Batman di Scott Snyder e Greg Capullo – Prima parte

Il 4 giugno è stata una data storica per tutti gli amanti dei fumetti di supereroi in Italia: da quel giorno, infatti, la casa editrice modenese Panini Comics è divenuta la distributrice ufficiale dei prodotti DC nel Belpaese, guadagnando di fatto il (quasi) completo monopolio sulle pubblicazioni di questo tipo. Per festeggiare l’avvenimento, Panini ha lanciato nuove serie dedicate ai personaggi principali della scuderia DC, che riprendono le pubblicazioni americane in concomitanza dell’inizio di nuovi archi narrativi, lasciando a speciali volumi autoconclusivi il compito di “fare da ponte” tra i nuovi serial e quanto pubblicato dal precedente editore. Inoltre, per offrire ai nuovi lettori una panoramica più possibile ampia sul mondo e sulla mitologia degli eroi, si è deciso di riproporre i più bei story arc del passato recente, come per esempio il ciclo di Batman firmato da Scott Snyder e Greg Capullo. Iniziato nel 2011, nell’ambito dell’iniziativa editoriale “I nuovi 52” (una sorta di reboot “soft” della continuity DC), questo ciclo ha riscosso un enorme successo, riportando il Cavaliere Oscuro in cima alle classifiche di vendita, e viene ora riproposto in un mensile tascabile di cui vado a recensire le prime due uscite.

La misteriosa setta della “Corte dei Gufi” è il temibile avversario che Bats si trova ad affrontare nel ciclo di Snyder e Capullo.

Trama:

Le serie appartenenti all’iniziativa “I nuovi 52” si ambientano tutte cinque anni dopo la prima apparizione dei supereroi DC e quella di Batman non fa eccezione. Pochissimo è dato sapere di quanto successo in questi cinque anni, ma comunque l’origine del Cavaliere Oscuro è pressoché identica a quella che tutti conosciamo, con qualche licenza poetica funzionale alla storia. Nel momento di massimo splendore del vigilante di Gotham, convinto ormai di rappresentare totalmente l’oscura metropoli in cui vive, egli porta alla luce l’esistenza di una misteriosa setta segreta, la Corte dei Gufi, che sembra controllare il destino della città da secoli con un potere illimitato. Dopo aver scoperto che la Corte ha sfruttato e persino perseguitato tanto i suoi antenati quanto quelli dei suoi amici più intimi, Bruce Wayne viene prima attaccato da uno spietato killer, l’Artiglio, e poi imprigionato in un sadico labirinto. E’ l’inizio di una lotta senza esclusione di colpi, sia fisica che psicologica, in cui Batman dovrà fare affidamento più che mai sul sostegno di Alfred, dei vari (!) Robin e del resto della Bat-Famiglia.

Giudizio:

Nei primi due volumetti, contenenti i primi otto episodi del ciclo di Snyder/Capullo, colpisce la totale assenza dei villain “classici”, fatta eccezione per un tentativo di evasione di massa nelle prime pagine del primo episodio. Si tratta di una scelta intelligente degli autori, che permette loro non solo di presentare nuovi personaggi espandendo la mitologia di Batman, ma anche di esplorare aspetti finora rimasti oscuri della psicologia dei protagonisti e dei rapporti intercorrenti tra essi. Ad esempio, scopriamo che un giovane Bruce aveva già indagato sulla leggendaria Corte dei Gufi, cercando prove della sua esistenza nel disperato tentativo di dare un senso alla morte dei genitori. Un altro esempio è il legame più profondo tra l’uomo pipistrello ed Alfred, che non è più soltanto un maggiordomo/motivatore, ma diviene un vero e proprio supporto tattico in grado di fornire informazioni preziose mentre l’eroe è sul campo. I pilastri narrativi su cui, da più di 80 anni, si fonda la storia di Batman non vengono ovviamente demoliti, ma rafforzati in modo da risultare interessanti anche per i lettori del nuovo millennio. Bruce è ancora un solitario, traumatizzato dal suo passato al punto da aver paura di intessere qualsivoglia rapporto umano, ma è interessante notare come pian piano anche questo paradigma viene ribaltato: il Cavaliere oscuro nel finale dell’ottavo episodio chiede ad Alfred di chiamare a raccolta la Bat-famiglia perché si rende conto non solo che la situazione gli sta sfuggendo di mano, ma che essa riguarda anche altri abitanti di Gotham ed è quindi giusto coinvolgerli nella battaglia contro la Corte dei Gufi.

Le scene ambientate nel labirinto, in una magistrale alternanza di toni chiari e scuri, ci mostrano tutta la disperazione e la follia del Cavaliere Oscuro

I disegni di Greg Capullo sono perlopiù molto buoni, anche se non amo il modo in cui caratterizza il volto di Bruce (opinione soggettiva, ovviamente..). Di certo, è in grado di rendere bene tanto le emozioni dei personaggi quanto la plasticità delle scene d’azione, pur risultando un pelo confusionario in alcune di esse. Emblematici i due episodi all’interno del labirinto, in cui in un alternanza simbolica di luce ed oscurità, di tinte bianche e nere, compartecipiamo alla rabbia, alla frustrazione e all’ansia di Batman, che lotta senza sosta non solo per liberarsi, ma anche e soprattutto per non arrendersi all’idea che la sua vita, e quella di tutti gli abitanti di Gotham, è nelle mani di misteriose entità che le manipolano come burattinai. Entità di cui, dopo otto episodi, Snyder ci ha rivelato ancora ben poco, ma che risultano estremamente affascinanti ed inquietanti; spero che lo scrittore sia in grado di non banalizzarle nel momento in cui ci rivelerà la verità su di loro.

In conclusione, mi sento di affermare senza paura di smentita che questo tascabile a cadenza mensile dedicato a Batman è una delle uscite più interessanti del rilancio DC ad opera di Panini Comics. Devo ammettere che mi sono divorato i due volumi sinora usciti e non vedo l’ora di scoprire come procederà la lotta contro la Corte dei Gufi. Forse il formato non è dei più accattivanti e non permette di gustare al meglio le tavole di Capullo, è invece molto concorrenziale il prezzo, visto che per poco meno di 5 euro ci portiamo a casa un volume di 96 pagine a colori! Aldilà di questo, comunque, consiglio vivamente la lettura sia ai fan del Cavaliere Oscuro sia agli amanti dei supereroi in generale, non resterete delusi.

Una visione d’insieme della Bat-caverna.. non chiedetemi perchè diavolo ci sia dentro un dinosauro!

PRO:

  • La pressoché totale assenza dei villain classici permette allo scrittore di espandere la mitologia e la psicologia del Cavaliere Oscuro.
  • I disegni di Greg Capullo riescono a trasmettere le emozioni dei personaggi, divenendo quasi sublimi nelle scene ambientate nel labirinto.
  • Il prezzo dei volumetti è davvero concorrenziale.

CONTRO:

  • Dopo otto episodi, sappiamo ancora troppo poco della Corte dei Gufi.
  • La caratterizzazione del volto di Bruce Wayne non è azzeccatissima, per quanto in linea con l’iconografia del personaggio in altri contesti.
  • Il formato tascabile non esalta al meglio le tavole di Capullo.

The Witcher – Recensione

Quando si traspone un’opera da un medium all’altro, che sia da romanzo a videogioco o da romanzo a serie televisiva, vi è sempre il rischio di snaturare la visione originale dell’autore, dando vita ad un prodotto non all’altezza. E’ questa una delle principali critiche mosse dai detrattori a “The Witcher”, la nuova serie prodotta da Netflix ispirata ai romanzi di Sapkowski e alla celebre trilogia videoludica. Ci sono però altri due fattori da tenere in considerazione: libro e televisione sono, per l’appunto, due medium diversi e non è scontato che ciò che funziona benissimo in uno possa funzionare altrettanto bene nell’altra; inoltre, un prodotto come “The Witcher” deve necessariamente parlare ad un pubblico più ampio possibile, composto anche da coloro che non hanno mai sfogliato i romanzi o non hanno mai preso il controllo di Geralt di Rivia sui loro PC. Personalmente, ho divorato il secondo e terzo capitolo della trilogia sviluppata da CD Project, ma non ho mai avuto il piacere di gustare l’opera di Sapkowski, per cui mi trovo nel mezzo e posso affermare che questa serie diverte e convince, al netto di alcune piccole sbavature che analizzerò nel seguito della recensione.

Sguardo fiero e fisso sull’orizzonte, in cerca della prossima avventura!

Trama:

In un continente immaginario, ma dal chiaro sapore medioevale, sono ambientate le gesta di Geralt di Rivia, cacciatore di mostri mutante dalle poche parole, ma dalla grande abilità con la spada. Dopo essersi tenuto lontano per tutta la vita dalle dispute politiche tra i vari stati, Geralt ne viene inevitabilmente coinvolto quando l’Impero di Nilfgaard invade i Regni Settentrionali, minacciandone la sopravvivenza. Ma più che alla semplice conquista, il principe del Sud sembra interessato ad una misteriosa bambina dagli straordinari poteri magici..

Giudizio:

The Witcher è una serie ricca di particolari e di spunti di riflessione, nonostante lo stile di narrazione piuttosto ermetico possa farla apparire quasi “povera” ad un primo sguardo. Le origini di Geralt, così come la situazione politica del mondo e l’interessante ruolo svolto dalla Confraternita dei Maghi, sono soltanto suggeriti da sogni, flashback e dialoghi, questi ultimi davvero ben scritti e piacevoli. Siamo ben lontani, insomma, dagli “spiegoni” visti in Game of Thrones e ciò, a seconda dei vostri gusti personali, sarà un elemento che vi farà amare il serial oppure ve ne farà allontanare inesorabilmente. Molto più esplicite, invece, sono le riflessioni di natura morale che il protagonista si troverà più volte a fare nel corso delle varie puntate. Si tratta di dilemmi non originalissimi, in verità, ma comunque interessanti e ben inscenati, che contribuiscono a dare tridimensionalità al personaggio di Geralt e all’ottimo supporting cast. In questo senso, è veramente sorprendente ed encomiabile la prova di Henry Cavill il quale, al netto di alcune insicurezze in certe scene, riesce a rendere giustizia al Lupo Bianco. Un’altra caratteristica che farà storcere il naso a molti, ma che rappresenta una precisa scelta degli autori e come tale va interpretata, è la divisione della storia in tre tronconi separati, ambientati ciascuno in una timeline differente che, naturalmente, tenderà a riunirsi alle altre procedendo verso il finale di stagione. Ad esempio, nei primi episodi assisteremo alle imprese iniziali di Geralt, all’incontro con Ranuncolo che costruirà la grande fama del Witcher mediante le sue ballate, mentre contemporaneamente assisteremo all’addestramento della maga Yennefer, iniziato molti anni prima, e alla fuga di Ciri, avente luogo alcuni anni dopo l’incontro tra Geralt e il bardo. Se siete confusi non vi preoccupate, anche io ero piuttosto perplesso, ma dalla quarta puntata in poi tutto si fa abbastanza chiaro, anche grazie al riferimento ad alcuni eventi chiave del continente che in una timeline devono ancora accadere, mentre in un’altra sono già successi.

Tre timeline differenti. tre personaggi inesorabilmente legati tra loro dal destino..

Passiamo ora all’unica, vera nota dolente di questa serie TV: il basso budget. E’ vero che non è giusto giudicare la qualità di un serial dal numero di combattimenti, esplosioni o mostri che compaiono a schermo, ma in questo caso quel poco che compare è realizzato discretamente male. La battaglia di Cintra e lo scontro finale sono accettabili, anche se avrei preferito una maggior cura delle armature e delle vesti dei combattenti, mentre i mostri sono quasi tutti poco credibili, e questo è un grosso problema in un prodotto fantasy dedicato ad un cacciatore di mostri. Spero che questa prima stagione abbia il successo che meriti, di modo che per la seconda gli autori abbiano a disposizione fondi maggiori per avvicinarsi, a livello puramente scenografico, a mostri sacri come GoT. Per quanto riguarda infine l’aderenza con l’universo narrativo già delineato dai videogiochi (per i romanzi, come detto in apertura, non posso giudicare), ho trovato in “The Witcher” molta fedeltà e molto rispetto: i luoghi che ho amato ci sono tutti e i personaggi si comportano come si sarei aspettato, al netto di alcune scelte di casting “discutibili”. Mi preme sottolineare, in ogni caso, che questa è una (buona) serie godibile anche da chi non ha mai sentito nominare Geralt di Rivia e perfino da chi non mastica molto il genere fantasy; questo non può che essere un decisivo punto a favore di “The Witcher” e della fruizione immediata dei suoi otto episodi.

Lo scontro con la strige è uno di quelli meglio realizzati. In altri casi, il risultato finale lascia molto a desiderare..

PRO:

  • L’ambientazione è ricca ed affascinante, nonostante la narrativa ermetica non ne esalti al meglio le caratteristiche.
  • L’interpretazione di Henry Cavill, al netto di alcune incertezze, rende giustizia al personaggio di Geralt di Rivia.
  • Dialoghi ben scritti e ben interpretati da un ottimo cast.

CONTRO:

  • Le battaglie e, soprattutto, i mostri non sono molto credibili.
  • La scelta di suddividere la storia in tre timeline differenti può generare parecchia confusione.
  • Molti aspetti sono solamente abbozzati e il loro approfondimento viene rimandato alla seconda stagione.

La fine dei nerd?

Il titolo di questo articolo è volutamente esagerato e provocatorio. State tranquilli, non vedrete improvvisamente sparire i vostri film, le vostre serie TV e i vostri videogiochi preferiti, ma è anche vero che ci sono all’orizzonte dei segnali preoccupanti. La cultura “Nerd”, genericamente intesa, è sempre stata di difficile trasmissione in un paese, l’Italia, molto tradizionalista e per certi versi retrogrado ed ostile al cambiamento. Quante volte vi siete sentiti dire “ma leggi ancora questi giornalini per bambini?”. Ugh. La situazione è radicalmente cambiata con l’esplosione di prodotti come i film del Marvel Cinematic Universe o la sit-com “The big bang theory”, i quali hanno di fatto trasformato l’essere nerd in una moda (con i pro e i contro del caso). Eppure è rimasta una difficoltà di fondo, dettata da fattori economici oltre che socio-culturali, come ad esempio l’elevato costo di importazione di alcuni fumetti e boardgame statunitensi. Nel seguito dell’articolo, vi parlerò di due casi specifici che hanno attirato la mia attenzione: l’impennata dei prezzi degli albi editi da Panini Comics e la fine (almeno per il momento) della localizzazione italiana del wargame “Star Wars X-Wing”.

La sit-com “The big bang theory” ha contribuito enormemente allo sdoganamento della cultura nerd.

Quoque tu, Panini Comics..

Per chi. come me, legge fumetti Marvel dagli anni ’90 la Panini Comics è un’azienda leggendaria, sinonimo di serietà e qualità. Da quasi 30 anni l’azienda modenese rende disponibili in italiano le storie dei supereroi americani e, più recentemente, degli eroi della galassia lontana lontana, corredando ogni albo di articoli di approfondimento decisamente interessanti e di una grafica al passo coi tempi. Faccio tutta questa prosopopea nella speranza di risultare oggettivo e credibile quando affermo, senza mezzi termini, che l’ultima trovata di Panini Comics è un autogol clamoroso ed anche una mancanza di rispetto nei confronti dei loro clienti di vecchia data. Sostanzialmente, a partire da gennaio 2020, i prezzi degli spillati da edicola subiranno un aumento vertiginoso di prezzo: per dare un’idea tangibile, un mensile da 48/56 pagine come Darth Vader passerà da 3,50/3,90 euro a ben 5/6 euro!! Le giustificazioni della Panini sono riassumibili in tre categorie: l’attenzione verso un approvvigionamento responsabile e “green” della carta, l’impegno a migliorare ancora la qualità degli albi e la difficoltà nel rendere sostenibile la produzione degli spillati rispetto a quella dei volumi cartonati. Le prime due ragioni, per quanto nobili, mi sembrano francamente ridicole in quanto assolutamente non richieste dai lettori. Se l’attenzione verso l’ambiente può essere necessaria in questo periodo storico, l’ulteriore aumento della qualità degli spillati (prodotti da edicola, ricordiamo, e quindi teoricamente rivolti ad un pubblico generalista e/o povero di fondi) non può certo essere realizzata a spese del pubblico e comunque è tutta da dimostrare (molti lamentano errori di impaginazione in alcune copie oppure scarsa qualità grafica in generale).

L’ultimo fattore invece merita un discorso un pochino più ampio perché presenta un fondo di verità, anche se ancora una volta il guadagno (che giustamente deve esserci) non può essere realizzato impedendo di fatto ad una grossa fetta di pubblico di accedere a serie che tranquillamente comprava fino al mese precedente. E’ evidente che il nostro mercato non è come quello americano, per tanti fattori alcuni dei quali citati in apertura, e il lettore medio è casuale, attirato ai comics perlopiù dai film usciti al cinema negli ultimi anni. Di conseguenza la tendenza sarà quella di comprare volumi cartonati, meglio se autoconclusivi, piuttosto che impegnarsi nel comprare ogni mese (o addirittura ogni due settimane) una serie regolare. In questo contesto, Panini Comics all’inizio del 2019 ha compiuto una mossa per certi versi giusta, ma forse troppo prematura: sfruttare il rilancio del parco testate denominato Fresh Start (https://nerdpartysite.wordpress.com/2019/02/10/marvel-fresh-start-prime-impressioni/ e https://nerdpartysite.wordpress.com/2019/05/21/marvel-fresh-start-secondo-giro/) per avvicinare la propria produzione al tipo di lettura americana, trasformando albi come Amazing Spider-man da antologici di 80 pagine a monografici di 48. Se da un lato si è permesso al lettore di seguire solo i personaggi a cui era realmente interessato, dall’altro il prezzo degli albi non è diminuito insieme al numero di pagine, scontentando più persone di quante se ne è rese entusiaste. L’aggiustamento dei prezzi nel 2020 servirà probabilmente a rientrare delle perdite dovute a questa strategia editoriale (oltre che a compensare l’acquisto di una licenza importante come quella DC, ma questa è solo una voce di corridoio); in ogni caso si tratta di una mossa che rischia di essere un boomerang pericoloso per la Panini e la cosa che dispiace di più è che saranno le fumetterie a subire i contraccolpi maggiori di un’eventuale crisi.

La locandina dell’evento editoriale “Fresh Start”: storie moderatamente interessanti, ma una folle politica economica.

Una galassia ancora più lontana

Star Wars: X-Wing è probabilmente il miglior wargame/skirmish degli ultimi anni. Divertente, profondo, relativamente semplice ed immediato (almeno rispetto ad altri titoli come Warhammer), il gioco ci mette alla guida di alcune miniature raffiguranti le iconiche astronavi di Guerre Stellari, in partite al fulmicotone che a livello strategico ricordano molto quelle con gli scacchi. Pubblicato da Fantasy Flight nel 2012, X-Wing ha raggiunto l’apice di popolarità nel 2015-2016, per poi subire un lento ed inesorabile declino dovuto principalmente all’uscita di altri wargame e a meccaniche divenute troppo complesse e sbilanciate. L’uscita della seconda edizione nel settembre 2018 sembra aver risollevato le sorti del gioco, il quale comunque non ha raggiunto i numeri d’oro di un tempo. Questo negli Stati Uniti e nella maggior parte dell’Europa, perché invece in Italia il prodotto sta vivendo una crisi nera che ne mette seriamente a rischio la sopravvivenza, a causa soprattutto di politiche di marketing quantomeno discutibili.

Iniziamo col dire che i mesi precedenti all’uscita della seconda edizione italiana sono stati caratterizzati dal passaggio di consegne tra Giochi Uniti ed Asmodee Italia e, parallelamente, dalla quasi totale irreperibilità di alcune astronavi sul mercato. Ciò, unito alla solita avversione italiana per il cambiamento, ha spinto molti giocatori della 1.0 ad abbandonare il gioco in vista di un totale reset delle statistiche e delle regole che sarebbe di lì a poco avvenuto. Il lancio della nuova edizione, migliore sotto tutti i punti di vista rispetto alla vecchia, è stato accompagnato da una scarsa campagna pubblicitaria nelle fiere di settore e da una politica di sconti per i negozi molto risicata. O almeno, questa è stata la sensazione per quei giocatori di vecchia data che volevano coinvolgere nuove leve e hanno visto del tutto frustrati i loro sforzi. Con la spada di Damocle di un bacino di nuovi clienti pressoché nullo, la mossa della casa madre americana è stata, come nel caso di Panini Comics. tanto coraggiosa quanto poco ponderata sul lungo termine: si è dato la possibilità ai vecchi giocatori di “convertire” le miniature già comprate tramite kit specifici per ogni fazione, dal prezzo fortemente conveniente. Esaurito quindi il guadagno sui kit, ed escludendo quello marginale dovuto alle nuove fazioni introdotte, tutto ciò si è tradotto in una forte difficoltà nella vendita delle ristampe delle vecchie navi, difficoltà ancora più marcata nel mercato italiano per le ragioni sopra descritte. Poche settimane fa, Asmodee ha annunciato che non tradurrà più il gioco in italiano e di conseguenza non sarà neanche più il distributore ufficiale. Attualmente i negozi si stanno rifornendo tramite distributori stranieri, ma il futuro di X-Wing è davvero appeso ad un filo in quanto anche i giocatori di vecchia data si stanno stufando e stanno rivolgendo il proprio sguardo altrove. Ed è un peccato, perché si tratta di un prodotto appassionante e qualitativamente eccellente di cui mi sono trovato molte volte a tessere le lodi (https://nerdpartysite.wordpress.com/2017/12/03/in-una-galassia-lontana-lontana/, https://nerdpartysite.wordpress.com/2018/07/12/x-wing-seconda-edizione/ , https://nerdpartysite.wordpress.com/2019/08/23/x-wing-2-0-una-prova-sul-campo/).

Lasciar morire un gioco come Star Wars: X-Wing è veramente un peccato capitale..

Conclusioni

La situazione delineata da questo articolo è alquanto deprimente, non c’è che dire. Non tanto per la rabbia dovuta alla difficoltà di usufruire delle nostre passioni in maniera degna, quanto per la scarsa capacità imprenditoriale che sembra venire fuori a più riprese e in contesti anche molto diversi tra loro. Si potrebbe prendere ad ulteriore esempio la pessima qualità del doppiaggio di alcuni anime recentemente apparsi su Netflix, ma il discorso diventerebbe poi troppo lungo. Niente è perduto ovviamente, in molti campi come i film e le serie TV le prospettive sono rosee, per quanto nel secondo caso l’arrivo della piattaforma di streaming Disney + è in grado potenzialmente di rimescolare le carte, con esiti incerti. Quel che è sicuro è che noi di Nerd Society continueremo a raccontarvi le meraviglie dell’universo Nerd con lo stessa impegno di sempre. Stay tuned!

Ad Astra – Recensione

Per aspera ad astra” recitava un motto latino, il quale sostanzialmente significa che attraverso le difficoltà si può crescere e raggiungere i propri obiettivi, le stelle nella metafora del proverbio. E sicuramente il protagonista di Ad Astra, interpretato da Brad Pitt, di difficoltà ne incontra parecchie durante il suo viaggio nello spazio profondo, alla disperata ricerca di un padre tanto famoso quanto lontano e sfuggente. Una ricerca che, al netto della giustificazione sci-fi, viene intrapresa in modi diversi da ciascuno di noi durante il corso della vita. Ma andiamo con ordine, analizzando nel corpo della recensione i pro e i contro di un film che ha destato un certo scalpore all’ultimo festival del cinema di Venezia, generando di conseguenza un alto livello di aspettative negli spettatori.

La società immaginata da James Gray è ossessionata dalla ricerca di forme di vita extraterrestre.

La trama:

In un futuro prossimo, tutto lo sviluppo tecnologico del genere umano è proiettato verso la ricerca di forme di vita extraterrestri. Sono state costruite delle enormi antenne, che dalla Terra arrivano fin nella stratosfera, per inviare e ricevere messaggi dallo spazio profondo. Proprio ad una di queste lavora Roy McBride, figlio di un leggendario astronauta andato disperso durante una misteriosa missione nei pressi di Nettuno. Quando devastanti scariche di raggi cosmici, apparentemente provenienti proprio dal gigante blu, iniziano a colpire la Terra, McBride riceve il compito di recarsi su Marte per tentare di mettersi in contatto con suo padre e capire cosa sta accadendo prima che sia troppo tardi. E’ l’inizio di un viaggio alla ricerca della verità, ma anche del vero senso della nostra esistenza come esseri umani.

Il giudizio:

Chiariamo subito che Ad astra non è un film di fantascienza, almeno non nel senso più comune del termine. La pellicola si concede pochissime scene di azione e si abbandona ad un ritmo lento (ma perfettamente studiato) che a molti risulterà indigesto, donando in cambio numerosi spunti di riflessione sia a livello sociale che filosofico. Il regista James Gray delinea un società cupa, rigida, in cui gli astronauti devono continuamente reprimere le proprie emozioni per non essere giudicati inabili al servizio da parte di apposite macchine. In questo contesto, stupisce il forte impeto riposto in uno scopo nobile, o comunque idealista, come la ricerca di forme di vita extraterrestri; probabilmente si tratta di un inconscio tentativo di fuga da un sistema opprimente, da una serie di problemi che il genere umano continua ad esportare dalla Terra su altri pianeti. Emblematica, a tale proposito, la riflessione compiuta da Roy mentre attraversa i corridoi di una metropolitana situata nientepopodimeno che sulla Luna.

Il senso di oppressione delle basi sotterranee, reso con l’uso di specifiche tonalità di colore..
.. contrasta con la splendida fotografia ad ampio respiro delle scene nello spazio

La domanda che tuttavia scorre nella testa dello spettatore per tutto il corso del film, e si esplicita nel momento in cui [SPOILER SPOILER SPOILER SPOILER SPOILER SPOILER SPOILER SPOILER SPOILER SPOILER SPOILER!] Roy finalmente incontra suo padre,è la seguente: siamo sicuri che la soluzione ai nostri problemi venga dall’esterno e non dall’interno, da un’analisi onesta di noi stessi e del rapporto con gli altri? Clifford Mcbride ha dedicato la sua intera vita a studiare lo spazio per dimostrare che non siamo soli, abbandonando gli affetti più cari e generando un senso di vuoto in Roy il quale, a sua volta, rischia di ripercorrere il cammino paterno, isolandosi dalla moglie. L’esistenza di Clifford è un fallimento non perché non ha trovato le prove che cercava, ma perché se il suo scopo era dare un senso ad ogni cosa ha guardato per decenni dalla parte sbagliata. [FINE SPOILER]. L’interpretazione di Brad Pitt, veramente degna di nota, riesce a rendere credibile questo percorso di formazione e le sensazioni di smarrimento ed angoscia che il protagonista subisce nel mentre.

Un applauso va a Brad Pitt che dimostra ancora una volta di essere un grande attore..

Tutto oro ciò che luccica, quindi? Non esattamente. Nonostante il soggetto sicuramente interessante, Ad Astra è un film inutilmente pesante in certi frangenti che avrebbe tratto giovamento da trovate narrative un pelo più elaborate. E’ vero che il senso della pellicola è proprio che non ci sarà mai nulla dietro il prossimo orizzonte per chi non cambia prima sé stesso, ma il prodotto finale soffre per questa impostazione “minimalista”. Ad astra è comunque un’opera valida, che avrebbe potuto raggiungere il livello del capolavoro a cui si ispira (2001: Odissea nello spazio, of course) se solo avesse mostrato più coraggio nel lasciare qualcosa di sè impresso nella mente del pubblico.

PRO:

  • Soggetto interessante, ricco di spunti di riflessione a livello sociale e filosofico.
  • Buona interpretazione di Brad Pitt, che riesce a rendere credibile lo sviluppo del suo personaggio.
  • La fotografia delle scene nello spazio lascia a bocca aperta.

CONTRO:

  • Ritmo eccessivamente lento e pesante in alcuni frangenti.
  • Qualche colpo di scena o trovata narrativa ulteriori avrebbero potuto rendere questo film indimenticabile.
  • Ricerca il paragone con un mostro sacro come “2001: Odissea nello spazio” rimanendone scottato.