THE MANDALORIAN Stagione 2 – Recensione a metà del guado

Dove vado io, va lui.

Se bisognasse scegliere una serie che rappresenti al meglio l’ambizione e le potenzialità di Disney+, quella sarebbe senza ombra di dubbio The Mandalorian. È stata quest’ultima infatti che ha accompagnato a fine marzo il debutto nei paesi europei del nuovo servizio streaming disneyano, e fin dai due primi episodi (dal momento che, eccezion fatta per le prime due, la modalità di distribuzione prevedeva il rilascio di una sola puntata alla settimana), ha raccolto un enorme consenso di pubblico e critica. Qualcuno potrebbe pensare che essendo un prodotto a tema Star Wars il successo fosse pressoché scontato, ma, come dimostra l’ultima trilogia cinematografica, riuscire a raccontare una buona storia non deludendo le aspettative dei numerosissimi fan è un’impresa tutt’altro che semplice quando si tratta dell’universo ideato da George Lucas. Il Mandaloriano però può dire di aver vinto la sfida.

Dopo una prima stagione che ha fatto conoscere agli appassionati della “galassia lontana lontana” nuovi personaggi, nuovi pianeti ed una nuova intrigante vicenda dalle atmosfere western, la seconda stagione era dietro l’angolo ed era già in fase realizzativa mentre venivano trasmessi gli episodi della prima. Così, in un 2020 privato di una moltitudine di film che avrebbero dovuto uscire al cinema, e che ha inevitabilmente portato ad un maggiore peso specifico dei colossi dello streaming che avrà delle importanti conseguenze nel lungo periodo, la Disney si è imposta come uno dei fornitori di servizi più all’avanguardia. Attraverso Disney+ ha offerto, oltre ad un catalogo per forza di cose estremamente competitivo, dei contenuti originali ed esclusivi che l’hanno portata ad affrontare un’annata nella quale, pur dovendo far fronte a causa della pandemia a delle perdite di ricavi consistenti, ha finito per occupare ugualmente un posto predominante tra le piattaforme di film e serie tv. Mettere a disposizione dei suoi abbonati di tutto il mondo, a distanza di sei mesi esatti dal debutto dell’ultimo episodio della prima stagione, la seconda stagione della sua serie di punta è l’ennesima dimostrazione della capacità di non accontentarsi e di continuare ad incrementare il proprio dominio, nonostante una crisi globale che ha inferto un duro colpo a tutto il settore dell’intrattenimento.

Trama:

Nell’ottavo capitolo della stagione del debutto “Mando” era riuscito, in seguito ad una rocambolesca fuga, a fuggire dal pianeta Nevarro ed a sottrarre il Bambino (da tutti ribattezzato ormai “Baby Yoda”) dalle grinfie dell’Imperiale Moff Gideon, che voleva impossessarsene per dei piani ancora ignoti. Ora, per mettere il Bambino al sicuro una volta per tutte, Din Djarin – questo è il nome del cacciatore di taglie che si cela dietro l’elmo –, in accordo con l’Armatrice del suo ordine, decide di riportarlo da quelli della sua specie. Il Mandaloriano si imbarca quindi con il piccolo a bordo della Razor Crest per cercare di rintracciare i simili del suo protetto; per farlo si mette sulle tracce sia di altri mandaloriani come lui sia dei cavalieri Jedi, dei quali Baby Joda possiede i poteri. Tuttavia la loro ricerca si rivelerà fin dal principio ardua, e incontreranno presto nemici e alleati che si metteranno nel loro cammino. Nel frattempo Moff Gideon, sopravvissuto allo scontro con Mando e desideroso di tornare presto in possesso del piccolo, è quanto mai determinato a stanare lui e il suo protettore.

Recensione:

A differenza della prima stagione, stavolta i personaggi e la struttura degli episodi sono già noti al pubblico che è già al corrente della formula con la quale è stata pensata questa serie ideata da Jon Favreau, e di conseguenza dal primo minuto dell’episodio che apre la stagione sa benissimo cosa lo aspetta: singole puntate con una vicenda autoconclusiva mentre una trama orizzontale fa da raccordo. Nei primi quattro nuovi capitoli di questa seconda stagione entrano in scena diverse new entry, sia nello schieramento dei buoni che in quello dei cattivi, ma tutte perlopiù con uno spazio limitato ad un solo episodio. Mediamente la durata di ciascuno è leggermente superiore ai primi otto, ma ciò non influisce sull’efficacia delle quattro mini storie, anzi: l’azione, la tensione e il divertimento sono sempre equilibrati con attenzione. L’alternarsi di vari registi dietro la macchina da presa, tra i quali oltre lo stesso Favreau spiccano i nomi di Peyton Reed (i due Ant-Man) e Bryce Dallas Howard (la protagonista femminile dei due Jurassic World), non si nota più di tanto. È comunque evidente, fin dalle sequenze iniziali, che il tasso di spettacolarità si è alzato: ogni avventura presenta ambientazioni mai viste prima, creature sorprendenti e scenari suggestivi, il tutto accompagnato da degli effetti speciali visivamente notevoli. Parallelamente a ciò, anche le citazioni ed i riferimenti al cosiddetto “Star Wars Universe” abbondano alla grande nei 30-40 minuti in cui è compresso ciascun capitolo, sebbene coglierli tutti sia materia nella quale sono in grado di addentrarsi solamente i super esperti del franchise.

Dove per il momento difetta questa prima metà di stagione è nella scarsa progressione della trama principale, che di fatto, arrivati al giro di boa, è avanzata di pochissimo. Per quanto le quattro mini avventure del guerriero e di Baby Joda non manchino di pathos e di ritmo, il loro viaggio, e insieme il rapporto tra i due, non subisce dei cambiamenti significativi. Dispiace inoltre che il villain Moff Gideon, interpretato alla perfezione da Giancarlo Esposito, per ora abbia avuto uno spazio assai ridotto.
Si ha insomma la sensazione che il meglio debba ancora venire: non mancheranno quasi sicuramente dei colpi di scena o delle svolte che arricchiranno la trama, e per l’entrata in scena di due iconici personaggi annunciati nel corso delle riprese ogni prossimo capitolo potrebbe essere quello buono.
Non resta quindi che attendere la restante metà degli episodi per vedere dove porterà la “via” che Mando ha imboccato nel momento in cui ha deciso di prendersi cura del piccoletto che era incaricato di catturare. Per adesso il giudizio complessivo su questo secondo atto mandaloriano è indubbiamente positivo.

The Boys Stagione 2 – Recensione

In un periodo in cui il panorama cinematografico vede una dominazione quasi incontrastata del genere supereroistico, capita di frequente che molte produzioni, pur cercando di diversificarsi e di tentare nuove strade, finiscano per assomigliarsi un po’ tutte tra di loro e spesso e volentieri si può avere la sensazione di ritrovarsi davanti a qualcosa di già visto o che non aggiunga nulla di particolarmente innovativo. L’anno scorso una ventata di novità (e di non poco coraggio) è arrivata dal format seriale che ha proposto, a distanza di breve tempo, due serie che hanno saputo offrire al pubblico un prodotto nuovo ed alternativo. Una è Watchmen, la miniserie autoconclusiva di HBO che porta sullo schermo una storia originale ambientata decenni dopo le vicende illustrate nel fumetto di Moore e Gibbons, l’altra invece non può che essere The Boys, una serie prodotta da Amazon che ad un primo sguardo poteva sembrare perlopiù identica a tutte le altre ed invece ha saputo imporsi come una delle più dissacranti, divertenti e audaci degli ultimi anni. A seguito di una prima mirabolante stagione, che ha debuttato a luglio dell’anno scorso, a settembre è uscita l’attesa seconda stagione. A discapito di una scelta distributiva quantomeno discutibile, che prevedeva il rilascio di un solo episodio alla settimana su Prime Video, le 8 puntate che formano la seconda stagione riescono a non disperdere quanto di buono visto nella stagione iniziale, mantenendo alto il livello di una serie che riesce a mettere insieme humour, violenza e azione avendo il privilegio di non voler mai prendersi troppo sul serio. Non c’è infatti il minimo spazio per il realismo, il “politically correct” o sentimentalismi a buon mercato e, considerando l’approccio con cui The Boys si accosta al mondo dei supereroi, è molto meglio così. In un 2020 che dopo anni non vedrà alcun film Marvel sul grande schermo, che ha costretto i set a fermarsi e durante il quale numerose pellicole già pronte per uscire sono stati rinviate di mesi, l’uscita della seconda stagione di The Boys è una ventata di aria fresca che coinvolge senza rinunciare a mettere al centro tematiche drammaticamente attuali. Qualche eccesso e qualche imperfezione non mancano, ma non impediscono di classificarla come una delle serie più interessanti e meglio riuscite tra quelle prodotte da una piattaforma di streaming.

La trama:

L’episodio conclusivo della prima stagione terminava con un cliffhanger inaspettato: dopo aver ucciso la vicepresidente della Vought International Madelyn Stillwell davanti ai suoi occhi, Patriota porta Billy Butcher davanti ad una casa in un luogo non precisato e lo mette davanti ad una verità sconvolgente: sua moglie Becca, da lui creduta morta, è viva ed ha avuto un figlio proprio da Patriota. In seguito a questa scoperta Butcher, accusato di aver ucciso la Stillwell, abbandona Hughie, Latte Materno, Kimiko e Frenchie, che essendo ricercati in tutto il Paese per non farsi trovare vivono rintanati in uno scantinato meditando sulle loro prossime mosse. Starlight intanto inizia ad essere sempre più in difficoltà all’interno dei Sette, che ormai sono interamente controllati da Patriota. A far saltare il precario equilibrio dentro la Vought e il gruppo di “eroi” ci penserà Stormfront, la nuova arrivata dei Sette che grazie alle sue azioni e all’uso dei social media diventerà ben presto l’idolo delle folle, minando la leadership di Patriota. Mentre i Boys cercheranno di compattarsi e di proseguire nella loro battaglia contro la Vought, la minaccia di un nuovo superterrorista arrivato in città rischia di complicare ulteriormente la missione di Hughie, Butcher e gli altri.

Recensione:

Il primo aspetto che balza all’occhio nell’arco delle 8 puntate è il costante riferimento ad argomenti di stringente attualità. Similmente alla stagione precedente, lo sceneggiatore Eric Kripke, che ha adattato il fumetto originale prendendosi più di qualche licenza, mette in scena o fa affrontare ai vari personaggi vicende che toccano problematiche come il razzismo endemico, il suprematismo bianco, il neonazismo, lo stravolgimento della realtà da parte dei social media e i diritti LGBT. Tutto questo non viene mostrato in maniera approfondita, né vi è alcuna pretesa di impartire lezioni, ma i numerosi riferimenti alla realtà attuale statunitense (e non solo), pur mitigati dalla componente satirica e volutamente portati all’estremo, conferiscono alla serie un apprezzabile approccio satirico che mira ad evidenziare con sferzante ironia i temi più scottanti del nostro presente.

Tra i grandi meriti di questo secondo atto non può non essere incluso l’aver offerto un focus maggiore su quello che si sta imponendo come uno degli antagonisti più suggestivi e ben riusciti delle trasposizione seriali dei fumetti, ovvero Patriota. Ciò che rende tremendamente affascinante l’indiscusso leader dei Sette, interpretato alla perfezione dal neozelandese Antony Starr, è il suo mostrarsi allo stesso tempo estremamente potente, se non quasi imbattibile, e celando dietro la facciata dell’eroe impeccabile nevrosi e ossessioni dovute ad un’infanzia negata e ad una mancanza di affetto che lo hanno reso un villain convincente sotto ogni aspetto.

L’intero cast di The Boys conferma quanto di buono aveva mostrato al debutto, sfoderando delle interpretazioni convincenti: sia dalla parte dello schieramento dei “buoni”, sia da quello dei cattivi; da ambo le parti i rispettivi personaggi vengono indagati a fondo e ne vengono mostrati luci ed ombre, rendendoli più sfaccettati e per nulla monodimensionali. Non sfigurano nemmeno le new entry, che sebbene alcune di queste non appaiano chissà quanto (vedasi il bravissimo Giancarlo Esposito, l’indimenticabile Gus Fring di Breaking Bad), riescono ugualmente a ritagliarsi uno spazio rilevante.


Il ritmo talvolta lento e alcune sottotrame secondarie, tipo quella di Abisso ed in parte quella di Queen Maeve, a cui viene dedicato un minutaggio eccessivo e che non supportano in maniera concreta la trama principale, finiscono per appesantire a tratti la visione degli episodi, che tuttavia non sono mai troppo pesanti o noiosi.

A differenza della prima stagione l’ottava puntata finale, ricca di colpi di scena, arriva a dare una conclusione alla vicenda, ma lascia pure diverse incognite aperte che fanno presagire che ci saranno ancora parecchie sorprese in serbo per il futuro. La terza stagione difatti è già in cantiere, e promette di riservare la stessa dose di assurdità e di divertimento che ha caratterizzato la seconda. Non ci resta quindi che guardare con ottimismo per le prossime avventure dei Boys.

Gotham stagione 5 – Luci ed ombre

Il primo giorno di agosto Netflix ha aggiunto al suo catalogo l’ultima stagione di Gotham, una serie che ha dato l’opportunità ai fan del Cavaliere Oscuro di fare un lungo excurus sul mondo di Batman prima che quest’ultimo decidesse di intraprendere la sua crociata contro il crimine, offrendoci un arco narrativo che mette al centro un giovane James Gordon e un Bruce Wayne appena ragazzo, entrambi circondati da futuri preziosi alleati e letali nemici. La serie si è presa fin dall’inizio più di qualche licenza sulla caratterizzazione e sulle vicende dei vari personaggi, non dimenticandosi però di ispirarsi a celebri saghe a fumetti e a versioni cinematografiche che hanno avuto un ruolo fondamentale nel plasmare la figura di Batman nel ventunesimo secolo. Ne è venuto fuori un prodotto altalenante, capace di stupire con scelte coraggiose ed apprezzabili, ma talvolta in grado anche di scadere nel prevedibile o nell’esagerazione fine a se stessa. Gli autori della serie, terminata la quarta stagione, a causa anche un sensibile calo di ascolti, hanno deciso che era il momento di arrivare ad una conclusione e hanno realizzato questa ultima quinta stagione, che è composta solamente da 12 episodi rispetto ai 22 delle quattro precedenti. Il passo d’addio di Gotham non sfigura rispetto a quanto si è visto finora, dando agli spettatori (quasi) tutto quello che si aspettano di vedere, ma rimane la perenne sensazione di qualcosa di incompiuto, o che comunque avrebbe potuto essere migliore di come è stato.

Essendo la stagione conclusiva, buona parte dei personaggi si avvicina sempre di più a come sarà quando l’alter ego di Bruce Wayne diventerà il peggiore incubo del crimine cittadino. I dodici episodi lasciano in secondo piano o fanno sparire completamente diversi comprimari che avevano avuto un ampio spazio nelle stagioni precedenti e si concentrano quasi esclusivamente su Jim Gordon, Harvey Bullock, Bruce Wayne, il maggiordomo Alfred, Selina Kyle, Barbara Kean, Leslie Thompkins, Pinguino e l’Enigmista. La maggior parte di loro non presentano quasi nulla di nuovo e nel corso delle varie puntate non subiscono nessuna particolare evoluzione, eccezion fatta per il futuro crociato incappucciato, Selina e Barbara. Ma se il cammino di Bruce e Selina è sviluppato in maniera coerente ed in linea con quello che si preparano a diventare, non altrettanto si può dire per l’ex fiamma di Gordon, che sarà protagonista di cambiamenti significativi che risultano abbastanza forzati e non coerenti con il percorso che ha visto Barbara passare da fedele compagna di un coraggioso poliziotto alle prime armi a scaltra affarista criminale proprietaria del nightclub “The Sirens”.
Il “malefico duo” formato da Pinguino e dall’Enigmista si dimostra ancora una volta uno dei punti di forza dell’intera serie, grazie ai loro repentini doppi giochi, improbabili macchinazioni e gradevoli gag umoristiche. Anche questa diabolica coppia non riserva grandi sorprese o novità degne di nota, ma si conferma indispensabile per conferire la giusta dose di humour, violenza e imprevedibilità alla stagione.

La trama principale che si sviluppa in quest’ultima dozzina di episodi si riallaccia all’ultima rocambolesca puntata della quarta stagione e ci presenta una Gotham ancora allo sbando totale dopo il crollo dei ponti causato da Jeremiah Valeska che l’hanno isolata dal resto del mondo: divisa in zone di influenza controllate dalle varie gang rivali, abbandonata dal governo, con i cittadini allo stremo delle forze, le uniche speranze di riunificare la città risiedono negli sforzi di Jim Gordon e Bruce, che lottano strenuamente per evitare il caos e ristabilire l’ordine. Ma dall’esterno una figura misteriosa continua a vanificare i loro sforzi e sta architettando un piano spietato per annientare definitivamente la città.

Ispirata in parte allo scenario raffigurato nella saga narrativa a fumetti Batman: Terra di nessuno (1999) e a quello presente nel film di Christopher Nolan Il Cavaliere Oscuro – Il ritorno (2012), la vicenda si fa ancora più tetra e fa debuttare alcuni villain che non erano ancora comparsi, tipo il Ventriloquo, Jane Doe e una sorta di Harley Quinn ante litteram. Ma quello su cui c’erano maggiori aspettative è Bane, che fa la sua apparizione nel decimo episodio; a discapito delle attese si tratta di una versione che fatica assai a reggere il confronto con quelle che l’hanno preceduta – soprattutto con quella interpretata da Tom Hardy – e pure il poco spazio che gli viene concesso non rende certo giustizia ad uno dei cattivi più iconici dell’universo DC.
La storia, suddivisa nelle dodici puntate durante le quali si riscontrano come al solito molteplici rimandi a momenti “batmaniani” topici degli albi a fumetti, coinvolge il giusto e regala qualche sequenza suggestiva, peccato però che persistano spesso e volentieri passaggi troppo affrettati e scelte narrative quantomeno discutibili.

Un discorso a parte merita la dodicesima puntata, intitolata “L’inizio”, che è slegata dalle altre in quanto funge da vero e proprio epilogo della serie, ambientata interamente 10 anni dopo quello che avviene nell’episodio che lo precede. I 40 minuti abbondanti dell’episodio sono pensati appositamente per dare a chi ha seguito l’intera serie fin dal suo debutto l’inevitabile finale: l’arrivo di Batman. Il debutto dell’Uomo pipistrello tuttavia non è nulla di entusiasmante, inserito com’è in una trama conclusiva stracolma di citazioni delle prime stagioni ma che non emoziona fino in fondo né lascia il segno, complice anche i troppi personaggi che vengono appena accennati e che avrebbero meritato un minutaggio superiore, Joker in primis. Ciononostante, va riconosciuto che l’ultima scena è esattamente come ce la si poteva aspettare, e chiude il cerchio in maniera tutto sommato accettabile.

Cala così il sipario su Gotham, una serie tv che era partita molto bene ma che ha finito con l’accartocciarsi un po’ su sé stessa, specialmente a partire dalla terza stagione. Rimane comunque un prodotto imprescindibile per gli appassionati di Batman, che ha avuto il merito di mettere in scena una versione rinnovata e a tratti audace del mondo che circonda il leggendario eroe. Talvolta ha dato l’impressione di voler strafare, altre invece non ha saputo essere all’altezza di trasposizioni televisive del recente passato dell’universo DC (a tal proposito, la serie animata dei primi anni ’90 rimane tuttora il miglior adattamento del Cavaliere Oscuro e del suo mondo per il piccolo schermo). In ogni caso, per chiunque si definisca un vero “Batman fan”, Gotham va assolutamente vista fino alla fine, accettandone pregi e difetti.

Batman di Scott Snyder e Greg Capullo – Prima parte

Il 4 giugno è stata una data storica per tutti gli amanti dei fumetti di supereroi in Italia: da quel giorno, infatti, la casa editrice modenese Panini Comics è divenuta la distributrice ufficiale dei prodotti DC nel Belpaese, guadagnando di fatto il (quasi) completo monopolio sulle pubblicazioni di questo tipo. Per festeggiare l’avvenimento, Panini ha lanciato nuove serie dedicate ai personaggi principali della scuderia DC, che riprendono le pubblicazioni americane in concomitanza dell’inizio di nuovi archi narrativi, lasciando a speciali volumi autoconclusivi il compito di “fare da ponte” tra i nuovi serial e quanto pubblicato dal precedente editore. Inoltre, per offrire ai nuovi lettori una panoramica più possibile ampia sul mondo e sulla mitologia degli eroi, si è deciso di riproporre i più bei story arc del passato recente, come per esempio il ciclo di Batman firmato da Scott Snyder e Greg Capullo. Iniziato nel 2011, nell’ambito dell’iniziativa editoriale “I nuovi 52” (una sorta di reboot “soft” della continuity DC), questo ciclo ha riscosso un enorme successo, riportando il Cavaliere Oscuro in cima alle classifiche di vendita, e viene ora riproposto in un mensile tascabile di cui vado a recensire le prime due uscite.

La misteriosa setta della “Corte dei Gufi” è il temibile avversario che Bats si trova ad affrontare nel ciclo di Snyder e Capullo.

Trama:

Le serie appartenenti all’iniziativa “I nuovi 52” si ambientano tutte cinque anni dopo la prima apparizione dei supereroi DC e quella di Batman non fa eccezione. Pochissimo è dato sapere di quanto successo in questi cinque anni, ma comunque l’origine del Cavaliere Oscuro è pressoché identica a quella che tutti conosciamo, con qualche licenza poetica funzionale alla storia. Nel momento di massimo splendore del vigilante di Gotham, convinto ormai di rappresentare totalmente l’oscura metropoli in cui vive, egli porta alla luce l’esistenza di una misteriosa setta segreta, la Corte dei Gufi, che sembra controllare il destino della città da secoli con un potere illimitato. Dopo aver scoperto che la Corte ha sfruttato e persino perseguitato tanto i suoi antenati quanto quelli dei suoi amici più intimi, Bruce Wayne viene prima attaccato da uno spietato killer, l’Artiglio, e poi imprigionato in un sadico labirinto. E’ l’inizio di una lotta senza esclusione di colpi, sia fisica che psicologica, in cui Batman dovrà fare affidamento più che mai sul sostegno di Alfred, dei vari (!) Robin e del resto della Bat-Famiglia.

Giudizio:

Nei primi due volumetti, contenenti i primi otto episodi del ciclo di Snyder/Capullo, colpisce la totale assenza dei villain “classici”, fatta eccezione per un tentativo di evasione di massa nelle prime pagine del primo episodio. Si tratta di una scelta intelligente degli autori, che permette loro non solo di presentare nuovi personaggi espandendo la mitologia di Batman, ma anche di esplorare aspetti finora rimasti oscuri della psicologia dei protagonisti e dei rapporti intercorrenti tra essi. Ad esempio, scopriamo che un giovane Bruce aveva già indagato sulla leggendaria Corte dei Gufi, cercando prove della sua esistenza nel disperato tentativo di dare un senso alla morte dei genitori. Un altro esempio è il legame più profondo tra l’uomo pipistrello ed Alfred, che non è più soltanto un maggiordomo/motivatore, ma diviene un vero e proprio supporto tattico in grado di fornire informazioni preziose mentre l’eroe è sul campo. I pilastri narrativi su cui, da più di 80 anni, si fonda la storia di Batman non vengono ovviamente demoliti, ma rafforzati in modo da risultare interessanti anche per i lettori del nuovo millennio. Bruce è ancora un solitario, traumatizzato dal suo passato al punto da aver paura di intessere qualsivoglia rapporto umano, ma è interessante notare come pian piano anche questo paradigma viene ribaltato: il Cavaliere oscuro nel finale dell’ottavo episodio chiede ad Alfred di chiamare a raccolta la Bat-famiglia perché si rende conto non solo che la situazione gli sta sfuggendo di mano, ma che essa riguarda anche altri abitanti di Gotham ed è quindi giusto coinvolgerli nella battaglia contro la Corte dei Gufi.

Le scene ambientate nel labirinto, in una magistrale alternanza di toni chiari e scuri, ci mostrano tutta la disperazione e la follia del Cavaliere Oscuro

I disegni di Greg Capullo sono perlopiù molto buoni, anche se non amo il modo in cui caratterizza il volto di Bruce (opinione soggettiva, ovviamente..). Di certo, è in grado di rendere bene tanto le emozioni dei personaggi quanto la plasticità delle scene d’azione, pur risultando un pelo confusionario in alcune di esse. Emblematici i due episodi all’interno del labirinto, in cui in un alternanza simbolica di luce ed oscurità, di tinte bianche e nere, compartecipiamo alla rabbia, alla frustrazione e all’ansia di Batman, che lotta senza sosta non solo per liberarsi, ma anche e soprattutto per non arrendersi all’idea che la sua vita, e quella di tutti gli abitanti di Gotham, è nelle mani di misteriose entità che le manipolano come burattinai. Entità di cui, dopo otto episodi, Snyder ci ha rivelato ancora ben poco, ma che risultano estremamente affascinanti ed inquietanti; spero che lo scrittore sia in grado di non banalizzarle nel momento in cui ci rivelerà la verità su di loro.

In conclusione, mi sento di affermare senza paura di smentita che questo tascabile a cadenza mensile dedicato a Batman è una delle uscite più interessanti del rilancio DC ad opera di Panini Comics. Devo ammettere che mi sono divorato i due volumi sinora usciti e non vedo l’ora di scoprire come procederà la lotta contro la Corte dei Gufi. Forse il formato non è dei più accattivanti e non permette di gustare al meglio le tavole di Capullo, è invece molto concorrenziale il prezzo, visto che per poco meno di 5 euro ci portiamo a casa un volume di 96 pagine a colori! Aldilà di questo, comunque, consiglio vivamente la lettura sia ai fan del Cavaliere Oscuro sia agli amanti dei supereroi in generale, non resterete delusi.

Una visione d’insieme della Bat-caverna.. non chiedetemi perchè diavolo ci sia dentro un dinosauro!

PRO:

  • La pressoché totale assenza dei villain classici permette allo scrittore di espandere la mitologia e la psicologia del Cavaliere Oscuro.
  • I disegni di Greg Capullo riescono a trasmettere le emozioni dei personaggi, divenendo quasi sublimi nelle scene ambientate nel labirinto.
  • Il prezzo dei volumetti è davvero concorrenziale.

CONTRO:

  • Dopo otto episodi, sappiamo ancora troppo poco della Corte dei Gufi.
  • La caratterizzazione del volto di Bruce Wayne non è azzeccatissima, per quanto in linea con l’iconografia del personaggio in altri contesti.
  • Il formato tascabile non esalta al meglio le tavole di Capullo.

Artemis Fowl – Recensione

Come tutti hanno ormai avuto modo di accorgersi, la pandemia ha stravolto i piani delle principali case di produzione, che si sono viste costrette a rinviare di mesi o addirittura a data da destinarsi l’uscita di diversi titoli la cui distribuzione nelle sale era prevista durante i mesi primaverili. La Disney naturalmente non fa eccezione, ma il colosso di Topolino & co. può contare, a differenza di quasi tutti gli altri, su un asso nella manica da non sottovalutare: una piattaforma di streaming di sua proprietà, che in Italia ha debuttato a fine marzo contribuendo a rendere il lockdown nelle case di molti un po’ meno pesante. Tuttavia i vertici disneyani hanno deciso di evitare di bypassare l’uscita nelle sale delle loro produzioni di maggiore richiamo (tipo Black Widow e il live action Mulan, solo per citare le più attese) per metterle direttamente a disposizione degli utenti della loro neonata piattaforma, optando invece per posticiparne il rilascio sul mercato cinematografico. Un film si è però sottratto a questa strategia, e invece di essere distribuito nei nostri cinema il 27 maggio è stato inserito nel catalogo di Disney+ a partire dal 12 giugno. Si tratta di Artemis Fowl, l’atteso adattamento dei famosi romanzi di Eoin Colfer. Frutto di una gestazione produttiva che si trascinava dai primi anni duemila, inizialmente programmato per uscire nell’estate 2019 e poi rimandato di un anno, il fantasy che porta sullo schermo le avventure dell’astuto dodicenne irlandese suscitava curiosità e alte aspettative fin dalle prime foto di scena e dal trailer. Leggere il nome di un regista esperto e di successo come Sir Kenneth Branagh dietro la macchina da presa, insieme ad un cast che comprende un paio di celebri star inglesi, non faceva che rafforzare le già ottime premesse. Col senno di poi la decisione di sottrarlo alla prova del botteghino e di lanciarlo soltanto in streaming doveva suonare come un sinistro campanello di allarme, e difatti il risultato finale è altamente al di sotto di quanto era lecito aspettarsi.

La trama:

Il geniale dodicenne Artemis Fowl Jr. discende da una stirpe di brillanti menti criminali. Rimasto orfano di madre in tenera età, quando suo padre viene rapito da un misterioso nemico durante una delle sue scorribande in giro per il mondo, Artemis decide di fare il possibile per liberarlo. Il rapitore gli fa presto sapere che se vuole riavere suo padre il ragazzo dovrà portargli entro tre giorni l’Aculos, un potentissimo e ambito oggetto magico. Nel corso della sua ricerca il giovane entrerà in contatto con un’antica civiltà di creature fatate che vive nel profondo della Terra, e ingaggerà con essa una rischiosa sfida fatta di astuzie e di colpi d’ingegno per aggiudicarsi il prezioso artificio. Ad aiutarlo nella sua missione ci saranno la fedele guardia del corpo Leale e sua nipote Juliet, la coraggiosa fata Spinella Tappo, e Bombarda Sterro, un nano sovradimensionato abilissimo a rubare qualunque cosa gli capiti a tiro.

Recensione:

Tra i principali punti deboli di questo fantasy d’azione, che dovrebbe avere l’obiettivo di conquistare gli spettatori presentandogli un nuovo universo in cui coesistono magia ed avanguardie tecnologiche, vi è la durata: i 95 minuti scarsi che intercorrono tra l’inizio e i titoli di coda sono decisamente troppo pochi per sviluppare in maniera adeguata il primo romanzo di una serie letteraria di grande successo. Scegliere di concentrare un’avventura di esordio in appena un’ora e mezza comporta in questo caso personaggi scarsamente caratterizzati e monodimensionali, trama costellata di riferimenti non spiegati o lasciati in sospeso, ritmo eccessivamente veloce e una conclusione che lascia con più dubbi che risposte. Perfino le partecipazioni straordinarie di Judi Dench nel ruolo del comandante dell’esercito dei fatati e di Colin Farrell in quello del padre di Artemis sembrano pensate più per attirare interesse nei confronti della pellicola che per contribuire a dare un autentico valore aggiunto al film, ed infatti entrambi sembrano limitarsi a metterci quel minimo di impegno per offrire un’interpretazione passabile.

Anche la mano di un regista non certo di secondo piano come Branagh stenta a vedersi. È strano che un cineasta del suo calibro non sia riuscito a mettere a punto una trasposizione alternativa e di alto livello di quello che può – o poteva – essere il primo capitolo un potenziale nuovo franchise, dal momento che nell’ultimo decennio dirigendo Thor (2011) e il live action Cenerentola (2015) aveva dimostrato di saperci fare con i blockbuster adatti sia per bambini che per gli adulti.
Bisogna riconoscere che sequenze d’azione sono pregevoli e gli effetti speciali nel loro insieme convincono, ma la narrazione manca totalmente di respiro epico e di pàthos. Il vero punto debole del lungometraggio è proprio questo: non emoziona e non coinvolge. Perfino lo stesso Arthemis, che sulla carta dovrebbe essere un protagonista politicamente scorretto (pur essendo ovviamente dalla parte dei buoni) lontano dallo stereotipo dell’eroe ragazzino, qui stenta parecchio a brillare di luce propria e a suscitare l’interesse di chi non ha letto i libri. A tal proposito, è pure probabile che i lettori della saga creata da Olfer abbiano molto da ridire su questo adattamento.

Arthemis Fowl rimane un prodotto di intrattenimento accettabile per chiunque voglia distrarsi per meno di due ore con una storia ricca di azione e popolata da creature appartenenti alla mitologia irlandese, però difficilmente chi al di sopra dei 14-15 anni di età sceglierà di vederlo ne rimarrà entusiasta.
Attualmente qualunque ipotesi relativa ad un eventuale futuro sequel sarebbe azzardata. Forse il baby genio del crimine e i suoi amici meriterebbero una seconda chanche, ma bisogna vedere se la Disney sarà di questo avviso o preferirà accantonare il progetto per dedicarsi ad altro.

L’ascesa del mandaloriano

Pochi giorni fa, come ogni 4 maggio, i fan stellari di tutto il mondo hanno celebrato lo Star Wars Day. Per l’occasione la Disney ha pensato di far uscire in dvd e Blu-Ray l’ultimo controverso capitolo della nuova trilogia della saga degli Skywalker, il famigerato Episodio IX che sembra quasi essere riuscito nell’impresa di sollevare più reazioni negative rispetto al tanto criticato Gli ultimi Jedi. Con l’occasione L’ascesa di Skywalker è stato caricato su Disney+, che fortunatamente al suo interno offre anche altri contenuti di assoluto interesse per tutti gli appassionati dell’universo fantascientifico inventato una quarantina di anni fa da George Lucas. Basta citare ad esempio la serie animata The Clone Wars, che sempre il 4 maggio è giunta alla sua definitiva conclusione con l’arrivo nella piattaforma disneyana del dodicesimo episodio della settima stagione. Ma un paio di giorni prima, precisamente venerdì 1 maggio, nel medesimo canale di streaming era stato caricato l’ottavo ed ultimo episodio della prima stagione di una serie destinata a fare breccia nei cuori del fandom di Star Wars: The Mandalorian.

Le otto parti che compongono la prima esaltante stagione sono un’autentica gioia per gli occhi, in grado di poter essere apprezzata fino in fondo sia da chi conosce a menadito ogni minimo particolare della “galassia lontana lontana”, sia dai neofiti che si avvicinano per la prima volta a questo mondo. Tenendo in considerazione tutti i punti di forza di The Mandalorian e il consenso praticamente unanime di pubblico e di critica il rinnovo per una seconda stagione era praticamente scontato, e le indiscrezioni provenienti dal set riguardanti i nuovi (si fa per dire) personaggi che compariranno e i possibili risvolti che potrebbero esserci nelle vicende dei protagonisti inducono a guardare con ottimismo al prossimo nuovo ciclo di episodi, anche se per ora non ci è dato sapere con certezza quando verranno ultimati e distribuiti.
Eccovi i tre motivi principali per i quali si può considerare The Mandalorian uno dei prodotti più all’avanguardia dello Star Wars Universe:

La storia

Nel corso delle otto puntate la vicenda che si dipana davanti allo spettatore riesce a coinvolgere sin dalle sequenze iniziali. Sembra di ritrovarsi di fronte ad un western di fantascienza in cui sono presenti tutte le caratteristiche tipiche del genere. Il protagonista è un cacciatore di taglie solitario e apparentemente distaccato da tutto e da tutti, dedito soltanto al suo lavoro in cui ha fama di essere uno dei migliori in circolazione. Però quello che doveva essere un incarico come tutti gli altri (ma assai più remunerativo) lo pone di fronte a un bivio cruciale, e una volta scelta la strada da seguire la sua vita cambierà definitivamente. Dopo aver deciso di non “terminare” una strana creatura bambina-l’ormai celebre “Baby Yoda”-per i due inizia una rocambolesca odissea in giro per la galassia che li porterà a cercare rifugio in pianeti ostili, a unirsi a bande poco raccomandabili, a scontrarsi con nemici senza scrupoli, fino a tornare per la resa dei conti finale dove la narrazione ha avuto inizio per la chiusura-momentanea-del cerchio.

Nel corso di questa sensazionale avventura i due impareranno a fidarsi l’uno dell’altro, conosceranno inaspettati alleati e subdoli doppiogiochisti, e il mandaloriano non sarà mai più lo stesso di prima. L’intero racconto ha il merito di essere suddiviso egregiamente in otto parti, ognuna della quali ha una sua organicità interna e, nonostante l’alternanza di vari registi dietro la macchina da presa, il ritmo e la tensione sono sempre distribuiti equamente in tutti gli otto capitoli.

I personaggi

La galleria dei personaggi che ci vengono presentati in questa prima stagione include alcune figure simili ad altre già viste nei vari archi narrativi del franchise ed altre completamente nuove. Il protagonista che dà il titolo alla serie, il misterioso pistolero solitario cresciuto dalla stirpe mandaloriana che scopriremo chiamarsi Din Djarin, è l’eroe indiscusso della storia. Pur avendo la faccia perennemente coperta dall’elmo, dietro al quale si nasconde il volto di Pedro Pascal, si possono intuirne facilmente i suoi sentimenti e si può assistere, di pari passo col lo sviluppo della trama, al suo profondo cambiamento e ad un progressivo disvelamento delle sue origini.

Tuttavia non si sarebbe parlato così tanto di questa prima serie live action di Guerre Stellari se non ci fosse stato l’infante che “Mando” dovrebbe catturare ed invece si ritroverà a proteggere come fosse suo figlio (chi ha già visto le prime puntate saprà benissimo che in realtà si tratta di una creatura cinquantenne ma si sa, il suo illustre omologo Maestro Jedi ha abbandonato le sue spoglie mortali alla veneranda età di 900 anni). Il “Baby-Yoda” di cui tanto si è parlato nei mesi che sono intercorsi tra il debutto americano e quello italiano della serie è il fulcro intorno al quale ruotano tutti gli avvenimenti, ed è incredibile come riesca a suscitare un’immediata empatia grazie ai suoi occhioni fin dalla sua primissima apparizione. Merito del suo enorme successo va attribuito all’accuratezza tecnica che si cela dietro alla sua creazione, che prevede un mix di animazione di burattini e di CGI.

Le altre figure che compaiono nel corso dei primi otto capitoli includono svariati comprimari interpretati da un cast super stellare che comprende nomi altisonanti come Nick Nolte, Werner Herzog, Taika Waititi e Giancarlo Esposito.

La resa scenica

Con un budget di oltre 100 milioni di dollari, un esperto di blockbuster ad alto tasso di spettacolarità come Jon Favreau ad ideare e poi a seguire il progetto in ogni sua fase, il risultato finale non poteva che essere eccellente, ed infatti è proprio così. Complice l’ambientazione in un periodo non ancora oggetto di altre trasposizioni cinematografiche, ovvero il caotico interregno tra la caduta dell’Impero e la nascita della Nuova Repubblica, il mondo stellare in cui si muovono i protagonisti è un elegante commistione di riferimenti ai vecchi film della saga e di nuovi luoghi e creature perfettamente in linea con l’estetica di Lucas. Tutto ciò contribuisce a una resa scenica che rasenta la perfezione. La cura per il dettaglio e la scelta di inquadrature visivamente emozionanti la si può notare soprattutto nelle diverse scene d’azione.

Un piccolo esempio dell’abile maestria riscontrabile in ogni aspetto della lavorazione la si può ammirare nelle splendide illustrazioni che accompagnano i titoli di coda.

The Mandalorian – Recensione dei primi tre episodi

In un periodo difficile e complesso come quello che stiamo vivendo in questi giorni, dove la maggior parte di noi sono costretti a rimanere l’intera giornata tra le mura domestiche per evitare il propagarsi del contagio, diventa fondamentale più che mai trovare degli appigli che ci consentano di evadere dalla complicata realtà quotidiana che dobbiamo affrontare. Per uscirne a testa alta, desiderosi di riappropriarsi delle abitudini e delle azioni che al momento siamo impossibilitati a fare, è importante trascorrere questo periodo di isolamento cercando di passare il tempo in maniera-per quanto possibile-leggera e spensierata. A darci una grossa mano nel tentativo di alleggerire il clima pesante dell’attualità ci ha pensato Disney+, la piattaforma di streaming della Casa del Topo che da martedì 24 marzo è accessibile anche nel nostro paese (ad un prezzo, sia mensile che annuale, per il momento davvero competitivo).

Tra gli innumerevoli contenuti di assoluto interesse che vi si possono trovare all’interno, tra serie e grandi classici del passato, non mancano però nemmeno dei contenuti inediti progettati esclusivamente per il lancio del servizio. La maggior parte di questi, specialmente quelli provenienti dai Marvel Studios, arriveranno nei prossimi mesi, ma uno, forse il più atteso di tutti, è disponibile fin da adesso: si tratta ovviamente di The Mandalorian, la serie spinoff di Star Wars che è stata pensata appositamente per lanciare in pompa magna la nuova trovata disneyana, e di cui è già stata annunciata una seconda stagione. I più attenti potrebbero aver visto la prima puntata trasmessa in anteprima su Italia 1 domenica 22 poco prima di mezzanotte, moltissimi ne avranno sentito parlare a causa delle immagini di “Baby Yoda” che hanno invaso i social network ancora mesi fa, ma la serie è molto più di quello che potrebbe apparire ad un primo sguardo. La sorpresa parzialmente negativa che coglierà l’utente appena iscritto a Disney+ è che non troverà tutte le puntate della prima stagione pronte per essere guardate, magari con un bel binge watching: è stato purtroppo deciso di mettere a disposizione al debutto solo le prime due puntate, per poi caricare le successive sei con cadenza settimanale ogni venerdì. Per ora dunque si possono visionare soltanto tre capitoli, che tuttavia bastano e avanzano per farsi un’idea abbastanza definita su The Mandalorian. Eccovi una breve recensione, senza spoiler che ve ne rovinino la visione, dei primi tre episodi di un racconto che ci riporta in quella galassia lontana lontana che ormai da 40 anni è entrata nel nostro immaginario collettivo.

La trama:

Dopo il crollo dell’Impero e prima della nascita del Primo Ordine, nell’anno 9 ABY (dopo la battaglia di Yavin), nella galassia regna una situazione complessivamente tranquilla, ma dietro una calma apparente agiscono ancora dei malvagi senza scrupoli fedeli alle decadute istituzioni imperiali. In questo contesto si muove un cacciatore di taglie mandaloriano: è un misterioso guerriero solitario originario del pianeta Mandalore, il ché implica anche la sua appartenenza ad un rigoroso codice etico al quale deve sempre attenersi: una delle sue regole principali, ad esempio, è quella di non togliersi mai l’elmo metallico che indossa. “Mando” (così viene soprannominato dal leader della sua Gilda) è uno dei più bravi nel suo lavoro, che svolge in maniera impeccabile e senza porsi alcun dilemma morale. Cercando una taglia più remunerativa rispetto alle ultime che aveva raccolto, viene messo in contatto con un sinistro committente che gli affida un compito promettendogli un’eccellente remunerazione: dovrà individuare e consegnargli, possibilmente vivo, un soggetto di 50 anni. Non sapendo nient’altro se non l’età dell’obiettivo e la sua posizione, Mando accetta e parte per la sua nuova missione. Quando, superate diverse peripezie, si ritroverà davanti all’individuo in questione, scoprirà che l’incarico era più difficile del previsto, e sarà costretto a compiere delle scelte che rischieranno di cambiare radicalmente la sua vita.

Recensione:

La prima impressione, terminata la visione del terzo episodio, è che questo innovativo spinoff live action sia riuscito ad attingere al meglio dell’universo di Star Wars e che abbia tutte le carte in regola per soddisfare la gran parte degli appassionati del franchise, evitando le polemiche e le proteste che l’ultima trilogia cinematografica si è attirata. Sebbene la vicenda sia ambientata cronologicamente tra fine della prima e il principio dell’ultima trilogia-i fatti si svolgono infatti tra Il ritorno dello Jedi e Il risveglio della Forza-non è presente nessun personaggio già noto: il protagonista ricorda sotto parecchi aspetti il famoso Boba Fett, ma sia lui che ciascuno dei comprimari compaiono qui per la prima volta.

La storia ha svariati richiami alla tradizione dei western, da cui vengono estrapolati alcuni stilemi del genere per essere collocati efficacemente nel contesto fantascientifico della galassia inventata da George Lucas. Paesaggi desolati, cittadine degradate, mercenari spietati e creature minacciose sono una costante nell’arco dei primi 90 minuti suddivisi nelle tre parti finora distribuite. Oltre a ciò non mancano nemmeno quelle caratteristiche che hanno fatto la fortuna della saga stellare: umorismo ben dosato e mai esagerato, pianeti e ambientazioni suggestivi, citazioni e riferimenti agli episodi canonici, sequenze d’azione coinvolgenti e spettacolari.

All’ottima resa scenica danno un contributo essenziale gli effetti speciali, che rendono estremamente dettagliata e curata ogni singola inquadratura in un modo talmente sofisticato che è assai raro riscontrare in una produzione televisiva. Il merito di aver messo a punto un progetto così ben funzionante va senza dubbio all’ideatore che ha pure supervisionato ogni fase della lavorazione, cioè a Jon Favreau, che ha messo in campo tutta la sua competenza e maestria nell’uso delle tecniche digitali.

In un mondo popolato da droidi, alieni ed eroi corazzati dalla testa ai piedi può non essere semplice riconoscere gli attori chiamati a dare il volto-o in certi casi solo la voce-ai vari personaggi. Ciononostante, soffermandosi sui titoli di coda, si potranno individuare i nomi che concorrono a formare un cast superlativo: sotto l’armatura del mandaloriano si nasconde Pedro Pascal, che dopo Game of Thrones e Narcos interpreta qui un altro ruolo iconico che potrebbe consacrarlo definitivamente nel panorama hollywoodiano. In parti secondarie spiccano celebrità del calibro di Nick Nolte, Taika Waititi , e c’è spazio perfino per un cameo del celebre Werner Herzog.

Per quanto riguarda i capitoli successivi è lecito insomma aspettarsi un proseguimento degno di quanto visto fino ad adesso. Ci sarà probabilmente un “Baby Yoda” più presente, anche se si potrebbe ipotizzare che sarà una presenza più dosata e misurata rispetto a quella che avrà nel merchandising. Va detto che allo stato attuale latita la componente femminile, ma da qui alla conclusione quasi sicuramente saprà farsi valere. Non ci resta perciò che attendere il prosieguo delle vicende di quello che, ad oggi, si candida ad essere uno dei migliori prodotti di Lucasfilm degli ultimi vent’anni.

The Witcher – Recensione

Quando si traspone un’opera da un medium all’altro, che sia da romanzo a videogioco o da romanzo a serie televisiva, vi è sempre il rischio di snaturare la visione originale dell’autore, dando vita ad un prodotto non all’altezza. E’ questa una delle principali critiche mosse dai detrattori a “The Witcher”, la nuova serie prodotta da Netflix ispirata ai romanzi di Sapkowski e alla celebre trilogia videoludica. Ci sono però altri due fattori da tenere in considerazione: libro e televisione sono, per l’appunto, due medium diversi e non è scontato che ciò che funziona benissimo in uno possa funzionare altrettanto bene nell’altra; inoltre, un prodotto come “The Witcher” deve necessariamente parlare ad un pubblico più ampio possibile, composto anche da coloro che non hanno mai sfogliato i romanzi o non hanno mai preso il controllo di Geralt di Rivia sui loro PC. Personalmente, ho divorato il secondo e terzo capitolo della trilogia sviluppata da CD Project, ma non ho mai avuto il piacere di gustare l’opera di Sapkowski, per cui mi trovo nel mezzo e posso affermare che questa serie diverte e convince, al netto di alcune piccole sbavature che analizzerò nel seguito della recensione.

Sguardo fiero e fisso sull’orizzonte, in cerca della prossima avventura!

Trama:

In un continente immaginario, ma dal chiaro sapore medioevale, sono ambientate le gesta di Geralt di Rivia, cacciatore di mostri mutante dalle poche parole, ma dalla grande abilità con la spada. Dopo essersi tenuto lontano per tutta la vita dalle dispute politiche tra i vari stati, Geralt ne viene inevitabilmente coinvolto quando l’Impero di Nilfgaard invade i Regni Settentrionali, minacciandone la sopravvivenza. Ma più che alla semplice conquista, il principe del Sud sembra interessato ad una misteriosa bambina dagli straordinari poteri magici..

Giudizio:

The Witcher è una serie ricca di particolari e di spunti di riflessione, nonostante lo stile di narrazione piuttosto ermetico possa farla apparire quasi “povera” ad un primo sguardo. Le origini di Geralt, così come la situazione politica del mondo e l’interessante ruolo svolto dalla Confraternita dei Maghi, sono soltanto suggeriti da sogni, flashback e dialoghi, questi ultimi davvero ben scritti e piacevoli. Siamo ben lontani, insomma, dagli “spiegoni” visti in Game of Thrones e ciò, a seconda dei vostri gusti personali, sarà un elemento che vi farà amare il serial oppure ve ne farà allontanare inesorabilmente. Molto più esplicite, invece, sono le riflessioni di natura morale che il protagonista si troverà più volte a fare nel corso delle varie puntate. Si tratta di dilemmi non originalissimi, in verità, ma comunque interessanti e ben inscenati, che contribuiscono a dare tridimensionalità al personaggio di Geralt e all’ottimo supporting cast. In questo senso, è veramente sorprendente ed encomiabile la prova di Henry Cavill il quale, al netto di alcune insicurezze in certe scene, riesce a rendere giustizia al Lupo Bianco. Un’altra caratteristica che farà storcere il naso a molti, ma che rappresenta una precisa scelta degli autori e come tale va interpretata, è la divisione della storia in tre tronconi separati, ambientati ciascuno in una timeline differente che, naturalmente, tenderà a riunirsi alle altre procedendo verso il finale di stagione. Ad esempio, nei primi episodi assisteremo alle imprese iniziali di Geralt, all’incontro con Ranuncolo che costruirà la grande fama del Witcher mediante le sue ballate, mentre contemporaneamente assisteremo all’addestramento della maga Yennefer, iniziato molti anni prima, e alla fuga di Ciri, avente luogo alcuni anni dopo l’incontro tra Geralt e il bardo. Se siete confusi non vi preoccupate, anche io ero piuttosto perplesso, ma dalla quarta puntata in poi tutto si fa abbastanza chiaro, anche grazie al riferimento ad alcuni eventi chiave del continente che in una timeline devono ancora accadere, mentre in un’altra sono già successi.

Tre timeline differenti. tre personaggi inesorabilmente legati tra loro dal destino..

Passiamo ora all’unica, vera nota dolente di questa serie TV: il basso budget. E’ vero che non è giusto giudicare la qualità di un serial dal numero di combattimenti, esplosioni o mostri che compaiono a schermo, ma in questo caso quel poco che compare è realizzato discretamente male. La battaglia di Cintra e lo scontro finale sono accettabili, anche se avrei preferito una maggior cura delle armature e delle vesti dei combattenti, mentre i mostri sono quasi tutti poco credibili, e questo è un grosso problema in un prodotto fantasy dedicato ad un cacciatore di mostri. Spero che questa prima stagione abbia il successo che meriti, di modo che per la seconda gli autori abbiano a disposizione fondi maggiori per avvicinarsi, a livello puramente scenografico, a mostri sacri come GoT. Per quanto riguarda infine l’aderenza con l’universo narrativo già delineato dai videogiochi (per i romanzi, come detto in apertura, non posso giudicare), ho trovato in “The Witcher” molta fedeltà e molto rispetto: i luoghi che ho amato ci sono tutti e i personaggi si comportano come si sarei aspettato, al netto di alcune scelte di casting “discutibili”. Mi preme sottolineare, in ogni caso, che questa è una (buona) serie godibile anche da chi non ha mai sentito nominare Geralt di Rivia e perfino da chi non mastica molto il genere fantasy; questo non può che essere un decisivo punto a favore di “The Witcher” e della fruizione immediata dei suoi otto episodi.

Lo scontro con la strige è uno di quelli meglio realizzati. In altri casi, il risultato finale lascia molto a desiderare..

PRO:

  • L’ambientazione è ricca ed affascinante, nonostante la narrativa ermetica non ne esalti al meglio le caratteristiche.
  • L’interpretazione di Henry Cavill, al netto di alcune incertezze, rende giustizia al personaggio di Geralt di Rivia.
  • Dialoghi ben scritti e ben interpretati da un ottimo cast.

CONTRO:

  • Le battaglie e, soprattutto, i mostri non sono molto credibili.
  • La scelta di suddividere la storia in tre timeline differenti può generare parecchia confusione.
  • Molti aspetti sono solamente abbozzati e il loro approfondimento viene rimandato alla seconda stagione.

I migliori film Hi-Tech di sempre

Mentre la tecnologia e l’innovazione avanzano sempre più nelle nostre vite, le arti hanno sempre cercato di interpretare e immaginare il nostro futuro, tra robot e tecnologie e mondi sensazionali.
Ma quali sono stati i migliori film hi-tech? Chi ha introdotto più tecnologia e gadget nel mondo del cinema? Abbiamo stillato una lista di dieci film sulla tecnologia che hanno avuto un fortissimo impatto nell’epoca in cui uscirono e che in qualche modo hanno anticipato la nostra società.

Matrix

Il capolavoro dei Wachowski, il film che è diventato un’icona e ha portato ad un altro livello i film fantascientifici. In Matrix troviamo talmente tanta tecnologia che il mondo stesso è una simulazione creata da un computer!

Minority Report

Computer 3D, ologrammi, previsioni del futuro, realtà aumentata e molto altro: nel film di Spielberg con Tom Cruise troviamo tutto ciò. Il regista si era documentato e consultato con alcuni autori di fantascienza per creare questo film distopico.

Blade Runner

Macchine volanti e replicanti: basta questo per farne un classico. Ed erano gli anni 80. Il film con Harrison Ford a caccia di replicanti mette in guardia l’umanità su una cosa: arriverà il giorno in cui la tecnologia riuscirà a soppiantare noi umani.

Tron

Jeff Bridges rimpicciolito che si infila dentro un computer mentre cerca di hackerarlo? Assolutamente geniale e immortale. E aiutò molti a capire cosa ci fosse dentro un computer… più o meno!

War Games

Un giovanissimo Matthew Broderick che utilizza un super computer e per poco non scatena una guerra nucleare. Girato in piena guerra fredda, il personaggio di Broderick è un hacker ante litteram.

A.I

Un altro film di Spielberg per mostrarci come l’intelligenza artificiale avrà anche un cuore e un aspetto umano. Ma siamo noi pronti ad accettare tutto ciò?

Metropolis

Siamo nel 1927 ma Metropolis racconta un futuro ancor più avanti di noi, dove le diverse classi sociali sono divise anche architettonicamente. Qui l’alter ego robotico della protagonista seminerà il caos in un mondo sfruttato e iper industrializzato.

Total Recall

Forse fin troppo fantascientifico, ma l’idea di fondo, ovvero ciò che è reale e ciò che non lo è, è un dibattito aperto nel mondo di oggi, dove la realtà virtuale si fa sempre più strada nelle nostre vite.

2001 Odissea nello Spazio

Chi non conosce il computer HAL 9000? Che prende vita propria e decisioni proprie e decide di eliminare l’astronauta chiudendolo fuori nello spazio. Un avviso per le moderne tecnologie IoT e smart? Forse sì se non siamo attenti alla nostra protezione.

Westworld

Diventato anche poi serie TV, questo film del 1973 tratto da un libro di Crichton, vede impegnati robot contro umani (un classico ormai). La tecnologia prenderà dunque il sopravvento sugli uomini? O tratteremo le nuove tecnologie e l’intelligenza artificiale come schiavi? Non sappiamo ancora la risposta ma West world, come tanti altri film e libri, prova a dirci come finirà tutto ciò.

E il vostro film hi-tech preferito qual è?

Ad Astra – Recensione

Per aspera ad astra” recitava un motto latino, il quale sostanzialmente significa che attraverso le difficoltà si può crescere e raggiungere i propri obiettivi, le stelle nella metafora del proverbio. E sicuramente il protagonista di Ad Astra, interpretato da Brad Pitt, di difficoltà ne incontra parecchie durante il suo viaggio nello spazio profondo, alla disperata ricerca di un padre tanto famoso quanto lontano e sfuggente. Una ricerca che, al netto della giustificazione sci-fi, viene intrapresa in modi diversi da ciascuno di noi durante il corso della vita. Ma andiamo con ordine, analizzando nel corpo della recensione i pro e i contro di un film che ha destato un certo scalpore all’ultimo festival del cinema di Venezia, generando di conseguenza un alto livello di aspettative negli spettatori.

La società immaginata da James Gray è ossessionata dalla ricerca di forme di vita extraterrestre.

La trama:

In un futuro prossimo, tutto lo sviluppo tecnologico del genere umano è proiettato verso la ricerca di forme di vita extraterrestri. Sono state costruite delle enormi antenne, che dalla Terra arrivano fin nella stratosfera, per inviare e ricevere messaggi dallo spazio profondo. Proprio ad una di queste lavora Roy McBride, figlio di un leggendario astronauta andato disperso durante una misteriosa missione nei pressi di Nettuno. Quando devastanti scariche di raggi cosmici, apparentemente provenienti proprio dal gigante blu, iniziano a colpire la Terra, McBride riceve il compito di recarsi su Marte per tentare di mettersi in contatto con suo padre e capire cosa sta accadendo prima che sia troppo tardi. E’ l’inizio di un viaggio alla ricerca della verità, ma anche del vero senso della nostra esistenza come esseri umani.

Il giudizio:

Chiariamo subito che Ad astra non è un film di fantascienza, almeno non nel senso più comune del termine. La pellicola si concede pochissime scene di azione e si abbandona ad un ritmo lento (ma perfettamente studiato) che a molti risulterà indigesto, donando in cambio numerosi spunti di riflessione sia a livello sociale che filosofico. Il regista James Gray delinea un società cupa, rigida, in cui gli astronauti devono continuamente reprimere le proprie emozioni per non essere giudicati inabili al servizio da parte di apposite macchine. In questo contesto, stupisce il forte impeto riposto in uno scopo nobile, o comunque idealista, come la ricerca di forme di vita extraterrestri; probabilmente si tratta di un inconscio tentativo di fuga da un sistema opprimente, da una serie di problemi che il genere umano continua ad esportare dalla Terra su altri pianeti. Emblematica, a tale proposito, la riflessione compiuta da Roy mentre attraversa i corridoi di una metropolitana situata nientepopodimeno che sulla Luna.

Il senso di oppressione delle basi sotterranee, reso con l’uso di specifiche tonalità di colore..
.. contrasta con la splendida fotografia ad ampio respiro delle scene nello spazio

La domanda che tuttavia scorre nella testa dello spettatore per tutto il corso del film, e si esplicita nel momento in cui [SPOILER SPOILER SPOILER SPOILER SPOILER SPOILER SPOILER SPOILER SPOILER SPOILER SPOILER!] Roy finalmente incontra suo padre,è la seguente: siamo sicuri che la soluzione ai nostri problemi venga dall’esterno e non dall’interno, da un’analisi onesta di noi stessi e del rapporto con gli altri? Clifford Mcbride ha dedicato la sua intera vita a studiare lo spazio per dimostrare che non siamo soli, abbandonando gli affetti più cari e generando un senso di vuoto in Roy il quale, a sua volta, rischia di ripercorrere il cammino paterno, isolandosi dalla moglie. L’esistenza di Clifford è un fallimento non perché non ha trovato le prove che cercava, ma perché se il suo scopo era dare un senso ad ogni cosa ha guardato per decenni dalla parte sbagliata. [FINE SPOILER]. L’interpretazione di Brad Pitt, veramente degna di nota, riesce a rendere credibile questo percorso di formazione e le sensazioni di smarrimento ed angoscia che il protagonista subisce nel mentre.

Un applauso va a Brad Pitt che dimostra ancora una volta di essere un grande attore..

Tutto oro ciò che luccica, quindi? Non esattamente. Nonostante il soggetto sicuramente interessante, Ad Astra è un film inutilmente pesante in certi frangenti che avrebbe tratto giovamento da trovate narrative un pelo più elaborate. E’ vero che il senso della pellicola è proprio che non ci sarà mai nulla dietro il prossimo orizzonte per chi non cambia prima sé stesso, ma il prodotto finale soffre per questa impostazione “minimalista”. Ad astra è comunque un’opera valida, che avrebbe potuto raggiungere il livello del capolavoro a cui si ispira (2001: Odissea nello spazio, of course) se solo avesse mostrato più coraggio nel lasciare qualcosa di sè impresso nella mente del pubblico.

PRO:

  • Soggetto interessante, ricco di spunti di riflessione a livello sociale e filosofico.
  • Buona interpretazione di Brad Pitt, che riesce a rendere credibile lo sviluppo del suo personaggio.
  • La fotografia delle scene nello spazio lascia a bocca aperta.

CONTRO:

  • Ritmo eccessivamente lento e pesante in alcuni frangenti.
  • Qualche colpo di scena o trovata narrativa ulteriori avrebbero potuto rendere questo film indimenticabile.
  • Ricerca il paragone con un mostro sacro come “2001: Odissea nello spazio” rimanendone scottato.