfondimento psicologico dei personaggi principali e per l’efficacia con cui vengono illustrati i problemi quotidiani che deve fronteggiare Luke per essere un paladino costantemente sotto i riflettori. Lontano anni luce dallo stile Avengers, qui si può vedere come la troppa celebrità possa arrivare ad intaccare l’equilibrio psicologico di Cage o come un video girato con un cellulare possa farlo apparire improvvisamente vulnerabile. A far emergere ulteriormente i dilemmi interiori del protagonista ci penserà l’arrivo di suo padre. Il rapporto tra i due Lucas è uno degli spunti più degni di nota della serie, e buona parte del merito va a Reg E. Cathey, lo sfortunato interprete del padre di Luke (nonché volto noto per i fan di House of Cards) morto al termine delle riprese. I due villain tutto sommato funzionano in maniera efficace e contrapposta: se Bushmaster metterà alla prova fisicamente l’eroe, Mariah lo terrà impegnato con stratagemmi e trappole subdole.

Corollario indispensabile per accompagnare gli eventi che si susseguono è la colonna sonora, che alterna tracce hip-hop, rap e perfino jazz. Al termine di parecchie puntate sono anche presenti sequenze musicali live in cui si esibiscono i veri artisti autori dei brani.

La pecca maggiore della stagione è la stessa riscontrabile già in quella precedente, ovvero il numero di episodi rapportato alla storia. Tredici puntate da circa 50 minuti-con alcune che superano anche la durata di un’ora- risultano indubbiamente troppe per raccontare le vicende dell’indistruttibile afroamericano interpretato da Mike Colter. La lentezza dello svolgimento in qualche momento mette a dura prova l’attenzione dello spettatore, che si ritrova davanti alla presenza di non poche sottotrame che hanno l’unico scopo di allungare l’intreccio. A farne le spese è la velocità della narrazione, che viene ripetutamente rallentata da diversi espedienti di scarso interesse che si focalizzano su questo o l’altro comprimario. Tutto questo viene enfatizzato dall’eccessivo spazio riservato a dei personaggi che si rivelano meno interessanti del previsto e sembrano ormai aver poco da dire. L’esempio più lampante è quello della detective Misty Night, il cui ruolo sembra diventato troppo prevedibile e privo di fascino. Un discorso simile va fatto per Claire Temple, la compagna di Cage con il volto della brava Rosario Dawson, che dal suo debutto in Daredevil è andata progressivamente perdendo l’appeal che la contraddistingueva all’inizio (difatti pare che questa potrebbe essere la sua ultima apparizione in una produzione televisiva Marvel).

Ciò che invece appare ben congegnato è l’arrivo, verso metà della vicenda, di Iron Fist. L’entrata in scena del miliardario col Pugno d’acciaio porta una dose di vivacità in una fase in cui la trama sembra aggrovigliarsi e stentare a procedere. La comparsa di Danny Rand riporta un po’ di verve quanto mai necessaria; peccato che rimanga la sensazione di un’occasione almeno parzialmente sprecata, visto che la sua collaborazione con Power Man dura meno di quanto sia legittimo attendersi.

La seconda stagione di Luke Cage, pur compiendo degli evidenti passi in avanti rispetto alla prima serie, risente tanto delle quasi tredici ore di lunghezza totali. Essendo un difetto comune ad altri prodotti televisivi Marvel- la seconda stagione di Jessica Jones e la prima di Iron Fist, giusto per non fare nomi- sarebbe auspicabile in futuro vedere gli eroi del piccolo schermo in un formato più congeniale, magari prendendo spunto da The Defenders, la cui durata era di soli 8 episodi.

Jurassic World-Il regno distrutto – Recensione

“Erano qui prima di noi e se non stiamo attenti…saranno qui anche dopo!”

Poco prima che arrivi un’estate durante la quale, come al solito, l’offerta cinematografica calerà drasticamente, i celebri dinosauri portati per la prima volta sul grande schermo dall’incredibile ingegno di Steven Spielberg nell’ormai lontano 1993 tornano a terrorizzare ed affascinare le platee di tutto il mondo nel secondo capitolo della nuova saga dedicata agli animali del Giurassico. Jurassic World- Il regno distrutto prosegue la storia dell’episodio precedente e trascina i protagonisti in un’avventura rocambolesca e ricca di adrenalina. A ben guardare però Il regno distrutto non presenta nulla di particolarmente innovativo o diverso dalle altre produzioni del franchise: il coinvolgimento è assicurato ma nel vederlo si ha l’impressione che, pur trattandosi di un prodotto ben confezionato, non riesca ad emozionare come ci si poteva aspettare e probabilmente non concorrerà per essere classificato tra i più memorabili della serie.

 

La trama

Sono passati tre anni dai disastrosi eventi che hanno portato alla chiusura del parco Jurassic World. Da allora i dinosauri hanno vissuto liberamente ad Isla Nublar, ma la lava vulcanica che sta per sprigionare l’imminente eruzione del monte Sibo minaccia di sommergere l’isola e di porre fine alla loro esistenza. Il governo è incerto se darsi da fare per garantire la sopravvivenza delle magnifiche creature superstiti o lasciare che il cataclisma che sta per abbattersi sull’isola le uccida una dopo l’altra. L’ex manager del parco Claire Dearing, che nel frattempo ha fondato e dirige il Dinosaur Protection Group, viene contattata dal magnate Benjamin Lockwood, un tempo socio del fondatore del primo Jurassic Park, che ha un piano per portare in salvo i dinosauri. Claire allora chiede aiuto per questa missione di salvataggio ad Owen Grady, l’ex addestratore di velociraptor del parco di Isla Nublar. Owen accetta spinto soprattutto dall’idea di poter ritrovare Blue, il raptor dalla straordinaria intelligenza con il quale aveva instaurato un legame speciale. Ma degli uomini d’affari senza scrupoli hanno un piano segreto per i rettili superstiti, e ben presto la missione di Claire ed Owen diventerà una lotta disperata per salvare la vita degli animali che rischiano l’estinzione e anche la loro!

Recensione

Nel 2015 Colin Trevorrow aveva riportato in auge l’universo dei dinosauri con Jurassic World, proponendo un rilancio della saga con un’avventura che ricalcava sotto diversi aspetti-ed innumerevoli citazioni-l’originale di Spielberg, ottenendo un eccellente riscontro al botteghino. Con questo secondo atto invece, il regista spagnolo J. A. Bayona tenta di alzare il tiro mettendo in scena una storia ancora più estrema della precedente. L’azione parte praticamente subito e prosegue senza sosta fino ai minuti conclusivi. Non è soltanto la componente action ad essere incrementata, dal momento che pure gli imponenti rettili subiscono un upgrade significativo: ne Il regno distrutto si potrà ammirare il minaccioso carnotauro, anche se a far saltare gli spettatori dalla sedia ci penserà l’Indoraptor, una specie creata artificialmente dall’incrocio tra Indominus Rex e Velociraptor. Stando a queste considerazioni sarebbe lecito immaginarsi un sequel pressoché perfetto, mentre invece non è esattamente così. Se la spettacolarità è senza dubbio apprezzabile, non altrettanto si può dire della vicenda e dei personaggi principali. La trama è infatti piuttosto prevedibile e per nulla originale, tanto che quelli che dovrebbero essere dei colpi di scena o sono ampiamente anticipabili o vengono liquidati troppo rapidamente. I due protagonisti poi non sono di grande aiuto: la coppia Chris PrattBryce Dallas Howard non brilla di certo per originalità o alchimia, anzi. E come se non bastasse le due giovani reclute che li aiutano nella loro impresa non fanno che peggiorare la situazione, grazie ad una recitazione monocorde e a delle battute umoristiche poco efficaci. Spostando lo sguardo al cast di comprimari si nota un sensibile miglioramento. Seppure in ruoli minori, James Cromwell, Geraldine Chaplin e Toby Jones regalano interpretazioni degne di nota. Lo stesso discorso vale per Jeff Goldblum, il cui acclamato ritorno tuttavia si limita ad un breve cameo che apre e chiude la pellicola. Il registra sembra in fin dei conti voler dare maggiore spazio agli animali che agli esseri umani, però quando questi ultimi vengono chiamati in causa il film mostre tutte le sue fragilità. A Bayona va riconosciuto il merito di aver collocato, nella seconda parte del blockbuster, il confronto dinosauro-uomo in un’ambientazione insolita e a tratti suggestiva. Nonostante questa scelta azzeccata, le sequenze in questione rimangono nel solco di quelle già presenti negli altri episodi giurassici, senza che mai si provi ad osare qualcosa di davvero audace.

Conclusioni

Jurassic World-Il regno distrutto incontrerà certamente il favore del vasto pubblico appassionato al franchise avviato-e non ancora abbandonato, visto che il suo nome compare tra i produttori esecutivi-da quel genio di Steven Spielberg venticinque anni fa. Ma a guardarlo attentamente si fatica a scorgere qualcosa che lo contraddistingua dai capitoli che lo precedono. Il gioco al rialzo di creare ogni volta dinosauri sempre più terrificanti funziona fino ad un certo punto dato che le produzioni hollywoodiane degli ultimi anni hanno finito per assuefare gli spettatori alla presenza di enormi creature che spesso vogliono far riflettere sul rapporto conflittuale uomo/natura o uomo/scienza (basti pensare a Kong: Skull Island o al recente Rampage- Furia animale).
Il finale de Il regno distrutto crea dei presupposti intriganti per un ulteriore seguito che nelle mani giusti potrebbe offrire uno scenario inedito ed emozionante. C’è quindi l’ipotesi che questo secondo Jurassic World possa essere l’intermezzo di una nuova trilogia che crea le basi per un terzo atto coi fiocchi. Speriamo che sia così.

Alla scoperta del giovane Han Solo

Quando a distanza di mesi non si è ancora placato del tutto il dibattito tra estimatori e detrattori dell’ultimo capitolo della celebre saga stellare, ecco che la Lucasfilm si prepara a lanciare sul mercato una nuova produzione che, visto il soggetto in questione, promette di scatenare entusiasmo,divertimento, e-come al solito-reazioni contrastanti. Dopo il successo del riuscitissimo Rogue One, dove si mostrava l’audace impresa della Ribellione per impossessarsi dei piani della Morte Nera-la serie spin-off Star Wars Anthology si arricchisce con un nuovo episodio che rappresenta una sfida tanto ambiziosa quanto rischiosa: raccontare le origini della canaglia più amata della galassia, nonché pilota del Millennium Falcon, che risponde al nome di Han Solo. Prima di immergerci in questo viaggio alla scoperta di come il giovane Han sia diventato l’eroe che tutti conosciamo, conviene riepilogare quanto già si sa sulle vicende antecedenti al suo esordio e cosa possiamo aspettarci dal primo film dedicato interamente a lui.

Han al cinema

La storia di Han Solo presente nella trilogia originale, che avrà la sua tragica conclusione nel recente Il risveglio della Forza (2015), è ampiamente risaputa. Ma quali sono i suoi trascorsi prima del suo incontro con Luke Skywalker ed Obi-Wan Kenobi nella taverna di Mos Esley in Guerre Stellari (1977)?
Dagli avvenimenti successivi alla sua apparizione ci viene rivelato che il futuro membro dell’Alleanza Ribelle aveva contratto un grosso debito dei confronti del viscido (letteralmente) gangster Jabba the Hutt, il quale per vendicarsi dell’inadempienza del giovane Solo mette una taglia sulla sua testa che verrà riscossa da Boba Fett in persona. Quando ne L’Impero colpisce ancora (1980) il cacciatore di taglie gli tende, con la complicità di Darth Vader, una trappola per catturarlo a Cloud City, facciamo la conoscenza di un suo amico di vecchia data che è costretto a tradirlo per sopravvivere, ma che sarà pronto a riscattarsi alla grande salvando Luke e Leila dalle grinfie di Vader e dando un contributo non indifferente nello scontro finale contro l’Impero: si tratta di Lando Calrissian. Grazie alla sua entrata scena scopriamo che Han è entrato in possesso del Falcon vincendolo proprio a spese di Lando in una partita di gioco d’azzardo qualche anno prima.

La Trilogia di Han Solo

Dai quattro episodi nei quali compare con il volto di Harrison Ford non ci è dato conoscere altro del passato del personaggio. Tuttavia, dove non si sono addentrati i registi e gli sceneggiatori, nel corso degli anni ci hanno pensato gli autori di libri e fumetti. Sono parecchie le storie in carta stampata dedicate al contrabbandiere e al suo fedele Chewbecca, anche se tante si focalizzano prevalentemente sul periodo successivo al suo ingresso nella Ribellione. Ad indagare su chi era il giovane Solo ci ha pensato soprattutto la scrittrice Ann Carol Crispin, autrice tra il 1997 ed il 1998 della Trilogia di Han Solo. Nei tre romanzi si scoprono dettagli interessanti sulle sue origini e su ciò che lo ha portato a diventare un furfante dal cuore d’oro:

Han nasce nel pianeta Correlia 29 anni prima di incontrare il vecchio Obi-Wan ed il suo nuovo apprendista. Rimasto orfano da piccolo, viene preso dal pirata spaziale Garris Shrike che lo addestra con metodi crudeli a diventare come lui. A bordo della nave di Shrike la cuoca Wookiee Dewlanna lo tratta come un figlio: è allora che impara il linguaggio Shyriiwook. Deciso a cambiare vita, a 19 anni scappa da Garris per diventare un pilota dell’accademia imperiale. Diventato in breve tempo tenente, gli capita di trovare una nave cargo piena di evasi e guidata da uno schiavo Wookiee chiamato Chewbecca. Il suo superiore gli ordina di ucciderlo e di scuoiarlo vivo; Solo si rifiuta, spara al suo comandate e fugge con lo Wookie, che dovendogli la vita giura di restargli accanto per sempre.

Il momento che ha cambiato per sempre la vita di Han: invece che obbedire all’ordine del comandante Nyklas, usa il blaster contro il suo superiore salvando la vita di Chewbe

Inizia così per i due una vita dedicata al contrabbando, durante la quale conoscono il giocatore d’azzardo Lando Calrissian. Han in seguito partecipa al Torneo di Sabacc a Cloud City: contro tutte le previsioni arriva a sfidare in finale il suo amico Lando e vince portandosi via come premio la nave di quest’ultimo, il Millennium Falcon. Nello stesso periodo insieme al suo co-pilota Chewbe accetta lavori di contrabbando per conto di Jabba the Hutt. Nel corso di una di queste operazioni, a causa di un controllo imperiale, il duo è costretto a scaricare nello spazio un ingente carico appartenente a Jabba, scatenandone l’ira. Il resto è storia.

Aspettando Solo: A Star Wars Story

È importante ricordare che i tre romanzi in questione fanno parte del cosiddetto Universo Espanso. Questo insieme di pubblicazioni stellari, riunito sotto il marchio Star Wars Legends, a partire dall’acquisizione di Lucasfilm da parte di Disney ufficializzata nel 2014, è stato dichiarato non canonico. Dunque è assai difficile che i racconti contenuti al suo interno diventino oggetto di una trasposizione sul grande schermo. Però c’è da scommettere che qualche riferimento, più o meno diretto, potrebbe essere presente. Quel che è certo è che già dal trailer si possono notare parecchie citazioni della trilogia originale di George Lucas, e quindi è probabile che i fan dei tre episodi troveranno soddisfazione.

Lo spin-off su Han Solo ha avuto una lavorazione molto travagliata (basta ricordare il cambio di regia nel bel mezzo delle riprese o la presenza sul set di un coach di recitazione per aiutare l’interprete del protagonista Alden Ehrenreich a calarsi meglio nella parte). Sicuramente il materiale da cui attingere per realizzare un prequel all’altezza non mancava. Ancora pochi giorni e vedremo se Ron Howard avrà saputo mettere a punto una “Star Wars Story” divertente ed emozionante. Di una cosa possiamo essere certi: comunque vada non si potrà mai realizzare un tributo ad Han Solo peggiore di quello realizzato nel videogioco Kinect:

Deadpool 2 – Recensione

A distanza di appena due anni dal primo capitolo, in una primavera che gli appassionati di fumetti difficilmente dimenticheranno, fa ritorno in grande stile l’antieroe più irriverente e scorretto mai apparso nell’universo Marvel: Deadpool torna in sala con un nuovo elettrizzante sequel che garantisce azione sfrenata e assoluto divertimento. Il mercenario col costume rosso e nero si colloca molto distante dalle recenti trasposizioni di personaggi provenienti dalla Casa delle Idee fondata da Stan Lee: niente toni dark ed introspettivi alla Logan, nessuna minaccia alla sopravvivenza del pianeta in stile Avengers e sopratutto nessun cliché che ci si possa aspettare da un film dedicato ad un supereroe. Ma è proprio il suo essere spregiudicatamente fuori da tutti gli schemi che ha sancito l’enorme successo ottenuto al suo debutto nel 2016; successo che è destinato ad essere bissato con questo secondo atto delle avventure di Deadpool, che contribuisce a rendere questa prima parte del 2018 un eccellente susseguirsi di cinecomic di alto livello.

La trama

È passato circa un anno da quando Wade Wilson si è preso la sua vendetta nei confronti dell’uomo che gli aveva dato i poteri, dopo averlo però torturato e sfigurato senza pietà. Ora tutto sembra andare per il meglio nella sua vita che trascorre alternando missioni da sicario in ogni angolo del mondo con addosso la maschera del suo alter ego interrotte da piacevoli momenti di svago insieme alla sua fidanzata Vanessa. La felicità tuttavia non è destinata a durare a lungo, e Deadpool si renderà presto conto a sue spese che chi indossa un costume ha anche tanto da perdere. Mentre tenterà ancora una volta di diventare un membro degli X-Men sarà costretto a vedersela con Cable, un super soldato venuto dal futuro per eliminare un giovane mutante che fatica a controllare la sua rabbia. Ma Wade non dovrà affrontarlo da solo. Ad aiutarlo infatti ci saranno infatti i membri della cosiddetta X-Force, un improbabile gruppo di pseudo eroi più bravi a creare problemi che a risolverli. I combattimenti e le gag comiche possono avere inizio.

Recensione

Questo secondo capitolo dedicato al mutante più dissacrante della Marvel riprende quegli ingredienti che ne avevano sancito il boom di incassi al suo esordio, riuscendo a compiere perfino un ulteriore salto di qualità. La spregiudicatezza di tenere per quasi due ore al centro della scena un personaggio che spara ininterrottamente sberleffi e volgarità rivolti a chiunque (non viene risparmiato davvero nessuno, nemmeno David Beckham e Batman) risulta nuovamente vincente. Buona parte del merito va al lavoro svolto da Ryan Reynolds, sempre più bravo a trasmettere l’energica passione con la quale si cala nei panni del logorroico killer mascherato. A differenza della prima pellicola, stavolta l’attore ha contribuito sia alla stesura della sceneggiatura sia alla scelta del casting, dimostrando-qualora non fosse già palese-il suo totale coinvolgimento nel progetto. Ne viene fuori un sequel divertente dal primo all’ultimo minuto, in cui vediamo Deadpool provare a diventare un vero eroe, mosso non dalla sete di vendetta ma dalla voglia di fare la cosa giusta. La galleria dei comprimari che lo affiancano nella sua folle missione si arricchisce con delle new entry che ci metteranno poco ad attirare la simpatia degli spettatori, una su tutti la prorompente Domino interpretata da Zazie Beetz. Un altro elemento che dà un contributo significativo ad alzare l’asticella rispetto all’episodio precedente è il villain. Il Cable a cui presta il volto Josh Brolin è il contraltare perfetto per l’antieroe chiacchierone: lotta per la salvezza della sua famiglia e non usa giri di parole. L’incontro/scontro tra i due sarà aspro e senza esclusione di colpi, ma saprà regalare pure delle battute memorabili. Dopo Avengers-Infinity War (2018), Brolin riesce ad impersonare un altro antagonista che lo fa entrare di diritto tra i migliori interpreti di cattivi presenti oggi.


Perfino il cambio di regia, avvenuto a causa di divergenze creative tra il direttore del primo lungometraggio e Reynolds, sembra giovare alla resa finale. L’ex stuntman David Leitch, regista degli ottimi John Wick (2014) ed Atomica Bionda (2017), dimostra di avere ormai una valida padronanza del genere mettendo a punto un mix riuscitissimo di adrenalina e risate. Le scene di azione al ritmo di dubstep ne sono la prova perfetta. La colonna sonora, come il film precedente, contiene numerose tracce che rimandano direttamente al rock-pop degli anni ’80. Su tutte merita un apprezzamento speciale il singolo di Céline Dion composto appositamente per i titoli di apertura (che sono un omaggio parodistico alle sequenze di apertura della saga di James Bond).

Conclusioni

La campagna pubblicitaria che ha preceduto l’uscita di Deadpool 2 è stata piena di brevi sketch, video e trovate promozionali geniali e assurde al tempo stesso. Veniva quasi spontaneo chiedersi se non si trattasse solo di tanto fumo dietro al quale si nascondeva una realizzazione mediocre. Per fortuna la risposta è categoricamente negativa. Il ritorno di Wade Wilson sul grande schermo è un rocambolesco action movie in grado di non annoiare per un singolo istante. Le rotture della quarta parete, i flashforward, i continui siparietti comici non fanno che aumentare l’intrattenimento. I presupposti perché la saga non si fermi qui ci sono tutti. Deadpool ha saputo vincere la sfida dell’esordio e si è superato con questo atteso seguito…il terzo capitolo per lui sarà un gioco da ragazzi!

PS: Ormai anche i meno esperti sanno che, quando ci si reca al cinema a vedere una produzione Marvel, non bisogna mai alzarsi dalla sedia durante i titoli di coda, dal momento che le scene post credits sono una felice costante. Evitando qualsiasi tipo di spoiler, vi basti sapere che quelle presenti in questo cinecomic sono di gran lunga le migliori degli ultimi anni…vedere per credere!!

Avengers: Infinity War – RECENSIONE

Ed infine ci siamo. Dopo dieci anni di dominio incontrastato, grazie ad un’incredibile capacità di rinnovarsi continuamente e di puntare sempre più in alto, il Marvel Cinematic Universe si appresta a chiudere un ciclo iniziato con Iron Man nel lontano 2008 portando sul grande schermo la “Guerra Infinita” tra tutti gli eroi finora comparsi ed il temibile Thanos. Si tratta della prima parte di una storia che vedrà il suo epilogo solo tra un anno, quando a maggio 2019 vedrà la luce il quarto capitolo dedicato ai Vendicatori che metterà la parola fine all’Universo Marvel per come lo conosciamo, e probabilmente getterà le basi per uno nuovo. Inifinity War è dunque un primo atto conclusivo destinato a lasciare un solco indelebile nelle vicende di tutti i personaggi coinvolti. Ciò che comunque conta di più è che il terzo lungometraggio dedicato ai difensori della Terra non delude le altissime aspettative, ed è esattamente come la maggior parte dei fan se lo aspettava: mozzafiato, sorprendente e ricco di colpi di scena.

La trama

Il potente Thanos è deciso a conquistare e sottomettere l’intero universo servendosi del potere delle sette Gemme dell’Infinito che, una volta riunite in un guanto in grado di imbrigliarne l’energia, rendono il suo possessore in grado di distruggere ogni pianeta con il minimo sforzo. Gli Avengers, ormai divisi da tempo e ognuno alle prese con i suoi problemi, si ritrovano ad affrontare questa improvvisa minaccia e cercano di impedire al titano di impossessarsi delle ultime Gemme, ma è una missione che potrebbe rivelarsi più complicata del previsto. Oltre alle new entry Black Panther e Doctor Strange si uniranno in questo disperato tentativo di salvare l’universo anche i Guardiani della Galassia, del cui gruppo fa parte Gamora, la figliastra dello stesso Thanos.

Recensione

La missione affidata ai fratelli Russo, che avevano raccolto il consenso unanime di pubblico e critica con i convincenti Captain America-The Winter Soldier (2014) e Captain America-Civil War (2016) era un azzardo senza precedenti. Riunire tutti i supereroi apparsi nei svariati cinecomic sfornati dalla Casa delle Idee in un unico, straordinario confronto con un nemico all’apparenza invincibile avrebbe fatto tremare chiunque. In realtà, considerato il buon esito della trasposizione della Guerra civile che aveva spaccato gli Avengers un paio di anni fa, la Marvel non avrebbe potuto compiere una scelta migliore, anche se questa volta il soggetto di partenza ha costretto il duo di registi a misurarsi con una sfida tutt’altro che semplice. Pur non rinunciando al loro inconfondibile tratto, caratterizzato da un approccio al mondo del fumetto attento a ritrarre i protagonisti con i loro dilemmi interiori e spesso alle prese con decisioni drastiche da prendere, i Russo provano a conciliare le diverse anime dei partecipanti a questa epica battaglia dando il giusto spazio pure ai comprimari ed inserendo dei momenti umoristici per stemperare la drammaticità di alcuni eventi. Stiamo parlando di oltre venti eroi che devono riuscire a coesistere in due ore abbondanti, vale a dire un mix letale che avrebbe potuto portare ad un’accozzaglia caotica e poco efficace. Al contrario, sotto l’attenta regia dei due fratelli che hanno decretato la fortuna della trilogia dedicata a Cap, quello che all’inizio poteva sembrare un potenziale pericolo si rivela un valore aggiunto della pellicola. Va da sé che certe componenti del team allargato troveranno un maggiore spazio rispetto ad altre-oltre ai membri “storici” e ai Guardiani il Doctor Strange di Benedict Cumberbatch si ritaglia uno spazio di assoluto rilievo-, ma non avrebbe potuto essere altrimenti.

Verrebbe quindi da supporre che il punto di forza di Infinity War risieda nell’equilibrio con cui l’azione viene distribuita tra gli eroici guerrieri, tuttavia non è propriamente così. Il vero pregio di quest’ultimo capitolo è il villain, un autentico catalizzatore in ogni singola sequenza. Tra le principali critiche che si potevano muovere ad alcune recenti produzioni dei Marvel Studios vi era talvolta il cattivo di turno, accusato di essere troppo approssimativo o privo di fascino. Con Thanos un simile rischio viene spazzato via, e lo si intuisce facilmente fin dalla sua apparizione nei minuti iniziali. Siamo di fronte ad un’entità malvagia con una complessità psicologica raramente vista in una storia tratta dai fumetti. Il titano, la cui presenza minacciosa aleggiava-seppure marginalmente-fin da Avengers (2012), si dimostra un avversario dalle molte sfaccettature, grazie alle quali più di uno spettatore non potrà evitare di esserne in qualche modo affascinato. Il merito va al talento di Josh Brolin che, pur pesantemente trasformato dagli effetti digitali, conferisce un carisma da brividi al suo personaggio.

Un ulteriore pregio del blockbuster diretto dai Russo Brothers è la notevole capacità di dare vita a 150 minuti di azione ininterrotta di ottima qualità. Le scene di azione si susseguono infatti con un ritmo che non lascia tregua dal primo all’ultimo minuto. Emerge inoltre la loro bravura di saper coordinare al meglio un cast stellare in forma smagliante. C’è il rischio che qualcuno possa vedere un personaggio al quale è affezionato messo in secondo piano rispetto ad altri, tuttavia l’enorme quantità di ruoli/attori imponeva di fare delle scelte del cui esito è però difficile lamentarsi.

Conclusioni

Aggiungere nuovi elementi relativi al film rischierebbe di rivelare (anche involontariamente o parzialmente) spoiler che ne rovinerebbero la visione al cinema. Tanto vale perciò limitarsi a dire che il finale farà sobbalzare dalla sedia più di qualcuno e aprirà numerosi interrogativi riguardanti il sequel che uscirà l’anno prossimo. Comunque sia, resta il fatto che Infinity War è la quintessenza delle produzioni Marvel, una sintesi perfetta di quanto realizzato finora e (la prima parte di) una conclusione monumentale di una saga straordinaria.

Star Wars – Gli ultimi Jedi – Recensione

“Conosco una sola verità: il tempo della fine dei Jedi è giunto.”

Per gli amanti del genere da due anni a queste parte il periodo natalizio coincide sempre con un evento destinato ad appassionare, stupire e far discutere milioni di persone in tutto il mondo: l’uscita di un nuovo film di Star Wars. Avanti, leggimi!