L’ascesa del mandaloriano

Pochi giorni fa, come ogni 4 maggio, i fan stellari di tutto il mondo hanno celebrato lo Star Wars Day. Per l’occasione la Disney ha pensato di far uscire in dvd e Blu-Ray l’ultimo controverso capitolo della nuova trilogia della saga degli Skywalker, il famigerato Episodio IX che sembra quasi essere riuscito nell’impresa di sollevare più reazioni negative rispetto al tanto criticato Gli ultimi Jedi. Con l’occasione L’ascesa di Skywalker è stato caricato su Disney+, che fortunatamente al suo interno offre anche altri contenuti di assoluto interesse per tutti gli appassionati dell’universo fantascientifico inventato una quarantina di anni fa da George Lucas. Basta citare ad esempio la serie animata The Clone Wars, che sempre il 4 maggio è giunta alla sua definitiva conclusione con l’arrivo nella piattaforma disneyana del dodicesimo episodio della settima stagione. Ma un paio di giorni prima, precisamente venerdì 1 maggio, nel medesimo canale di streaming era stato caricato l’ottavo ed ultimo episodio della prima stagione di una serie destinata a fare breccia nei cuori del fandom di Star Wars: The Mandalorian.

Le otto parti che compongono la prima esaltante stagione sono un’autentica gioia per gli occhi, in grado di poter essere apprezzata fino in fondo sia da chi conosce a menadito ogni minimo particolare della “galassia lontana lontana”, sia dai neofiti che si avvicinano per la prima volta a questo mondo. Tenendo in considerazione tutti i punti di forza di The Mandalorian e il consenso praticamente unanime di pubblico e di critica il rinnovo per una seconda stagione era praticamente scontato, e le indiscrezioni provenienti dal set riguardanti i nuovi (si fa per dire) personaggi che compariranno e i possibili risvolti che potrebbero esserci nelle vicende dei protagonisti inducono a guardare con ottimismo al prossimo nuovo ciclo di episodi, anche se per ora non ci è dato sapere con certezza quando verranno ultimati e distribuiti.
Eccovi i tre motivi principali per i quali si può considerare The Mandalorian uno dei prodotti più all’avanguardia dello Star Wars Universe:

La storia

Nel corso delle otto puntate la vicenda che si dipana davanti allo spettatore riesce a coinvolgere sin dalle sequenze iniziali. Sembra di ritrovarsi di fronte ad un western di fantascienza in cui sono presenti tutte le caratteristiche tipiche del genere. Il protagonista è un cacciatore di taglie solitario e apparentemente distaccato da tutto e da tutti, dedito soltanto al suo lavoro in cui ha fama di essere uno dei migliori in circolazione. Però quello che doveva essere un incarico come tutti gli altri (ma assai più remunerativo) lo pone di fronte a un bivio cruciale, e una volta scelta la strada da seguire la sua vita cambierà definitivamente. Dopo aver deciso di non “terminare” una strana creatura bambina-l’ormai celebre “Baby Yoda”-per i due inizia una rocambolesca odissea in giro per la galassia che li porterà a cercare rifugio in pianeti ostili, a unirsi a bande poco raccomandabili, a scontrarsi con nemici senza scrupoli, fino a tornare per la resa dei conti finale dove la narrazione ha avuto inizio per la chiusura-momentanea-del cerchio.

Nel corso di questa sensazionale avventura i due impareranno a fidarsi l’uno dell’altro, conosceranno inaspettati alleati e subdoli doppiogiochisti, e il mandaloriano non sarà mai più lo stesso di prima. L’intero racconto ha il merito di essere suddiviso egregiamente in otto parti, ognuna della quali ha una sua organicità interna e, nonostante l’alternanza di vari registi dietro la macchina da presa, il ritmo e la tensione sono sempre distribuiti equamente in tutti gli otto capitoli.

I personaggi

La galleria dei personaggi che ci vengono presentati in questa prima stagione include alcune figure simili ad altre già viste nei vari archi narrativi del franchise ed altre completamente nuove. Il protagonista che dà il titolo alla serie, il misterioso pistolero solitario cresciuto dalla stirpe mandaloriana che scopriremo chiamarsi Din Djarin, è l’eroe indiscusso della storia. Pur avendo la faccia perennemente coperta dall’elmo, dietro al quale si nasconde il volto di Pedro Pascal, si possono intuirne facilmente i suoi sentimenti e si può assistere, di pari passo col lo sviluppo della trama, al suo profondo cambiamento e ad un progressivo disvelamento delle sue origini.

Tuttavia non si sarebbe parlato così tanto di questa prima serie live action di Guerre Stellari se non ci fosse stato l’infante che “Mando” dovrebbe catturare ed invece si ritroverà a proteggere come fosse suo figlio (chi ha già visto le prime puntate saprà benissimo che in realtà si tratta di una creatura cinquantenne ma si sa, il suo illustre omologo Maestro Jedi ha abbandonato le sue spoglie mortali alla veneranda età di 900 anni). Il “Baby-Yoda” di cui tanto si è parlato nei mesi che sono intercorsi tra il debutto americano e quello italiano della serie è il fulcro intorno al quale ruotano tutti gli avvenimenti, ed è incredibile come riesca a suscitare un’immediata empatia grazie ai suoi occhioni fin dalla sua primissima apparizione. Merito del suo enorme successo va attribuito all’accuratezza tecnica che si cela dietro alla sua creazione, che prevede un mix di animazione di burattini e di CGI.

Le altre figure che compaiono nel corso dei primi otto capitoli includono svariati comprimari interpretati da un cast super stellare che comprende nomi altisonanti come Nick Nolte, Werner Herzog, Taika Waititi e Giancarlo Esposito.

La resa scenica

Con un budget di oltre 100 milioni di dollari, un esperto di blockbuster ad alto tasso di spettacolarità come Jon Favreau ad ideare e poi a seguire il progetto in ogni sua fase, il risultato finale non poteva che essere eccellente, ed infatti è proprio così. Complice l’ambientazione in un periodo non ancora oggetto di altre trasposizioni cinematografiche, ovvero il caotico interregno tra la caduta dell’Impero e la nascita della Nuova Repubblica, il mondo stellare in cui si muovono i protagonisti è un elegante commistione di riferimenti ai vecchi film della saga e di nuovi luoghi e creature perfettamente in linea con l’estetica di Lucas. Tutto ciò contribuisce a una resa scenica che rasenta la perfezione. La cura per il dettaglio e la scelta di inquadrature visivamente emozionanti la si può notare soprattutto nelle diverse scene d’azione.

Un piccolo esempio dell’abile maestria riscontrabile in ogni aspetto della lavorazione la si può ammirare nelle splendide illustrazioni che accompagnano i titoli di coda.

The Mandalorian – Recensione dei primi tre episodi

In un periodo difficile e complesso come quello che stiamo vivendo in questi giorni, dove la maggior parte di noi sono costretti a rimanere l’intera giornata tra le mura domestiche per evitare il propagarsi del contagio, diventa fondamentale più che mai trovare degli appigli che ci consentano di evadere dalla complicata realtà quotidiana che dobbiamo affrontare. Per uscirne a testa alta, desiderosi di riappropriarsi delle abitudini e delle azioni che al momento siamo impossibilitati a fare, è importante trascorrere questo periodo di isolamento cercando di passare il tempo in maniera-per quanto possibile-leggera e spensierata. A darci una grossa mano nel tentativo di alleggerire il clima pesante dell’attualità ci ha pensato Disney+, la piattaforma di streaming della Casa del Topo che da martedì 24 marzo è accessibile anche nel nostro paese (ad un prezzo, sia mensile che annuale, per il momento davvero competitivo).

Tra gli innumerevoli contenuti di assoluto interesse che vi si possono trovare all’interno, tra serie e grandi classici del passato, non mancano però nemmeno dei contenuti inediti progettati esclusivamente per il lancio del servizio. La maggior parte di questi, specialmente quelli provenienti dai Marvel Studios, arriveranno nei prossimi mesi, ma uno, forse il più atteso di tutti, è disponibile fin da adesso: si tratta ovviamente di The Mandalorian, la serie spinoff di Star Wars che è stata pensata appositamente per lanciare in pompa magna la nuova trovata disneyana, e di cui è già stata annunciata una seconda stagione. I più attenti potrebbero aver visto la prima puntata trasmessa in anteprima su Italia 1 domenica 22 poco prima di mezzanotte, moltissimi ne avranno sentito parlare a causa delle immagini di “Baby Yoda” che hanno invaso i social network ancora mesi fa, ma la serie è molto più di quello che potrebbe apparire ad un primo sguardo. La sorpresa parzialmente negativa che coglierà l’utente appena iscritto a Disney+ è che non troverà tutte le puntate della prima stagione pronte per essere guardate, magari con un bel binge watching: è stato purtroppo deciso di mettere a disposizione al debutto solo le prime due puntate, per poi caricare le successive sei con cadenza settimanale ogni venerdì. Per ora dunque si possono visionare soltanto tre capitoli, che tuttavia bastano e avanzano per farsi un’idea abbastanza definita su The Mandalorian. Eccovi una breve recensione, senza spoiler che ve ne rovinino la visione, dei primi tre episodi di un racconto che ci riporta in quella galassia lontana lontana che ormai da 40 anni è entrata nel nostro immaginario collettivo.

La trama:

Dopo il crollo dell’Impero e prima della nascita del Primo Ordine, nell’anno 9 ABY (dopo la battaglia di Yavin), nella galassia regna una situazione complessivamente tranquilla, ma dietro una calma apparente agiscono ancora dei malvagi senza scrupoli fedeli alle decadute istituzioni imperiali. In questo contesto si muove un cacciatore di taglie mandaloriano: è un misterioso guerriero solitario originario del pianeta Mandalore, il ché implica anche la sua appartenenza ad un rigoroso codice etico al quale deve sempre attenersi: una delle sue regole principali, ad esempio, è quella di non togliersi mai l’elmo metallico che indossa. “Mando” (così viene soprannominato dal leader della sua Gilda) è uno dei più bravi nel suo lavoro, che svolge in maniera impeccabile e senza porsi alcun dilemma morale. Cercando una taglia più remunerativa rispetto alle ultime che aveva raccolto, viene messo in contatto con un sinistro committente che gli affida un compito promettendogli un’eccellente remunerazione: dovrà individuare e consegnargli, possibilmente vivo, un soggetto di 50 anni. Non sapendo nient’altro se non l’età dell’obiettivo e la sua posizione, Mando accetta e parte per la sua nuova missione. Quando, superate diverse peripezie, si ritroverà davanti all’individuo in questione, scoprirà che l’incarico era più difficile del previsto, e sarà costretto a compiere delle scelte che rischieranno di cambiare radicalmente la sua vita.

Recensione:

La prima impressione, terminata la visione del terzo episodio, è che questo innovativo spinoff live action sia riuscito ad attingere al meglio dell’universo di Star Wars e che abbia tutte le carte in regola per soddisfare la gran parte degli appassionati del franchise, evitando le polemiche e le proteste che l’ultima trilogia cinematografica si è attirata. Sebbene la vicenda sia ambientata cronologicamente tra fine della prima e il principio dell’ultima trilogia-i fatti si svolgono infatti tra Il ritorno dello Jedi e Il risveglio della Forza-non è presente nessun personaggio già noto: il protagonista ricorda sotto parecchi aspetti il famoso Boba Fett, ma sia lui che ciascuno dei comprimari compaiono qui per la prima volta.

La storia ha svariati richiami alla tradizione dei western, da cui vengono estrapolati alcuni stilemi del genere per essere collocati efficacemente nel contesto fantascientifico della galassia inventata da George Lucas. Paesaggi desolati, cittadine degradate, mercenari spietati e creature minacciose sono una costante nell’arco dei primi 90 minuti suddivisi nelle tre parti finora distribuite. Oltre a ciò non mancano nemmeno quelle caratteristiche che hanno fatto la fortuna della saga stellare: umorismo ben dosato e mai esagerato, pianeti e ambientazioni suggestivi, citazioni e riferimenti agli episodi canonici, sequenze d’azione coinvolgenti e spettacolari.

All’ottima resa scenica danno un contributo essenziale gli effetti speciali, che rendono estremamente dettagliata e curata ogni singola inquadratura in un modo talmente sofisticato che è assai raro riscontrare in una produzione televisiva. Il merito di aver messo a punto un progetto così ben funzionante va senza dubbio all’ideatore che ha pure supervisionato ogni fase della lavorazione, cioè a Jon Favreau, che ha messo in campo tutta la sua competenza e maestria nell’uso delle tecniche digitali.

In un mondo popolato da droidi, alieni ed eroi corazzati dalla testa ai piedi può non essere semplice riconoscere gli attori chiamati a dare il volto-o in certi casi solo la voce-ai vari personaggi. Ciononostante, soffermandosi sui titoli di coda, si potranno individuare i nomi che concorrono a formare un cast superlativo: sotto l’armatura del mandaloriano si nasconde Pedro Pascal, che dopo Game of Thrones e Narcos interpreta qui un altro ruolo iconico che potrebbe consacrarlo definitivamente nel panorama hollywoodiano. In parti secondarie spiccano celebrità del calibro di Nick Nolte, Taika Waititi , e c’è spazio perfino per un cameo del celebre Werner Herzog.

Per quanto riguarda i capitoli successivi è lecito insomma aspettarsi un proseguimento degno di quanto visto fino ad adesso. Ci sarà probabilmente un “Baby Yoda” più presente, anche se si potrebbe ipotizzare che sarà una presenza più dosata e misurata rispetto a quella che avrà nel merchandising. Va detto che allo stato attuale latita la componente femminile, ma da qui alla conclusione quasi sicuramente saprà farsi valere. Non ci resta perciò che attendere il prosieguo delle vicende di quello che, ad oggi, si candida ad essere uno dei migliori prodotti di Lucasfilm degli ultimi vent’anni.

The Witcher – Recensione

Quando si traspone un’opera da un medium all’altro, che sia da romanzo a videogioco o da romanzo a serie televisiva, vi è sempre il rischio di snaturare la visione originale dell’autore, dando vita ad un prodotto non all’altezza. E’ questa una delle principali critiche mosse dai detrattori a “The Witcher”, la nuova serie prodotta da Netflix ispirata ai romanzi di Sapkowski e alla celebre trilogia videoludica. Ci sono però altri due fattori da tenere in considerazione: libro e televisione sono, per l’appunto, due medium diversi e non è scontato che ciò che funziona benissimo in uno possa funzionare altrettanto bene nell’altra; inoltre, un prodotto come “The Witcher” deve necessariamente parlare ad un pubblico più ampio possibile, composto anche da coloro che non hanno mai sfogliato i romanzi o non hanno mai preso il controllo di Geralt di Rivia sui loro PC. Personalmente, ho divorato il secondo e terzo capitolo della trilogia sviluppata da CD Project, ma non ho mai avuto il piacere di gustare l’opera di Sapkowski, per cui mi trovo nel mezzo e posso affermare che questa serie diverte e convince, al netto di alcune piccole sbavature che analizzerò nel seguito della recensione.

Sguardo fiero e fisso sull’orizzonte, in cerca della prossima avventura!

Trama:

In un continente immaginario, ma dal chiaro sapore medioevale, sono ambientate le gesta di Geralt di Rivia, cacciatore di mostri mutante dalle poche parole, ma dalla grande abilità con la spada. Dopo essersi tenuto lontano per tutta la vita dalle dispute politiche tra i vari stati, Geralt ne viene inevitabilmente coinvolto quando l’Impero di Nilfgaard invade i Regni Settentrionali, minacciandone la sopravvivenza. Ma più che alla semplice conquista, il principe del Sud sembra interessato ad una misteriosa bambina dagli straordinari poteri magici..

Giudizio:

The Witcher è una serie ricca di particolari e di spunti di riflessione, nonostante lo stile di narrazione piuttosto ermetico possa farla apparire quasi “povera” ad un primo sguardo. Le origini di Geralt, così come la situazione politica del mondo e l’interessante ruolo svolto dalla Confraternita dei Maghi, sono soltanto suggeriti da sogni, flashback e dialoghi, questi ultimi davvero ben scritti e piacevoli. Siamo ben lontani, insomma, dagli “spiegoni” visti in Game of Thrones e ciò, a seconda dei vostri gusti personali, sarà un elemento che vi farà amare il serial oppure ve ne farà allontanare inesorabilmente. Molto più esplicite, invece, sono le riflessioni di natura morale che il protagonista si troverà più volte a fare nel corso delle varie puntate. Si tratta di dilemmi non originalissimi, in verità, ma comunque interessanti e ben inscenati, che contribuiscono a dare tridimensionalità al personaggio di Geralt e all’ottimo supporting cast. In questo senso, è veramente sorprendente ed encomiabile la prova di Henry Cavill il quale, al netto di alcune insicurezze in certe scene, riesce a rendere giustizia al Lupo Bianco. Un’altra caratteristica che farà storcere il naso a molti, ma che rappresenta una precisa scelta degli autori e come tale va interpretata, è la divisione della storia in tre tronconi separati, ambientati ciascuno in una timeline differente che, naturalmente, tenderà a riunirsi alle altre procedendo verso il finale di stagione. Ad esempio, nei primi episodi assisteremo alle imprese iniziali di Geralt, all’incontro con Ranuncolo che costruirà la grande fama del Witcher mediante le sue ballate, mentre contemporaneamente assisteremo all’addestramento della maga Yennefer, iniziato molti anni prima, e alla fuga di Ciri, avente luogo alcuni anni dopo l’incontro tra Geralt e il bardo. Se siete confusi non vi preoccupate, anche io ero piuttosto perplesso, ma dalla quarta puntata in poi tutto si fa abbastanza chiaro, anche grazie al riferimento ad alcuni eventi chiave del continente che in una timeline devono ancora accadere, mentre in un’altra sono già successi.

Tre timeline differenti. tre personaggi inesorabilmente legati tra loro dal destino..

Passiamo ora all’unica, vera nota dolente di questa serie TV: il basso budget. E’ vero che non è giusto giudicare la qualità di un serial dal numero di combattimenti, esplosioni o mostri che compaiono a schermo, ma in questo caso quel poco che compare è realizzato discretamente male. La battaglia di Cintra e lo scontro finale sono accettabili, anche se avrei preferito una maggior cura delle armature e delle vesti dei combattenti, mentre i mostri sono quasi tutti poco credibili, e questo è un grosso problema in un prodotto fantasy dedicato ad un cacciatore di mostri. Spero che questa prima stagione abbia il successo che meriti, di modo che per la seconda gli autori abbiano a disposizione fondi maggiori per avvicinarsi, a livello puramente scenografico, a mostri sacri come GoT. Per quanto riguarda infine l’aderenza con l’universo narrativo già delineato dai videogiochi (per i romanzi, come detto in apertura, non posso giudicare), ho trovato in “The Witcher” molta fedeltà e molto rispetto: i luoghi che ho amato ci sono tutti e i personaggi si comportano come si sarei aspettato, al netto di alcune scelte di casting “discutibili”. Mi preme sottolineare, in ogni caso, che questa è una (buona) serie godibile anche da chi non ha mai sentito nominare Geralt di Rivia e perfino da chi non mastica molto il genere fantasy; questo non può che essere un decisivo punto a favore di “The Witcher” e della fruizione immediata dei suoi otto episodi.

Lo scontro con la strige è uno di quelli meglio realizzati. In altri casi, il risultato finale lascia molto a desiderare..

PRO:

  • L’ambientazione è ricca ed affascinante, nonostante la narrativa ermetica non ne esalti al meglio le caratteristiche.
  • L’interpretazione di Henry Cavill, al netto di alcune incertezze, rende giustizia al personaggio di Geralt di Rivia.
  • Dialoghi ben scritti e ben interpretati da un ottimo cast.

CONTRO:

  • Le battaglie e, soprattutto, i mostri non sono molto credibili.
  • La scelta di suddividere la storia in tre timeline differenti può generare parecchia confusione.
  • Molti aspetti sono solamente abbozzati e il loro approfondimento viene rimandato alla seconda stagione.

I migliori film Hi-Tech di sempre

Mentre la tecnologia e l’innovazione avanzano sempre più nelle nostre vite, le arti hanno sempre cercato di interpretare e immaginare il nostro futuro, tra robot e tecnologie e mondi sensazionali.
Ma quali sono stati i migliori film hi-tech? Chi ha introdotto più tecnologia e gadget nel mondo del cinema? Abbiamo stillato una lista di dieci film sulla tecnologia che hanno avuto un fortissimo impatto nell’epoca in cui uscirono e che in qualche modo hanno anticipato la nostra società.

Matrix

Il capolavoro dei Wachowski, il film che è diventato un’icona e ha portato ad un altro livello i film fantascientifici. In Matrix troviamo talmente tanta tecnologia che il mondo stesso è una simulazione creata da un computer!

Minority Report

Computer 3D, ologrammi, previsioni del futuro, realtà aumentata e molto altro: nel film di Spielberg con Tom Cruise troviamo tutto ciò. Il regista si era documentato e consultato con alcuni autori di fantascienza per creare questo film distopico.

Blade Runner

Macchine volanti e replicanti: basta questo per farne un classico. Ed erano gli anni 80. Il film con Harrison Ford a caccia di replicanti mette in guardia l’umanità su una cosa: arriverà il giorno in cui la tecnologia riuscirà a soppiantare noi umani.

Tron

Jeff Bridges rimpicciolito che si infila dentro un computer mentre cerca di hackerarlo? Assolutamente geniale e immortale. E aiutò molti a capire cosa ci fosse dentro un computer… più o meno!

War Games

Un giovanissimo Matthew Broderick che utilizza un super computer e per poco non scatena una guerra nucleare. Girato in piena guerra fredda, il personaggio di Broderick è un hacker ante litteram.

A.I

Un altro film di Spielberg per mostrarci come l’intelligenza artificiale avrà anche un cuore e un aspetto umano. Ma siamo noi pronti ad accettare tutto ciò?

Metropolis

Siamo nel 1927 ma Metropolis racconta un futuro ancor più avanti di noi, dove le diverse classi sociali sono divise anche architettonicamente. Qui l’alter ego robotico della protagonista seminerà il caos in un mondo sfruttato e iper industrializzato.

Total Recall

Forse fin troppo fantascientifico, ma l’idea di fondo, ovvero ciò che è reale e ciò che non lo è, è un dibattito aperto nel mondo di oggi, dove la realtà virtuale si fa sempre più strada nelle nostre vite.

2001 Odissea nello Spazio

Chi non conosce il computer HAL 9000? Che prende vita propria e decisioni proprie e decide di eliminare l’astronauta chiudendolo fuori nello spazio. Un avviso per le moderne tecnologie IoT e smart? Forse sì se non siamo attenti alla nostra protezione.

Westworld

Diventato anche poi serie TV, questo film del 1973 tratto da un libro di Crichton, vede impegnati robot contro umani (un classico ormai). La tecnologia prenderà dunque il sopravvento sugli uomini? O tratteremo le nuove tecnologie e l’intelligenza artificiale come schiavi? Non sappiamo ancora la risposta ma West world, come tanti altri film e libri, prova a dirci come finirà tutto ciò.

E il vostro film hi-tech preferito qual è?

Ad Astra – Recensione

Per aspera ad astra” recitava un motto latino, il quale sostanzialmente significa che attraverso le difficoltà si può crescere e raggiungere i propri obiettivi, le stelle nella metafora del proverbio. E sicuramente il protagonista di Ad Astra, interpretato da Brad Pitt, di difficoltà ne incontra parecchie durante il suo viaggio nello spazio profondo, alla disperata ricerca di un padre tanto famoso quanto lontano e sfuggente. Una ricerca che, al netto della giustificazione sci-fi, viene intrapresa in modi diversi da ciascuno di noi durante il corso della vita. Ma andiamo con ordine, analizzando nel corpo della recensione i pro e i contro di un film che ha destato un certo scalpore all’ultimo festival del cinema di Venezia, generando di conseguenza un alto livello di aspettative negli spettatori.

La società immaginata da James Gray è ossessionata dalla ricerca di forme di vita extraterrestre.

La trama:

In un futuro prossimo, tutto lo sviluppo tecnologico del genere umano è proiettato verso la ricerca di forme di vita extraterrestri. Sono state costruite delle enormi antenne, che dalla Terra arrivano fin nella stratosfera, per inviare e ricevere messaggi dallo spazio profondo. Proprio ad una di queste lavora Roy McBride, figlio di un leggendario astronauta andato disperso durante una misteriosa missione nei pressi di Nettuno. Quando devastanti scariche di raggi cosmici, apparentemente provenienti proprio dal gigante blu, iniziano a colpire la Terra, McBride riceve il compito di recarsi su Marte per tentare di mettersi in contatto con suo padre e capire cosa sta accadendo prima che sia troppo tardi. E’ l’inizio di un viaggio alla ricerca della verità, ma anche del vero senso della nostra esistenza come esseri umani.

Il giudizio:

Chiariamo subito che Ad astra non è un film di fantascienza, almeno non nel senso più comune del termine. La pellicola si concede pochissime scene di azione e si abbandona ad un ritmo lento (ma perfettamente studiato) che a molti risulterà indigesto, donando in cambio numerosi spunti di riflessione sia a livello sociale che filosofico. Il regista James Gray delinea un società cupa, rigida, in cui gli astronauti devono continuamente reprimere le proprie emozioni per non essere giudicati inabili al servizio da parte di apposite macchine. In questo contesto, stupisce il forte impeto riposto in uno scopo nobile, o comunque idealista, come la ricerca di forme di vita extraterrestri; probabilmente si tratta di un inconscio tentativo di fuga da un sistema opprimente, da una serie di problemi che il genere umano continua ad esportare dalla Terra su altri pianeti. Emblematica, a tale proposito, la riflessione compiuta da Roy mentre attraversa i corridoi di una metropolitana situata nientepopodimeno che sulla Luna.

Il senso di oppressione delle basi sotterranee, reso con l’uso di specifiche tonalità di colore..
.. contrasta con la splendida fotografia ad ampio respiro delle scene nello spazio

La domanda che tuttavia scorre nella testa dello spettatore per tutto il corso del film, e si esplicita nel momento in cui [SPOILER SPOILER SPOILER SPOILER SPOILER SPOILER SPOILER SPOILER SPOILER SPOILER SPOILER!] Roy finalmente incontra suo padre,è la seguente: siamo sicuri che la soluzione ai nostri problemi venga dall’esterno e non dall’interno, da un’analisi onesta di noi stessi e del rapporto con gli altri? Clifford Mcbride ha dedicato la sua intera vita a studiare lo spazio per dimostrare che non siamo soli, abbandonando gli affetti più cari e generando un senso di vuoto in Roy il quale, a sua volta, rischia di ripercorrere il cammino paterno, isolandosi dalla moglie. L’esistenza di Clifford è un fallimento non perché non ha trovato le prove che cercava, ma perché se il suo scopo era dare un senso ad ogni cosa ha guardato per decenni dalla parte sbagliata. [FINE SPOILER]. L’interpretazione di Brad Pitt, veramente degna di nota, riesce a rendere credibile questo percorso di formazione e le sensazioni di smarrimento ed angoscia che il protagonista subisce nel mentre.

Un applauso va a Brad Pitt che dimostra ancora una volta di essere un grande attore..

Tutto oro ciò che luccica, quindi? Non esattamente. Nonostante il soggetto sicuramente interessante, Ad Astra è un film inutilmente pesante in certi frangenti che avrebbe tratto giovamento da trovate narrative un pelo più elaborate. E’ vero che il senso della pellicola è proprio che non ci sarà mai nulla dietro il prossimo orizzonte per chi non cambia prima sé stesso, ma il prodotto finale soffre per questa impostazione “minimalista”. Ad astra è comunque un’opera valida, che avrebbe potuto raggiungere il livello del capolavoro a cui si ispira (2001: Odissea nello spazio, of course) se solo avesse mostrato più coraggio nel lasciare qualcosa di sè impresso nella mente del pubblico.

PRO:

  • Soggetto interessante, ricco di spunti di riflessione a livello sociale e filosofico.
  • Buona interpretazione di Brad Pitt, che riesce a rendere credibile lo sviluppo del suo personaggio.
  • La fotografia delle scene nello spazio lascia a bocca aperta.

CONTRO:

  • Ritmo eccessivamente lento e pesante in alcuni frangenti.
  • Qualche colpo di scena o trovata narrativa ulteriori avrebbero potuto rendere questo film indimenticabile.
  • Ricerca il paragone con un mostro sacro come “2001: Odissea nello spazio” rimanendone scottato.

Joker – Recensione

Ho sempre pensato alla mia vita come a una tragedia, adesso vedo che è una commedia”

Di solito gli appassionati di cinecomic non guardano con molto interesse alla Mostra del cinema di Venezia, dal momento che è rarissimo che transitino per il Lido alcuni dei lungometraggi tratti dai fumetti che da oltre un decennio fanno a gara per frantumare record d’incassi uno dopo l’altro. Quest’anno tuttavia a molti non sarà sfuggito che in concorso alla settantaseiesima edizione della mostra figurasse il tanto atteso Joker, e tanto meno sarà passata inosservata l’inaspettata vittoria del Leone d’oro di quest’ultimo. Di questa riproposizione sul grande schermo del celebre antagonista di Batman si era in grado di sapere abbastanza fin dall’annuncio della sua realizzazione: un attore poliedrico come Joaquin Phoenix nel ruolo del protagonista, dietro la macchina da presa un regista quasi cinquantenne con alle spalle solo commedie commerciali, trama e personaggi slegati dalle ultime pellicole targate DC. Proprio i recenti insuccessi di pubblico della casa di produzione rivale dei Marvel Studios potevano giustificare un certo scetticismo iniziale intorno a questo nuovo progetto, che però fin dalle prime foto di scena e dal primo trailer appariva in netta controtendenza rispetto allo stile a cui ci aveva abituato la DC Films da un po’ di tempo a questa parte. E adesso che il tanto atteso debutto nelle sale è arrivato, non si può fare a meno di riconoscere la straordinarietà di questa rilettura delle origini di un villain leggendario e affascinante come pochi.

Parlare di capolavoro potrebbe risultare eccessivo, ma indubbiamente si tratta di un film unico, che attinge direttamente a grandi classici del passato e che riesce a trascinare lo spettatore nel graduale percorso che porterà un solitario aspirante comico con dei disturbi psichici a diventare il criminale più temibile di Gotham City, puntando l’attenzione sul lento germogliare del seme della follia in un individuo abbandonato a sé stesso da una società cinica ed indifferente verso il prossimo.

Trama:

In una Gotham City degli anni ’80 sporca e corrotta, Arthur Fleck è un emarginato che sogna di diventare un comico televisivo. Vive in un piccolo appartamento in un palazzo fatiscente con l’anziana madre e si guadagna da vivere pubblicizzando prodotti in strada vestito da clown. Arthur ha una patologia che lo porta a scoppiare a ridere in maniera incontrollata quando si trova sotto stress e che gli impedisce di rapportarsi normalmente con le persone che lo circondano. Dopo aver subito l’ennesimo sopruso, mentre si trova nella metropolitana in abiti di pagliaccio, reagisce ad un pestaggio uccidendo i suoi aggressori. Quello che avrebbe dovuto essere un evento traumatizzante finisce per liberare, attraverso l’uso della violenza, tutto il disagio represso in un’esistenza segnata da traumi e sopraffazioni. Alcuni abitanti intanto vedono nell’omicidio compiuto da Fleck un simbolo di ribellione contro i ricchi della città-tra i quali spicca il miliardario Thomas Wayne-, accusati di pensare solo ad incrementare i propri guadagni sulle spalle della povera gente. Nelle strade iniziano quindi a diffondersi parecchie maschere da clown in omaggio al misterioso killer vestito da pagliaccio a cui la polizia non riesce a dare un’identità.

Recensione:

Fin dalle prime sequenze è evidente che la pellicola si pone in aperto contrasto con i canoni tipici delle trasposizioni dei racconti a fumetti sul grande schermo. A onor del vero, il famigerato supercriminale nemico del Cavaliere Oscuro, apparso per la prima volta in un albo nel 1940 e che da allora ha avuto diversi attori che gli hanno prestato il volto nei vari bat-movie (alcuni convincenti, altri meno), qui è assai diverso dalle sue innumerevoli versioni alternatesi finora sia su carta stampata sia al cinema. Todd Philips ha messo in scena una origin story che prende spunto dall’antagonista di Batman e dalle numerose storie che lo riguardano per narrare una vicenda del tutto diversa e personale. Se qualcuno si illude di ritrovarsi davanti un Joker del tutto simile a quello che ormai è impresso nell’immaginario collettivo rischia di uscire dalla sala deluso. In realtà il regista ha voluto proporre una sorta di dramma psicologico che si focalizza sull’inesorabile incedere della pazzia su una persona che non riesce a farsi comprendere dagli altri, non certo la genesi di un criminale pazzoide. Le principali fonti d’ispirazione di Philips sono le prime opere di Martin Scorsese, in particolare due: Taxi driver (1976) e Re per una notte (1983). Da questi due sono prese pure le tematiche sulle quali ruota l’intero sviluppo della trama: malattia mentale, solitudine, ruolo dei mass media, contesto sociale ostile, violenza improvvisa ed istintiva. Ciò spiega anche la scelta di ambientare la narrazione negli anni ’80, in una Gotham che ricorda moltissimo la New York dove si muovevano i protagonisti dei due capolavori di Scorsese, in entrambi i casi interpretati da Robert De Niro, che qui ha un ruolo che ricalca in pieno quello del suo coprotagonista Jerry Lewis in Re per una notte.

Joaquin Phoenix merita un discorso a sé. La sua bravura nell’immergersi in una parte che avrebbe suscitato inevitabili paragoni scomodi con gli illustri precedenti (Heath Ledger in primis), arrivando perfino a modificare il proprio fisico perdendo circa 25 kg in modo da rendere con ancora maggiore credibilità il disagio esistenziale del suo Arthur Fleck, è semplicemente impressionante. Nella sua performance attoriale ogni minimo tic, sguardo, movimento è studiato alla perfezione e riesce a comunicare il profondo disagio mentale di un pagliaccio infelice che non riesce a far ridere nessuno. Basta pensare alla risata patologica che scaturisce dalla sua bocca per apprezzare l’incredibile lavoro di Phoenix per dare vita ad un’interpretazione che, al di là dei premi ufficiali che potrebbero-o sarebbe meglio dire dovrebbero-attribuirgli, entra di diritto negli annali della settima arte.

Sebbene non abbia praticamente nulla del tradizionale adattamento dai fumetti, è oggettivamente difficile trovare dei difetti a Joker. Si spera che grazie a questo autentico virtuosismo frutto del connubio vincente Todd Philips-Joaquin Phoenix, che la DC abbia finalmente trovato il coraggio di percorrere una strada differente rispetto ai concorrenti storici della Marvel, provando come in questo caso ad offrire un prodotto in merito al quale per forza di cose il colosso recentemente assorbito dalla Disney non è in grado di competere. Probabilmente non potranno arrivare sempre successi stratosferici al botteghino, ma la lezione che ci arriva dal sorriso inquientante del clown di Phoenix è chiara e semplice: cinema d’autore e cinecomic possono coesistere. Parola di Joker.

Il Re Leone – Recensione

“Mentre gli altri cercano ciò che possono prendere, un vero Re cerca ciò che può dare.”

Nell’arco di questo 2019 la Disney ha puntato sull’usato sicuro per garantirsi record di incassi al botteghino facendo uscire al cinema tre remake in live action di grandi classici dell’animazione che sono nell’olimpo dei suoi migliori cartoni animati di sempre. A marzo ha aperto le danze il Dumbo di Tim Burton, a maggio è stata la volta di Aladdin con la regia frenetica di Guy Ritchie, ma il progetto indubbiamente più audace e ambizioso è il terzo, cioè quello che ha debuttato nelle sale italiane pochi giorni fa (ma che negli USA è uscito poco dopo la metà di luglio). Il regista Jon Favreau, famoso per aver dato inizio alla serie di cinecomic dei Marvel Studios firmando la regia dei primi due Iron Man e con alle spalle già un live action disneyano (Il Libro della Giungla, 2016), ha deciso di accettare una sfida non da tutti: fare un remake del celebre cartoon del 1994 Il Re Leone utilizzando le tecniche già collaudate con il suo adattamento precedente. Il risultato è un prodotto Disney visivamente spettacolare che tiene incollati allo schermo dal primo all’ultimo minuto, dove però si può riscontrare qualche-forse inevitabile-difetto.

Trama:

Il cucciolo Simba, figlio di Re Mufasa e legittimo erede al trono della Rupe dei Re, è impaziente di crescere e di dominare sui territori della savana su cui ora regna suo padre. Il malvagio Scar, il fratello di Mufasa rabbioso per aver perso definitivamente la speranza di salire un giorno al trono con la nascita del legittimo erede, trama alle loro spalle per liberarsi dell’attuale sovrano e del suo primogenito. Caduto vittima del tremendo piano di Scar, Simba si ritrova esiliato e tormentato dal trauma appena vissuto. Riuscirà, grazie all’aiuto di un’improbabile coppia di amici, a lasciarsi tutto alle spalle e a vivere “senza pensieri”. Il passato tuttavia tornerà presto a farsi vivo, e il leoncino, divenuto ormai adulto, dovrà ritrovare in sé la forza per affrontare il suo destino e reclamare ciò che gli spetta di diritto.

Recensione:

Quando ci si trova davanti ad un live action targato Disney spesso i fan e i critici vi si approcciano senza mezze misure. C’è chi li ritiene assolutamente insensati ed utili soltanto ad assicurare ai produttori un guadagno facile basato sulla notorietà del classico d’animazione originale, mentre invece c’è chi non li disdegna e ne sa apprezzare le innovazioni che talvolta vi si possono trovare sia all’interno della vicenda sia a livello tecnologico. Al di là di come uno la pensi, non si può negare che quest’ultima fatica di Jon Favreau valga la pena di essere ammirata se non altro per la straordinaria accuratezza e l’incredibile utilizzo degli effetti speciali che non possono lasciare indifferenti neanche i più scettici. A voler essere pignoli non si tratta nemmeno di un vero e proprio “live action”, in quanto i vari animali sono fotorealistici, cioè interamente realizzati al computer, e le ambientazioni-eccetto una-sono state progettate attraverso un motore grafico. In un contesto artificiale in ogni suo dettaglio verrebbe da immaginarsi uno scenario amorfo e innaturale, ed invece l’effetto è notevole. Per buona parte del lungometraggio le inquadrature e i punti di vista ricalcano fedelmente quelli del cartone, e spesso è facile rimanere a bocca aperta nell’osservare come i movimenti dei leoni o i paesaggi africani prendono vita in una veste nuova e coinvolgente.

Sebbene in questo senso la scommessa possa dirsi riuscita, bisogna riconoscere che sul piano emozionale qualcosa si finisce per perdere, specialmente nei momenti culminanti. I felini “digitali” faticano a tratti a trasmettere in maniera autentica i loro stati d’animo usando il solo sguardo, e di conseguenza trasmettono meno emozioni rispetto ai loro omologhi di inizio anni ’90.


Tra gli aspetti positivi del film vanno incluse delle sequenze aggiuntive che ampliano la trama e danno maggiore importanza alla storia di alcuni protagonisti, in particolar modo quelli femminili. Pure i dialoghi, almeno rispetto alla versione doppiata in italiano del classico del 1994, acquisiscono nuova linfa. Senza tradire lo spirito o il messaggio di fondo che hanno contribuito a decretare il trionfo de Il Re Leone 25 anni fa, qua si ha l’opportunità di sentire battute diverse ma altrettanto efficaci e permeanti, sopratutto per quanto riguarda Mufasa.

In un simile riadattamento, dove non c’è la presenza di un solo essere umano, è evidente che le voci rivestono un’importanza ancora maggiore. Le scelte italiane del doppiaggio risultano tutto sommato discretamente funzionanti. Luca Ward e Massimo Popolizio danno prova di tutta la loro bravura prestando la loro voce rispettivamente a Mufasa e Scar, e pure il duo Edoardo LeoStefano Fresi se la cava alla grande doppiando l’inseparabile coppia Timon e Pumbaa. La scelta di far doppiare Simba e Nala adulti a due cantanti del calibro di Marco Mengoni ed Elisa invece presenta luci ed ombre: i due sono piacevolissimi da sentire quando si tratta di cantare, un po’ meno quando si cimentano con i dialoghi. La colonna sonora di Hans Zimmer, modificata leggermente dallo stesso rispetto alle musiche che aveva composto cinque lustri fa, riesce nel suo intento di commuovere ed emozionare.

Questo remake del Re Leone è destinato ad entrare nella storia del cinema per la portata innovativa del suo processo realizzativo e per l’uso rivoluzionario della tecnologia digitale. Qualcuno potrà dire, e non avrebbe neanche tutti i torti, che per quanto la resa scenica sia impeccabile la magia dell’originale animato sia difficile da trovare nei 118 minuti di durata. Ciononostante si tratta di una versione ad alto tasso di spettacolarità che ricalca degnamente il soggetto di partenza, per merito della quale il pubblico potrà riscoprire un magnifico capolavoro della Disney finora mai eguagliato.

Spider-Man: Far From Home – Recensione

Circa tre mesi fa Avengers: Endgame ha segnato la fine del team storico di eroi che ci avevano accompagnato per un’intera decade, iniziata con il primo Iron Man nel 2008. Tuttavia, come ha confermato il presidente dei Marvel Studios Kevin Feige, la vera conclusione della “Fase 3” del Marvel Cinematic Universe, e anche dell’intero ciclo di titoli che hanno dato vita all’Universo Marvel sul grande schermo fino ad ora, non è rappresentata da Endgame bensì da Spider-Man: Far From Home. Il secondo capitolo interamente dedicato alle vicende del tessiragnatele, tornato sotto il controllo creativo della Casa delle Idee a partire dal 2015, ha pertanto il compito di chiudere un arco narrativo che ha entusiasmato i fan di tutto il mondo e ha frantumato record di incassi anno dopo anno. Dopo le recenti trasposizioni ambientate nello spazio o in altri pianeti, con Far From Home i Marvel Studios riportano la storia in un contesto esclusivamente terrestre e tornano a far divertire e appassionare con un’altra riuscita avventura dell’amichevole Spider-Man di quartiere, sempre più convincente e aderente allo spirito dei fumetti di Stan Lee anche in questa quinta apparizione di Tom Holland con addosso il costume rosso e blu.

Trama:

Poco dopo gli eventi di Endgame, in cui i Vendicatori hanno sconfitto una volta per tutte Thanos grazie all’estremo sacrificio di Tony Stark, per Peter Parker è il momento di tornare alla solita vita, anche se il suo mondo non è più lo stesso: il suo mentore se n’è andato e chi come lui era stato vittima dello schiocco di dita del Titano pazzo è tornato all’improvviso cinque anni dopo come se non fosse passato un giorno, mentre per tutti gli altri il tempo è trascorso normalmente. Una gita nelle principali città d’Europa con i suoi compagni di liceo sembra l’occasione giusta per lasciarsi alle spalle i vari problemi e per trovare il coraggio di dichiararsi alla sua compagna di classe Michelle. Appena giunti a Venezia viene però reclutato suo malgrado da Nick Fury, che richiede il suo aiuto per sconfiggere la minaccia degli Elementali, un gruppo di esseri sovrannaturali ognuno dei quali in grado di controllare uno dei quattro elementi fondamentali (acqua, fuoco, terra e aria) e decisi a devastare il pianeta. Un inaspettato aiuto a Peter e Nick arriva da Quentin Beck, un misterioso uomo in costume che possiede dei poteri che lo rendono l’unico capace di fronteggiare le quattro temibili creature. Spider-Man e Quentin uniscono le forze e inizialmente la loro collaborazione sembra funzionare alla perfezione, ma ben presto il ragazzo scoprirà una sconvolgente verità che lo costringerà ad intraprendere una disperata corsa contro il tempo per evitare delle tragiche conseguenze che incombono su di lui e sui suoi amici.

Recensione:

Questo nuovo sequel della terza versione cinematografica dell’Uomo Ragno presenta le stesse caratteristiche che avevano decretato il successo di Homecoming nel 2017: toni leggeri da commedia, umorismo ed ironia inseriti in maniera intelligente, attore protagonista calato perfettamente nella parte, villain all’altezza della situazione e azione ben orchestrata. La differenza sta nel fatto che questa volta viene fatto un passo ulteriore in avanti, in quanto la trama assume fin da subito uno sviluppo corale che coinvolge il nostro eroe insieme a tutti i suoi malcapitati compagni di scuola. Durante le tappe nelle capitali europee (che vengono forse presentate in maniera un po’ troppo stereotipata, Venezia in primis) l’allievo di Stark non dovrà soltanto vedersela con i malvagi Elementali ma dovrà fare i conti anche con i tradizionali “superproblemi” che hanno fatto di Spider-Man uno dei supereroi più amati dal pubblico. Siamo di fronte ad un adolescente che deve ancora imparare a gestire la sua doppia vita, smarrito in seguito alla scomparsa di Iron Man, troppo impacciato per dire quello che prova a una sua compagna di classe e troppo impulsivo nel prendere le decisioni importanti. E sono proprio le sue incompletezze e fallibilità che risaltano molto bene in questo secondo lungometraggio ragnesco diretto nuovamente da Jon Watts, che ci restituiscono un Peter Parker assai rassomigliante a quello originale dei fumetti, sebbene la vicenda qui narrata non si ispiri a nessun albo in particolare.


Sulla bravura di Tom Holland a destreggiarsi nella doppia veste di studente imbranato/Spidey c’è ormai poco da dire, e si può notare un suo miglioramento costante da quando era apparso la prima volta rubando lo scudo a Captain America in Civil War (2016). Il vero valore aggiunto di questo ventitreesimo cinecomic Marvel è indubbiamente Jake Gyllenhaal, adattissimo ad interpretare il ruolo di un intraprendente combattente avvolto da un’aura di mistero, anzi di Mysterio, che riserverà parecchie sorprese.


Ritornano Marisa Tomei e Jon Favreau nei rispettivi ruoli di May Parker e di Happy Hogan, che regalano agli spettatori non pochi momenti esilaranti. Pure il resto del cast, incluso l’onnipresente Samuel L. Jackson, non demerita affatto.

Far Frome Home è dunque la dimostrazione definitiva che fa capire quanto la Marvel al cinema dia il meglio di sé quando riesce a coniugare ottimamente la leggerezza e l’humour provenienti dagli albi a fumetti con storie coinvolgenti di protagonisti con i quali diventa quasi spontaneo identificarsi. Il futuro di questo vivace franchise sull’Uomo Ragno, frutto di un accordo tra Sony (tuttora detentrice dei diritti di Spider-Man) e i Marvel Studios, è tutt’altro che certo, ma visto l’eccellente lavoro svolto finora con Spidey bisogna sperare che venga annunciato quanto prima un nuovo capitolo.

PS: Stavolta sono presenti ben due scene post-credits, una a pochi secondi dall’inizio dei titoli di coda ed una al termine. Senza voler spoilerare nulla, è sufficiente anticipare che entrambe riserveranno dei sorprendenti colpi di scena che lasceranno molteplici dubbi ed interrogativi per un eventuale seguito. La prima soprattutto lascerà i più a bocca aperta, anche perché si assisterà alla ricomparsa di uno storico personaggio dell’universo ragnesco che manca dai tempi della trilogia di Sam Raimi. Nonostante si tratti solo di un breve cameo, è probabilmente uno dei momenti più memorabili di tutto il film.

X-Men – Dark Phoenix – Recensione

Il 2019 è l’anno in cui si chiudono diverse saghe di successo: a fine aprile è stato il momento di dire addio- non senza qualche lacrima- agli Avengers, il mese seguente è toccato a Game of Thrones e a dicembre la nuova trilogia di Star Wars si concluderà con il nono episodio. In mezzo a tanti addii importanti c’è il rischio che passi in secondo piano l’ultimo capitolo di una saga tra le più longeve ed innovative della storia del cinema, la prima dedicata ad un gruppo di eroi dei fumetti e che ha fatto da apripista alle successive trasposizioni degli albi della Marvel. Si sta parlando ovviamente degli X-Men, il team di mutanti che ha debuttato sul grande schermo nel 2000 e che torna adesso nelle sale con Dark Phoenix, l’ultima produzione targata 20th Century Fox prima dell’acquisizione di quest’ultima da parte della Disney. Questo settimo lungometraggio dedicato all’intera squadra (farebbero infatti parte della serie anche gli stand-alone di Wolverine e Deadpool, entrambi membri più o meno stabili della compagine di mutanti) chiude le vicende dei personaggi che ci hanno accompagnato quasi per un ventennio. Si tratta di un atto conclusivo che però stenta a soddisfare pienamente, in quanto sembra di assistere ad una storia già vista, nella quale vengono trattati marginalmente alcuni aspetti che avrebbero invece meritato maggiore spazio. Guardandolo non ci si può certo rammaricare per il termine di un ciclo che aveva toccato i suoi punti più alti nei capitoli diretti da Bryan Singer, che con Apocalypse (2016) si è congedato definitivamente dall’universo degli X-Men. Qui viene ripresa prontamente l’impostazione dei tre prequel precedenti, ma ci sono diverse scelte poco convincenti, soprattutto nella seconda metà del film dove abbondano confusione ed approssimazione. Sarebbe difficile etichettarlo subito come il peggiore della saga, ma di sicuro non verrà ricordato alla pari di altri capitoli finali decisamente più memorabili.

Trama:

Nel 1992, nove anni dopo lo scontro con il malvagio mutante Apocalisse, gli X-Men guidati dal professor Xavier sono ormai diventati degli eroi nazionali a tutti gli effetti: sono accettati dalla popolazione e collaborano con il governo che gli affida operazioni che sarebbero eccessivamente rischiose per i normali esseri umani. Durante una missione nello spazio per salvare degli astronauti, Jean Grey viene investita da quello che in un primo momento pareva essere soltanto un brillamento solare. Quello che avrebbe dovuto essere un incidente mortale inizialmente pare non aver causato alcun danno alla giovane mutante, che però poco dopo esser tornata sulla Terra inizia a mostrare i primi segni di squilibrio. Ulteriormente potenziata da una misteriosa forza extraterrestre e scioccata da delle rivelazioni sul suo passato, Jean perde il controllo dei suoi poteri e da preziosa telepate diventa un pericolo da combattere. Charles Xavier, aiutato da Mystica, Bestia, Ciclope, Tempesta, Nightcrawler e Quicksilver, proverà a riportare la sua allieva sulla retta via, ma dovrà fare i conti con i suoi errori e i suoi segreti. A complicare ulteriormente il compito del Professor X e dei suoi studenti ci penserà un sinistro alieno mutaforma intenzionato ad impossessarsi del potere che ha portato Jean a diventare una minaccia. Nello scontro verrà coinvolto anche Magneto, che vive ritirato in un’isola dove è a capo di una piccola comunità di mutanti.

Recensione:

Tra i motivi che rendono Dark Phoenix un cinecomic tutt’altro che impeccabile vi è senz’altro una mancanza di elementi veramente suggestivi e diversi da quelli già visti nei capitoli passati. Il soggetto di partenza è uno degli archi narrativi a fumetti più amati dai fan dei mutanti inventati da Stan Lee nei primi anni ’60, ed era dunque lecito attendersi un adattamento di che rendesse giustizia ad un ciclo di storie dal grande impatto emotivo. Al contrario, ci si ritrova ad assistere ad una pellicola che parte piuttosto bene per poi incartarsi progressivamente in uno svolgimento che ricalca contrapposizioni e lotte che nulla aggiungono a quanto visto sia nella trilogia avviata da Singer sia nell’ultima ambientata nel ventesimo secolo. Lo scontro Professor X/Magneto, il singolo mutante da solo contro tutti, il villain alieno che vuole distruggere l’umanità, il combattimento finale in cui ogni singolo supereroe fa la sua parte, sono tutte caratteristiche per nulla nuove, tanto da dare la sensazione che questo settimo x-movie non aggiunga nulla per cui valga la pena ricordarlo. Gli unici due personaggi che qui subiscono un’evoluzione interessante sono Charles Xavier, messo brutalmente davanti ai suoi fallimenti dovuti al suo senso di superiorità e al suo egocentrismo, e naturalmente Jean Grey, sopraffatta dai traumi della sua infanzia e incapace di controllare un potere che porta con sé morte e distruzione. Tutti gli altri rimangono quasi marginali alla storia, e rimane la sensazione che alcuni avrebbero meritato un maggiore spazio (Quicksilver e Tempesta, giusto per non fare nomi). Pure alcune dinamiche interne tra i protagonisti, abbozzate o lasciate aperte in Apocalypse, vengono inaspettatamente tralasciate.


Va comunque riconosciuta la buona prova attoriale dei membri del cast, in particolare di Sophie Turner, che impersona in maniera credibile il conflitto interiore di una ragazza che si ritrova suo malgrado ad essere un pericolo per coloro che la circondano. Non si può dire altrettanto della pur brava Jessica Chastain, che appare un po’ sprecata nei panni di un mutaforma che non è altro che un villain generico e poco approfondito.
La regia di Simon Kinberg, all’esordio dietro la macchina da presa ma con ben quattro titoli sugli X-Men di cui ha firmato la sceneggiatura, si focalizza principalmente sull’approfondimento psicologico mettendo in secondo piano la componente d’azione. L’idea di base poteva funzionare, ma sarebbe servito conferire uno sviluppo maggiormente corale alla trama e rappresentare meglio certi passaggi che vengono liquidati troppo velocemente o senza soffermarsi a dovere.

Non va dimenticato che Dark Phoenix ha avuto una fase di lavorazione alquanto travagliata, tanto da far posticipare di sette mesi la sua distribuzione a causa di riprese aggiuntive volute dai produttori che non erano soddisfatti della conclusione. Questo non è mai un bel biglietto da visita per un cinecomic, e la versione distribuita nelle sale lo dimostra. Gli appassionati degli X-Men troveranno sicuramente qualcosa da apprezzare, ma non si può fare a meno di domandarsi se era davvero indispensabile mettere a punto un’altra trasposizione quando tutte le frecce migliori erano già state scoccate. Ora la palla passa in mano alla Marvel, e un discreto ottimismo nel vedere i leggendari mutanti inseriti all’interno del Marvel Cinematic Universe è d’obbligo.

Avengers: Endgame – Recensione II

“La fine è parte del viaggio”

Il momento tanto atteso è finalmente arrivato. Dal 24 aprile i fan di tutto il mondo possono vedere una saga epica giungere al termine dopo un decennio abbondante di avventure memorabili e storie strabilianti. Con Avengers: Endgame si chiude non soltanto l’arco narrativo dei Vendicatori, ma pure l’intera serie iniziata con Iron Man nel lontano 2008 e che con quest’ultimo capitolo è arrivata a contare ben ventidue titoli, di cui la maggior parte ha collezionato record di incassi un tempo inimmaginabili. Non siamo assolutamente di fronte alla fine del Marvel Cinematic Universe che, come molti già sapranno, ha un nuovo cinecomic ragnesco pronto per luglio e diverse produzioni in via di sviluppo. Quel che è certo però è che dopo questo quarto lungometraggio dedicato agli Avengers l’universo della Marvel cambierà per sempre: è l’ora di congedarsi da alcuni eroi e di riabbracciarne altri. La vicenda iniziata in Infinity War si chiude in un “finale di partita” che regala sorprese spiazzanti, citazioni da brividi e combattimenti mozzafiato. I fratelli Russo sono riusciti a mettere in scena una conclusione indimenticabile destinata ad entrare nel cuore di chi nel corso degli anni si è affezionato a Tony, Cap, Thor & co. Come tutti i passi di addio che si rispettano non mancano momenti in cui la lacrima può scendere facilmente, ma i due registi sono stati abilissimi nel dosare attentamente divertimento, emozioni e drammaticità.

Trama:

Nel Wakanda lo schiocco di dita di Thanos con il guanto contenente tutte le Gemme dell’Infinito ha portato al tragico esito temuto: metà della popolazione dell’intero universo è stata spazzata via e con essa sono diventati cenere nove eroi. A fare i conti con le conseguenze del folle gesto rimangono Steve Rogers, Tony Stark, Thor, Rocket, Natasha Romanoff, James Rhodes, Bruce Banner e Nebula; al team si aggiunge quasi subito anche la potentissima Captain Marvel, richiamata sulla Terra dalla richiesta di aiuto inviatale da Nick Fury un istante prima di trasformarsi pure lui in cenere. I Vendicatori superstiti non hanno nessuna intenzione di rassegnarsi e metteranno in atto un tentativo audace e disperato per riportare in vita i loro amici e con essi tutti gli esseri viventi cancellati dalla follia del titano.

Recensione:

Nel corso dei dodici mesi che hanno separato l’uscita di Infinity War da quella di Endgame sono state formulate talmente tante suggestioni ed ipotesi sull’attesissimo ultimo atto che potevano portare sia a farsi aspettative irrealistiche sia ad ipotizzare degli sviluppi maggiormente fondati. Fa piacere vedere che la piega che prendono gli eventi non segue alla lettera nessuna delle ricostruzioni più accreditate, sebbene qualche passaggio fosse stato in effetti previsto da diverse teorie. D’altronde, i trailer che sono stati rilasciati da dicembre in poi avevano lanciato diversi indizi, nessuno dei quali per fortuna troppo rivelatore. Se perciò il ritorno di Occhio di Falco e Ant-Man, il ruolo essenziale di Carol Danvers all’interno del team ed un nuovo scontro con Thanos sono tutti elementi prevedibili, ogni singolo avvenimento non riportato nelle-pochissime-immagini trapelate dal set e nel materiale promozionale è ampiamente sorprendente. Anthony e Joe Russo sono stati bravissimi nel mettere a punto un eccellente blockbuster che ricollega ogni capitolo precedente dei Marvel Studios ed offre a ciascun personaggio lo spazio che si merita. Verrebbe quindi spontaneo aspettarsi un viaggio cupo in cui le scene drammatiche si susseguono una dopo l’altra. Se in alcune partì è davvero così, e trattandosi di un episodio conclusivo non potrebbe essere altrimenti, va anche riconosciuto che sono presenti intermezzi comici e di gag, verbali e non, che contribuiscono a mantenere in perfetto equilibrio la tensione per l’intera durata.

Le tre ore complessive di lunghezza della pellicola sono cosparse di continue citazioni e riferimenti agli altri titoli dei Marvel Studios, in particolare quelli aventi per protagonisti le tre colonne portanti Captain America, Iron Man e Thor; va da se pertanto che solo chi ha una discreta conoscenza (e soprattutto una buona memoria) della produzione cinematografica della Marvel potrà cogliere ed apprezzare fino in fondo i numerosissimi omaggi disseminati nello svolgimento della trama. Senza voler svelare contenuti che potrebbero rovinare l’effetto sorpresa, si può anticipare che il fulcro della narrazione ruoterà attorno proprio al magico trio composto dal miliardario playboy filantropo, il super soldato d’America ed il figlio di Odino. I tre attori che per circa una decade li hanno interpretati qui danno il meglio di loro stessi, con una menzione speciale per il mitico Robert Downey Jr.

Volendo cogliere delle imperfezioni le si possono riscontrare in un’eccessiva presenza di sequenze create appositamente per accontentare i fan e che talvolta stridono con il contesto e paiono un po’ forzate. Il cosiddetto “fan service” qui non è esagerato, anche se forse avrebbe potuto essere leggermente ridotto. In secondo luogo il ritmo e la tensione non sono calibrati in maniera impeccabile come in Infinity War, tuttavia i 182 minuti totali scorrono comunque abbastanza velocemente.

Avengers: Endgame è dunque un kolossal destinato a frantumare record al botteghino e ad occupare un posto speciale nel cuore degli appassionati che hanno seguito l’universo Marvel sul grande schermo dagli esordi fino ad oggi. Magari non tutti quanti gradiranno le modalità scelte per concludere il percorso di qualche personaggio, ma in questi casi il rischio di scontentare qualcuno lo si corre sempre.

Davanti ad un film capace di racchiudere il meglio di quanto visto finora e di regalarci un finale sensazionale non si può che dire un enorme GRAZIE ai Marvel Studios, ai registi e agli ideatori di questa fantastica cavalcata cinematografica nel mondo dei supereroi più potenti della Terra. Ovviamente tra i ringraziamenti non può mancare quello a colui che ha creato dal nulla questo universo: l’immenso Stan Lee.