Avengers: Endgame – Recensione II

“La fine è parte del viaggio”

Il momento tanto atteso è finalmente arrivato. Dal 24 aprile i fan di tutto il mondo possono vedere una saga epica giungere al termine dopo un decennio abbondante di avventure memorabili e storie strabilianti. Con Avengers: Endgame si chiude non soltanto l’arco narrativo dei Vendicatori, ma pure l’intera serie iniziata con Iron Man nel lontano 2008 e che con quest’ultimo capitolo è arrivata a contare ben ventidue titoli, di cui la maggior parte ha collezionato record di incassi un tempo inimmaginabili. Non siamo assolutamente di fronte alla fine del Marvel Cinematic Universe che, come molti già sapranno, ha un nuovo cinecomic ragnesco pronto per luglio e diverse produzioni in via di sviluppo. Quel che è certo però è che dopo questo quarto lungometraggio dedicato agli Avengers l’universo della Marvel cambierà per sempre: è l’ora di congedarsi da alcuni eroi e di riabbracciarne altri. La vicenda iniziata in Infinity War si chiude in un “finale di partita” che regala sorprese spiazzanti, citazioni da brividi e combattimenti mozzafiato. I fratelli Russo sono riusciti a mettere in scena una conclusione indimenticabile destinata ad entrare nel cuore di chi nel corso degli anni si è affezionato a Tony, Cap, Thor & co. Come tutti i passi di addio che si rispettano non mancano momenti in cui la lacrima può scendere facilmente, ma i due registi sono stati abilissimi nel dosare attentamente divertimento, emozioni e drammaticità.

Trama:

Nel Wakanda lo schiocco di dita di Thanos con il guanto contenente tutte le Gemme dell’Infinito ha portato al tragico esito temuto: metà della popolazione dell’intero universo è stata spazzata via e con essa sono diventati cenere nove eroi. A fare i conti con le conseguenze del folle gesto rimangono Steve Rogers, Tony Stark, Thor, Rocket, Natasha Romanoff, James Rhodes, Bruce Banner e Nebula; al team si aggiunge quasi subito anche la potentissima Captain Marvel, richiamata sulla Terra dalla richiesta di aiuto inviatale da Nick Fury un istante prima di trasformarsi pure lui in cenere. I Vendicatori superstiti non hanno nessuna intenzione di rassegnarsi e metteranno in atto un tentativo audace e disperato per riportare in vita i loro amici e con essi tutti gli esseri viventi cancellati dalla follia del titano.

Recensione:

Nel corso dei dodici mesi che hanno separato l’uscita di Infinity War da quella di Endgame sono state formulate talmente tante suggestioni ed ipotesi sull’attesissimo ultimo atto che potevano portare sia a farsi aspettative irrealistiche sia ad ipotizzare degli sviluppi maggiormente fondati. Fa piacere vedere che la piega che prendono gli eventi non segue alla lettera nessuna delle ricostruzioni più accreditate, sebbene qualche passaggio fosse stato in effetti previsto da diverse teorie. D’altronde, i trailer che sono stati rilasciati da dicembre in poi avevano lanciato diversi indizi, nessuno dei quali per fortuna troppo rivelatore. Se perciò il ritorno di Occhio di Falco e Ant-Man, il ruolo essenziale di Carol Danvers all’interno del team ed un nuovo scontro con Thanos sono tutti elementi prevedibili, ogni singolo avvenimento non riportato nelle-pochissime-immagini trapelate dal set e nel materiale promozionale è ampiamente sorprendente. Anthony e Joe Russo sono stati bravissimi nel mettere a punto un eccellente blockbuster che ricollega ogni capitolo precedente dei Marvel Studios ed offre a ciascun personaggio lo spazio che si merita. Verrebbe quindi spontaneo aspettarsi un viaggio cupo in cui le scene drammatiche si susseguono una dopo l’altra. Se in alcune partì è davvero così, e trattandosi di un episodio conclusivo non potrebbe essere altrimenti, va anche riconosciuto che sono presenti intermezzi comici e di gag, verbali e non, che contribuiscono a mantenere in perfetto equilibrio la tensione per l’intera durata.

Le tre ore complessive di lunghezza della pellicola sono cosparse di continue citazioni e riferimenti agli altri titoli dei Marvel Studios, in particolare quelli aventi per protagonisti le tre colonne portanti Captain America, Iron Man e Thor; va da se pertanto che solo chi ha una discreta conoscenza (e soprattutto una buona memoria) della produzione cinematografica della Marvel potrà cogliere ed apprezzare fino in fondo i numerosissimi omaggi disseminati nello svolgimento della trama. Senza voler svelare contenuti che potrebbero rovinare l’effetto sorpresa, si può anticipare che il fulcro della narrazione ruoterà attorno proprio al magico trio composto dal miliardario playboy filantropo, il super soldato d’America ed il figlio di Odino. I tre attori che per circa una decade li hanno interpretati qui danno il meglio di loro stessi, con una menzione speciale per il mitico Robert Downey Jr.

Volendo cogliere delle imperfezioni le si possono riscontrare in un’eccessiva presenza di sequenze create appositamente per accontentare i fan e che talvolta stridono con il contesto e paiono un po’ forzate. Il cosiddetto “fan service” qui non è esagerato, anche se forse avrebbe potuto essere leggermente ridotto. In secondo luogo il ritmo e la tensione non sono calibrati in maniera impeccabile come in Infinity War, tuttavia i 182 minuti totali scorrono comunque abbastanza velocemente.

Avengers: Endgame è dunque un kolossal destinato a frantumare record al botteghino e ad occupare un posto speciale nel cuore degli appassionati che hanno seguito l’universo Marvel sul grande schermo dagli esordi fino ad oggi. Magari non tutti quanti gradiranno le modalità scelte per concludere il percorso di qualche personaggio, ma in questi casi il rischio di scontentare qualcuno lo si corre sempre.

Davanti ad un film capace di racchiudere il meglio di quanto visto finora e di regalarci un finale sensazionale non si può che dire un enorme GRAZIE ai Marvel Studios, ai registi e agli ideatori di questa fantastica cavalcata cinematografica nel mondo dei supereroi più potenti della Terra. Ovviamente tra i ringraziamenti non può mancare quello a colui che ha creato dal nulla questo universo: l’immenso Stan Lee.

Avengers: Endgame – RECENSIONE

La fine è parte del viaggio.

Ci siamo. La fine di questo arco narrativo, lungo 11 anni e 22 film, è arrivata.

Nonostante Spider-Man: Far From Home, in uscita l’11 luglio nelle sale italiane, sia il film che effettivamente chiude la Fase Tre del Marvel Cinematic Universe possiamo considerare Endgame la conclusione di un ciclo quasi perfetto che indubbiamente ha stabilito nuovi livelli di narrativa nella storia del cinema.

RECENSIONE – Spoiler Free

Il film inizia subito dopo lo schiocco di dita di Thanos: metà degli esseri viventi dell’universo è stata cancellata dall’esistenza e vediamo gli eroi sopravvissuti che cercano di trovare un modo per salvare tutti quelli che sono stati cancellati dal Titano Folle.

Per non farvi spoiler non posso scendere di più nei dettagli, ma posso assicurarvi che gli sceneggiatori sono riusciti ad ordire una trama che, almeno per quello che riguarda il sottoscritto, è impossibile da indovinare, anche solo lontanamente.

Le scene viste nei trailer sono tutte presenti nel film, soprattutto nella prima ora.

Prima ora che serve a raccontarci cosa succede ai sopravvissuti alla Guerra dell’Infinito e che si svolge senza grandi scene d’azione ma con molti dialoghi e colpi di scena, un po’ lenta forse però già nella seconda ora il ritmo accelera: un crescendo fino ad arrivare all’ultima parte del film dove esplode l’azione con la A maiuscola!

Vi sono molte scene che celebrano i momenti topici dei precedenti film sugli eroi più grandi della Terra, in mezzo alle quali la tensione viene spezzata da gag ben piazzate e non troppo invadenti. Ovviamente qualcuno morirà e non è detto che sia chi pensate, io non me l’aspettavo, ma devo comunque dire che è stata una morte degna e gloriosa.

CONCLUSIONI

In questo film una cosa è certa: i fratelli Anthony e Joe Russo hanno voluto concludere un arco narrativo composto di ben 22 (leggasi VENTIDUE) film, Endgame compreso, mettendo un punto fermo nella storia decennale del Marvel Cinematic Universe.

Assisteremo al passaggio di un testimone che è un simbolo di speranza per tutta l’umanità, con la consapevolezza che la vita va avanti nonostante le perdite subite.

Grazie per averci fatto sognare in questo viaggio lungo undici anni.

P.S.: L’unico spoiler che vi facciamo è sulle Post Credit Scene: non ce ne sono, nemmeno una. Ma vale la pena veder scorrere i titoli di coda per vedere il tributo alla formazione originale degli Avengers e agli interpreti degli stessi.

Hellboy – Recensione

Durante questo mese di aprile un appassionato di trasposizioni dai fumetti sul grande schermo rischia di fare dentro e fuori dalla sala cinematografica un numero di volte decisamente superiore alla media. Se Shazam! Ha inaugurato la serie di cinecomic che faranno capolino da qui all’estate, è chiaro che l’attesa principale sia focalizzata sull’ormai imminente debutto di Avengers: Endgame. In mezzo a tutti questi arrivi c’è però il rischio che passi quasi inosservato un reboot che ha provocato numerose perplessità e critiche fin dal suo annuncio risalente a circa un anno e mezzo fa: Hellboy. Il diavolo rosso cacciatore di demoni è tornato al cinema a partire dall’11 aprile con un nuovo look e un riavvio totale del personaggio che ha già dovuto fronteggiare diverse recensioni poco lusinghiere ed incassi al botteghino per niente entusiasmanti. Siamo davanti ad un adattamento più somigliante all’originale del fumetto e propenso a mettere in risalto l’aspetto oscuro e violento del protagonista. Il risultato è tuttavia inferiore ai due capitoli realizzati dal premio Oscar Guillermo del Toro, ed è proprio il confronto con questi due a far pensare che non ci fosse bisogno di offrire l’ennesima riproposizione di un eroe dei fumetti ad appena un decennio dall’ultimo capitolo della serie. A dire il vero il film presenta degli aspetti positivi che lo salvano dall’essere definito un flop totale, ma non si può fare a meno di chiedersi se i tempi e le modalità di rilancio siano state azzeccate, specialmente in un periodo in cui l’offerta di produzioni dello stesso genere è pressoché satura.

Trama:

Hellboy è un demone evocato dai nazisti al termine della seconda guerra mondiale che avrebbe dovuto radunare le forze degli inferi e causare la fine del mondo. Strappato dalle grinfie naziste dal professor Trevor Bruttenholm, che gli fa da padre adottivo, una volta cresciuto diventa un agente del BPRD (Bureau for Paranormal Research and Defense), un’agenzia segreta con lo scopo di difendere l’umanità dalle minacce sovrannaturali. Chiamato in Inghilterra per dare la caccia a tre giganti la cui furia distruttrice rischia di devastare il Paese, il diavolo rosso incontra Nimue, detta anche la Regina di Sangue. Nimue è una strega che in passato era stata sconfitta da Re Artù ma adesso è riuscita a tornare in vita e intende vendicarsi scatenando sulla Terra le potenze dell’inferno per poi regnare su di esse. Hellboy, con l’aiuto di un militare riluttante e di una ragazza sensitiva, proverà a fermare l’imminente Apocalisse, ma ben presto scoprirà che Nimue ha dei piani speciali nei suoi confronti, e il demone investigatore dovrà compiere la scelta più difficile della sua vita.

Recensione:

Si nota fin dalle prime sequenze del lungometraggio che il regista Neil Marshall (esperto di horror e con alle spalle la regia di alcuni episodi delle fortunate serie Game of Thrones e Westworld) ha tentato di far emergere gli aspetti che ponessero una separazione netta con i due adattamenti di Del Toro. Qui le scene cruente e di violenza abbondano senza remore, tanto che a tratti si finisce quasi nello splatter. Si tratta comunque di un approccio che spesso dà l’impressione di essere sfuggito di mano, dal momento che in svariate parti sembra quasi caricaturale ed esagerato. Le battute volgari ed irriverenti alla Deadpool poi funzionano fino ad un certo punto.


Manca inoltre una certa organicità e linearità nello svolgimento della vicenda. La sceneggiatura attinge a ben tre racconti degli albi a fumetti, ed assemblarli in un’unica pellicola non è stata, col senno di poi, un’idea brillante. Un piccolo esempio delle scelte poco coerenti lo si ritrova nei flashback: quello iniziale, che mostra il passato della strega che darà parecchio filo da torcere al detective in rosso, è coinvolgente e aiuta a calarsi subito nella storia; quello sulle origini di Hellboy invece, è assolutamente sbrigativo e pare inserito solo per obbligo. Il coinvolgimento nella lavorazione di Mike Mignola, l’inventore del personaggio comparso per la prima volta in una pubblicazione nel 1993, poteva far pensare ad un esito differente.
Va detto che le premesse per questo remake, almeno leggendo i nomi del cast, potevano lasciare spazio all’ottimismo, e difatti gli attori sono forse l’unica nota davvero positiva del film. Dietro le corna accorciate, la lunga capigliatura nera e il colorito rosso di Anung Un Rama (questo il vero nome dell’eroe) si cela il volto di David Harbour, noto ai più per il ruolo dello sceriffo Hopper nella serie Netflix Stranger Things: il suo è un diavolo maggiormente simile a quello della carta stampata, allo stesso tempo con fattezze più umane, più orrendo e spigoloso rispetto alla versione impersonata da Ron Perlman nel 2004 e nel 2008. Harbour riesce a differenziarsi a sufficienza dal suo precedessore e a risultare discretamente calato nella parte, ma fallisce nell’attirarsi la simpatia degli spettatori. Milla Jovovich se la cava egregiamente nell’interpretare la malvagia Nimue, ed altrettanto bravo è l’esperto Ian McShane nei panni del proffesor Bruttenholm. I due aiutanti che affiancano “Red” invece non sono granché, e perdono nettamente il paragone con il team che affiancava Ron Perlman .

Il reboot di Hellboy dunque è una trasposizione dalla quale era lecito aspettarsi qualcosa di più. Regista, cast e materiale di partenza lasciavano intravedere spiragli per un ritorno memorabile che al contrario si sta rivelando alquanto deludente, sia in termini di pubblico che di critica. La voglia di strafare, insistendo eccessivamente su un approccio molto cupo e con azione violenta non ha pagato, anche se non tutto è da buttare. Ad oggi è complicato capire se ci sarà o meno un sequel, di cui onestamente non sembra esserci un grande bisogno. Magari qualcuno si chiederà pure se era davvero così necessario riproporre adesso un riavvio del franchise. Guardando il cinecomic di Marshall la risposta, purtroppo, è quasi scontata.

Shazam! – Recensione

Trascorso il periodo nel quale alcuni dei suoi più grandi progetti (Batman V Superman e Justice League, giusto per non fare nomi) non avevano ottenuto il successo sperato, mentre altri che sulla carta partivano decisamente meno favoriti, tipo Wonder Woman e Aquaman, hanno riscosso un buon successo di pubblico e critica, la DC si stacca-per adesso-dal gruppo storico dei membri della Justice League of America per proporre un lungometraggio dedicato ad un supereroe non conosciutissimo ma dal potenziale molto interessante: Shazam. La parola a molti potrebbe ricordare solamente la celebre applicazione per smartphone capace di riconoscere qualsiasi canzone, ed invece stiamo parlando di un personaggio creato nel lontano 1939 e che all’inizio si chiamava, guarda caso, Captain Marvel, ma che nel 1972 in seguito ad una controversia legale contro l’omonima casa editrice di fumetti fondata da Stan Lee è stato costretto a cambiare il suo nome in Shazam. Portare sul grande schermo le gesta di un eroe che non è altro che un adolescente in grado di tramutarsi in una sorta di superuomo non appena pronuncia “Shazam!” poteva sembrare una sfida azzardata in un momento abbastanza delicato per la DC Films, e il rischio di andare incontro ad un flop simile a Lanterna Verde (2011) era dietro l’angolo. Stavolta invece bisogna dare atto che il risultato finale è ampiamente apprezzabile. Questo settimo film del DC Extended Universe è una commedia divertente mascherata da cinecomic che ha il merito di non prendersi mai troppo sul serio. Il coraggio di provare uno stile differente dalle realizzazioni precedenti e da quello dei rivali dei Marvel Studios si è rivelato vincente.

La trama:

Billy Batsom è un irrequieto orfano di 14 anni che continua a scappare dalle famiglie affidatarie e a cercare di trovare sua mamma. In seguito all’ennesima fuga dai genitori adottivi viene portato in una casa famiglia gestita da una giovane coppia. Lì Billy fatica a legare con gli altri ragazzi ma fa amicizia con Freddy, un suo coetaneo disabile. Quando Freddy viene preso di mira da due bulli della scuola Billy corre in sua difesa, li mette al tappeto e si dà alla fuga in metropolitana per evitare la vendetta dei due. Ad un certo punto però la metro in cui si trova viene teletrasportata in un altro mondo, dove fa la conoscenza del vecchio mago Shazam. L’anziano mago vuole trasmettergli i suoi poteri perché un certo Thaddeus Silvana, che decenni prima era stato scelto come Batsom per ereditare la magia salvo poi dimostrarsi indegno, ha liberato sulla terra sette forze del male corrispondenti ai sette peccati capitali, e il mago non ha la forza per fermarlo. Billy, vinta un’iniziale diffidenza, si convince a pronunciare il giuramento che gli consente di trasformarsi in un supereroe adulto dotato di poteri incredibili pronunciando soltanto la parola “Shazam”. Tornato alla solita vita di quattordicenne il ragazzo sfrutta i suoi doni in maniera superficiale badando soltanto a divertirsi e al suo tornaconto personale. Nel frattempo il malvagio Dr. Silvana è intenzionato a mettere in atto i suoi piani di distruzione, e Billy dovrà imparare presto a controllare le sue abilità dentro il corpo di un super trentenne e a diventare un vero eroe.

Recensione:

Il segreto della riuscita di questo nuovo titolo targato DC sta nel voler imprimere una ventata di comicità spensierata che mira prima di tutto a far divertire mettendo da parte la componente violenta e drammatica. In diversi momenti sembra quasi di assistere ad una delle tante pellicole degli anni ’90 e duemila incentrate sul passaggio dall’adolescenza alla vita adulta, sulle difficoltà di assumersi le proprie responsabilità e l’importanza della famiglia. I temi principali sono appunto questi e vengono proposti con una buona dose di humour che risulta essere il vero punto di forza dell’intera vicenda.

Un’altra nota positiva è l’attore protagonista. Zachary Levi, che in passato si era già cimentato con i cinecomic interpretando uno dei guerrieri amici di Thor nel secondo e terzo capitolo dei Marvel Studios dedicati al Dio del Tuono, qui è perfetto nel dare volto ad un trentenne dentro al quale si cela un ragazzo che non ha nessuna di voglia di usare responsabilmente i suoi poteri. Il suo Billy Batsom, potenziato e rivestito da un tipico costume eroico con tanto di fulmine sul petto e mantello bianco, attira da subito il favore dello spettatore grazie a delle gag esilaranti e ad alcuni siparietti comici che mantengono vivo l’intrattenimento evitando le esagerazioni e l’irriverenza alla Deadpool. Il ruolo dell’antagonista è affidato a Mark Strong, un caratterista che ormai sarebbe capace di interpretare qualsiasi villain con il pilota automatico. Il cattivo con cui si cimenta stavolta l’esperto attore non ha nulla di particolarmente affascinante o di diverso rispetto a quelli apparsi nell’ultimo periodo, tuttavia riesce ad essere un nemico azzeccatissimo per fare da contraltare al super umano a cui presta il volto Zachary Levi. Il regista svedese David F. Sandberg, reduce da due horror di successo, si adatta egregiamente al genere e fa intravedere la sua predisposizione a suscitare paura e terrore in alcune scene in apertura e in chiusura della pellicola. La durata è forse eccessiva, visto che supera di qualche minuto le due ore, ma fortunatamente il ritmo della narrazione non ne risente più di tanto.

Shazam! si impone dunque come una spassosa parodia del tradizionale racconto sull’eroe; è distante dai canoni delle recenti trasposizioni dei fumetti Marvel e DC ed è proprio per questo che merita di essere apprezzato. Nonostante non sia destinato a venire ricordato come il miglior cinefumetto del 2019 o a fare record di incassi, resta comunque un validissimo prodotto capace di attirarsi le simpatie degli spettatori di tutte le età.

Captain Marvel – Recensione

Più in alto. Più lontano. Più veloce”

Se si chiede ad un fan della Marvel, ma probabilmente anche ad un appassionato qualsiasi di cinema e fumetti, quale sia il film del 2019 che attende di più la risposta sarà inevitabilmente Avengers: Endgame. La data fissata sul calendario è quella del 23 aprile, quando si chiuderà definitivamente un ciclo cominciato oltre dieci anni fa e destinato a rimanere qualcosa di straordinariamente unico. Tuttavia, prima di immergerci nelle atmosfere desolanti e catastrofiche dell’epilogo della saga degli eroi più potenti della terra, i Marvel Studios hanno deciso di inserire nel già ricchissimo catalogo di supereroi una new-entry femminile e di presentarcela con uno stand-alone interamente dedicato a lei. Ecco quindi che un mese e mezzo prima del quarto Avengers approda sul grande schermo Captain Marvel, primo cinecomic della Casa delle Idee con protagonista assoluta una donna. Questo ventunesimo titolo ambientato nel Marvel Cinematic Universe ci porta indietro alla metà degli anni ’90 e ci mostra le origini di una superdonna dai poteri incredibili. Siamo di fronte ad un’altra scommessa vinta dalla Marvel, abilissima anche questa volta a mettere a punto un eccellente lungometraggio che intrattiene e diverte il pubblico dal primo all’ultimo minuto.

Trama

Nel 1995 Carol Danvers è una pilota di caccia che è stata accolta pochi anni prima ad Hala, capitale dell’impero della razza aliena Kree. Carol si è integrata in breve tempo all’interno di questa civiltà extraterrestre tanto da diventare una delle più valide combattenti della Starforce, il reparto di guerrieri intergalattici dei Kree guidati dal severo leader Yonn-Rogg, che le fa anche da mentore. La ragazza ha smarrito quasi ogni ricordo della sua esistenza sulla Terra prima di entrare a far parte dell’esercito alieno; possiede in compenso dei poteri straordinari che ancora non riesce a controllare del tutto. I Kree sono da tempo in guerra con gli Skrull, una razza di mutaforme alieni. Durante una missione per salvare un infiltrato, Carol viene rapita dagli Skrull e portata su una loro nave, dove il loro capo Talos riesce a penetrare nei suoi ricordi. Dopo uno scontro sulla nave precipita insieme ad altri Skrull sulla Terra. Qui Carol Danvers si metterà alla caccia dei nemici che si trovano insieme a lei nel suo pianeta d’origine. Un inaspettato aiuto le arriverà da Nick Fury, che a metà anni ’90 è ancora un semplice agente dello S.H.I.E.L.D in cerca di una causa per cui lottare. L’ex pilota, accompagnata da Fury e da un gatto apparentemente innocuo, inizierà un percorso che la porterà finalmente a scoprire il suo passato e a cercare di porre fine una volta per tutte al conflitto tra le due civiltà extraterrestri.

Recensione:

Con Captain Marvel si aggiunge un altro tassello all’Universo Cinematografico iniziato nel 2008 con il primo Iron Man. Si tratta però di un cinecomic diverso dai precedenti per due motivi essenziali: la protagonista e l’ambientazione. La Carol Danvers al centro della vicenda, pur non essendo tra gli eroi femminili di spicco degli albi a fumetti, riesce a fare breccia subito negli spettatori grazie alla sua sfrontata determinazione, al suo intrepido coraggio e ad una spigliatezza senza filtri. La scelta di affidare questo ruolo al premio Oscar Brie Larson, che lo ha accettato dopo aver esitato a lungo, è stata indubbiamente una felice intuizione: l’attrice, già abituata a recitare in pellicole d’azione, indossa la tuta di Captain Marvel con estrema disinvoltura e fa trasparire un totale coinvolgimento nell’interpretazione della fortissima guerriera. Il coprotagonista che la affianca, un Samuel L. Jackson ringiovanito in maniera impeccabile grazie agli effetti visivi, si ritaglia uno spazio considerevole nella seconda parte della storia, e per chi ha avuto modo di vedere il suo Nick Fury apparso in altri dieci lungometraggi targati Marvel si stupirà di trovarsi davanti ad un uomo assai diverso dallo scorbutico fondatore dei Vendicatori.

Ad impreziosire l’intero film contribuiscono altri attori di primissimo livello come Annette Bening, Ben Mendelsohn e un Jude Law efficace come al solito.

Il contesto in cui ha luogo questa prima avventura del Capitano Danvers è un elemento imprescindibile per l’ottima riuscita di questa ventunesima trasposizione dei Marvel Studios. Il 1995 viene ricreato in maniera veramente apprezzabile; non mancano molteplici citazioni alla cultura pop ed ai successi cinematografici dell’epoca (impossibile da non notare il rimando alla corsa degli sgusci che di sicuro non sfuggirà ai fan di Star Wars). L’arrivo di “Vers”-questo è il nome da battaglia di Brie Larson prima di diventare Captain Marvel- sul pianeta terrestre che avviene con quest’ultima che frantuma il tetto di un negozio della catena Blockbuster fa capire il coefficiente nostalgico presente nei 120 minuti di durata. Il prologo e l’epilogo del racconto si svolgono invece nello spazio, dove le sequenze e le scenografie ricordano palesemente quelle dei due capitoli di Guardiani della Galassia.

Bisogna dunque riconoscere che il debutto dell’affascinante Capitano spaziale funziona egregiamente. Il merito è anche della coppia di registi (coppia nel vero senso del termine, dato che i due sono marito e moglie) Anna Boden e Ryan Fleck, che riescono a dirigere una origin story evitando di appesantire la narrazione con l’ennesima rappresentazione del percorso dell’eroe che da persona normale diventa super. A voler trovare qualche difetto si potrebbe evidenziare uno scontro finale un po’ troppo confusionario e un umorismo in alcuni momenti un tantino esagerato. Si tratta in ogni caso di un ulteriore passo in avanti di Kevin Feige & co., che spianano la strada per altre produzioni incentrate su figure femminili e si avviano a chiudere la cosiddetta Fase Tre facendo esordire una bionda metà umana e metà aliena che-c’è da giurarci-avrà un ruolo chiave nella resa dei conti contro Thanos in Endgame.

P.S.: Da quando se n’è andato ogni cameo del buon vecchio Stan Lee va apprezzato il doppio ed è come se con questi avesse voluto lasciarci una serie di ultimi regali postumi che ci accompagneranno fino a Spider-Man – Far from home, in uscita a luglio. Quello presente qui è meno ironico del solito ma sicuramente più significativo.

Infine, una delle due immancabili scene post-credits ci offre un’interessante anteprima ambientato dopo i fatti di Infinity War...un motivo in più, se mai ce ne fosse bisogno, per non alzarsi dalla sala appena iniziano i titoli di coda!

Venom – Recensione

Trascorsi pochi giorni dall’inizio dell’autunno, verso la fine di un 2018 che ha visto trionfare ai botteghini cinecomic di assoluto valore come il sorprendente Black Panther e l’indimenticabile Avengers: Infinity War, è uscita nelle sale una delle trasposizioni più attese dell’anno: il letale simbionte alieno della Marvel, meglio conosciuto come Venom, arriva nei cinema italiani con tutta la sua ferocia e potenza. Dopo un’apparizione da comprimario che si era attirata numerosissime critiche in Spider-Man 3 (2007), il nemico dell’Arrampicamuri questa volta si ritaglia un ruolo da protagonista indiscusso in una produzione che si prefissa lo scopo di rilanciare definitivamente un villain che da sempre affascina i fan della Casa delle Idee.

La notizia che sarebbe toccato a niente di meno che a Tom Hardy il compito di impersonare il celebre antagonista dava il diritto di aspettarsi, se non qualcosa di sensazionale, quantomeno un adattamento degno di essere ricordato. Peccato che il risultato finale lasci un po’ di amaro in bocca, dal momento che ci si trova davanti ad un prodotto sicuramente godibile ma da cui non emerge nulla di innovativo o di davvero coraggioso. Viene quasi da ipotizzare che senza la presenza di un bravissimo attore come Hardy Venom sarebbe sprofondato in una totale mediocrità.

La trama

Eddie Brock è un intraprendente giornalista investigativo con una sfrontatezza eccessiva che ha finito per comprometterne la carriera. Il magnate Carlton Drake, a capo della Life Foundation, entra in possesso di alcuni simbionti alieni arrivati sulla terra per aver contaminato un organismo umano durante una missione spaziale. Drake, ossessionato da una possibile integrazione degli stessi con l’essere umano, effettua dei test su alcune cavie che però muoiono all’istante. Eddie prova a far luce su queste morti e a causa della sua intromissione perde il lavoro e la fidanzata. Ormai scoraggiato, gli si presenta all’improvviso l’opportunità di infiltrarsi di nascosto nei laboratori. Al suo interno Brock viene contagiato dal parassita, che contrariamente alle previsioni si innesta immediatamente dentro di lui. Inizialmente spaventato, il giornalista tenta di liberarsene, ma scoprirà presto un’inaspettata sintonia con Venom, che sembra avere un’aggressività fuori dal comune difficile da tenere a bada.

Recensione

Considerate le caratteristiche del personaggio in questione e dando uno sguardo alle sue vicende nei fumetti, c’era da auspicarsi un cinecomic che mostrasse le gesta del simbionte umanizzato senza alcun tipo di filtro o censura. Un fantasy dalle forti tinte horror sarebbe stato il format migliore per offrire al pubblico una fedele riproposizione del super cattivo, e il primo trailer rilasciato dalla Sony faceva ben sperare in tal senso. La realtà però si mostra abbastanza diversa, dato che ci viene presentato un film con i pregi e i difetti tipici di tante produzioni dello stesso genere. La prima parte ad esempio stenta a decollare, essendo troppo incentrata nel farci assistere alla vita di Brock-Hardy antecedente al suo incontro con la creatura aliena e ad illustrare i presupposti per la genesi di Venom. Per quanto non ci siano minuti di noia assoluta, aspettare quasi un’ora prima di poter ammirare l’irrefrenabile reporter entrare in piena simbiosi con l’entità venuta dallo spazio non aiuta lo spettatore a farsi trascinare da quello che sta guardando. Un’ulteriore nota dolente proviene dagli altri membri del cast, tra i quali non se ne trova uno degno di nota; ciò è dovuto probabilmente ad una scelta di casting che ha puntato tutto sull’interprete principale, tralasciando tuttavia il resto. La stessa Michelle Williams, attrice capace di dar vita in passato a ruoli memorabili, qui non dà certo il meglio di sé. A spiccare in negativo è indubbiamente il malvagio di turno, totalmente privo di carisma e di qualsivoglia fascino. Ciò lo si nota soprattutto verso la conclusione, quando si arriva ad uno scontro finale caotico e prevedibile. La regia di Ruben Fleischer risulta nel complesso anonima, senza grandi trovate né gravi lacune.

La pellicola regala delle buone sequenze in una seconda parte dove emerge in maniera piuttosto efficace il rapporto-che all’inizio è estremamente conflittuale ma va pian piano trasformandosi in un’interdipendenza reciproca -tra Eddie e la sua controparte. La “coabitazione” tra i due comporta dei momenti di pura comicità, alcuni ben riusciti, altri meno. Gli effetti speciali si fanno apprezzare, in special modo quando l’unione tra umano e l’oscuro organismo senziente dà forma all’antieroe cannibale: le sue sembianze sono convincenti quanto basta da far impallidire la versione apparsa nella trilogia di Raimi. Il vero punto di forza resta comunque la performance di Hardy, capace di cucirsi addosso il ruolo e di interpretarlo con incredibile naturalezza. D’altronde, per uno che una manciata di anni fa ha dato prova del suo straordinario talento calandosi nei panni di Bane in The Dark Knight Rises (2012), stavolta per lui sarà stato un gioco da ragazzi tornare a cimentarsi con un altro villain proveniente dal mondo dei comics.

Conclusioni

Anche se Venom riscuoterà un eccellente risultato al botteghino, si ha la sensazione che per certi versi non si sia osato quanto era necessario per una sua completa riuscita. Scommettere su un taglio ancora più cruento (con buona pace della censura), rendendo l’alter ego di Eddie Brock un autentico villain-e non un soggetto che combatte il male a sua volta-avrebbe potuto lasciare un segno indelebile nella filmografia fumettistica. Recenti dichiarazioni rilasciate da Hardy che fanno riferimento ad un taglio notevole di materiale girato in post produzione (con ogni probabilità scene violente) non fanno che aumentare l’amaro in bocca.
Da quanto emerge dall’ormai immancabile sequenza dopo i titoli di coda il sentiero per il pressoché scontato sequel pare già tracciato. Nonostante ciò, sarebbe veramente interessante vedere, un giorno, il confronto tra questo Venom e lo Spider-Man di Tom Holland. Per ora si tratta soltanto di un’ipotesi suggestiva, ma in futuro mai dire mai!

Ant-Man and the Wasp – Recensione

Nelle estati degli ultimi anni, che come si sa sono tradizionalmente povere di titoli di grande attrattiva, i Marvel Studios corrono puntualmente in soccorso del loro pubblico proponendo dei cinecomic dal tono quasi sempre leggero e spensierato (sapendo benissimo che le storie ricche di pathos e drammaticità si concilierebbero a fatica con il clima estivo). Se a luglio dell’anno scorso era toccato allo scoppiettante Spider-Man: Homecoming allietare i fan dei supereroi nel bel mezzo dell’estate, quest’anno l’attesa è stata più lunga, ma le tempistiche della distribuzione italiana ogni tanto possono riservare qualche spiacevole sorpresa. Uscito il 6 luglio negli USA, ora approda finalmente anche nel nostro Paese il sequel dedicato al più-relativamente-piccolo supereroe del pianeta Marvel, l’Uomo Formica Ant-Man. Siamo davanti ad un personaggio non certo famoso come altri Avengers, ma il cui debutto sul grande schermo nel 2015 aveva raccolto un consenso per certi versi inaspettato. Questo secondo capitolo ricalca le orme del primo sviluppando meglio alcuni aspetti e mettendo in scena una storia impreziosita da un cast stellare e da un umorismo ben dosato.

La trama

Sono passati quasi tre anni dagli eventi narrati in Civil War (2016), cioè da quando Scott Lang, alias Ant-Man, era andato in soccorso di Captain America a Lipsia nello scontro con Iron Man & co. Ora Scott è agli arresti domiciliari per aver violato gli Accordi di Sokovia, è costretto a vedere sua figlia solo nel weekend e ha chiuso del tutto i rapporti con il dottor Hank Pym e con sua figlia Hope, che non gli hanno perdonato la scelta di schierarsi con Cap che aveva comportato il suo arresto e aveva fatto diventare loro due dei ricercati dall’FBI. Proprio quando sta per terminare di scontare la sua pena, Scott fa uno strano sogno durante il quale sembra stabilire un contatto con Janet, la mamma di Hope intrappolata da trent’anni nel mondo quantico subatomico in seguito ad una missione a cui aveva preso parte con suo marito e nella quale era stata costretta a sacrificarsi per evitare un disastro nucleare. Dopo aver scoperto che Janet è ancora viva, Hank e sua figlia tornano a lavorare con Scott per cercare di farla tornare dal regno del Quantum. A mettergli i bastoni tra le ruote ci penseranno Ghost, una misteriosa donna col potere di attraversare la materia e l’uomo d’affari Sonny Burch, entrambi determinati ad impossessarsi della ricerca messa a punto dal dottor Pym per riavere sua moglie. Ma stavolta ad aiutare Ant-Man ci penserà la stessa Janet, che con addosso il costume di Wasp progettato dal padre si rivelerà un’alleata di vitale importanza.

Recensione

La “Guerra Infinita” che ha fatto capolino a fine maggio rappresenta, da un punto di vista prevalentemente narrativo, uno spartiacque per gli eroi dell’Universo Marvel dal quale non sarà possibile tornare indietro. Prima però di capire che direzione prenderà il nuovo corso-e magari chi ne farà parte-il sequel di Ant-Man (2015) offre una ventata di leggerezza e divertimento che dimostra un’altra volta l’assoluta abilità dei Marvel Studios di passare con estrema facilità da un kolossal bellico-fantascientifico come Infinity War ad una produzione di puro intrattenimento per tutte le età come questa seconda avventura che vede il ritorno dell’Uomo Formica e dei suoi amici. Nonostante si possano notare svariate somiglianze con il primo capitolo, è chiaro che il regista Peyton Reed ha voluto tentare di compiere un passo in avanti rispetto al suo precedente lavoro: senza rinunciare a degli ottimi effetti speciali, ha deciso di puntare su un’azione maggiormente corale e abbastanza diversa da quella viste nei cinecomics degli ultimi mesi. Manca innanzitutto un villain vero e proprio, in quanto gli antagonisti presenti o vengono mostrati in una prospettiva decisamente umana o non appaiono comunque in grado di compiere azioni estreme o catastrofiche. Ciò contribuisce a dare alla storia un tono meno epico ma senza dubbio più leggero che si adatta benissimo alle caratteristiche dei protagonisti. Il ladruncolo cialtrone ritrovatosi quasi per caso a diventare un eroe capace di ingrandirsi e rimpicciolirsi a suo piacimento interpretato dal convincente Paul Rudd-che anche in questa occasione ha collaborato alla stesura della sceneggiatura-ritorna con tutti i punti di forza che ne avevano decretato il successo tre anni fa; a sorprendere positivamente è l’altro insetto del titolo della pellicola, la Wasp con il volto dell’affascinante Evangeline Lilly. Già il suo ruolo nel film che aveva presentato Ant-Man al pubblico aveva fatto intuire le sue grandi potenzialità come spalla di Scott Lang, ed ora il definitivo debutto in costume di vespa lo conferma in pieno. L’inedita coppia di super insetti mostra da subito un’eccellente alchimia, dalla quale però ne esce nettamente rafforzata la parte femminile. Se proprio si vuole trovare un difetto a questo nuovo cinefumetto è la scarsa rilevanza che finisce per assumere il personaggio principale man mano che passano i minuti. Merito indubbiamente di una brava interprete e di un maggiore spazio lasciato al gioco di squadra, anche se a tratti pare che il coprotagonista sia Scott, e non Janet.

Inutile dire che i due mostri sacri presenti nel cast brillano di luce propria ogni qual volta vengono inquadrati. Non tutte le produzioni possono vantare l’accoppiata Michael Douglas e Michelle Pfeiffer, e qui i loro ruoli rubano letteralmente la scena.

Il ventesimo lungometraggio del Marvel Cinematic Universe è un brillante insieme di azione e risate pensato non soltanto per gli appassionati del genere, un ideale passatempo per godersi un paio d’ore cariche di adrenalina e dell’inconfondibile humour della Casa delle Idee fondata da Stan Lee.

PS: Va da sé che la vicenda è ambientata prima degli eventi sconvolgenti che si sono susseguiti al recente arrivo di Thanos. Se siete ansiosi di capire cosa è successo a Scott durante lo scontro tra gli Anvengers ed il Titano vi basterà non scappare via appena inizieranno i titoli di coda!!

Jurassic World-Il regno distrutto – Recensione

“Erano qui prima di noi e se non stiamo attenti…saranno qui anche dopo!”

Poco prima che arrivi un’estate durante la quale, come al solito, l’offerta cinematografica calerà drasticamente, i celebri dinosauri portati per la prima volta sul grande schermo dall’incredibile ingegno di Steven Spielberg nell’ormai lontano 1993 tornano a terrorizzare ed affascinare le platee di tutto il mondo nel secondo capitolo della nuova saga dedicata agli animali del Giurassico. Jurassic World- Il regno distrutto prosegue la storia dell’episodio precedente e trascina i protagonisti in un’avventura rocambolesca e ricca di adrenalina. A ben guardare però Il regno distrutto non presenta nulla di particolarmente innovativo o diverso dalle altre produzioni del franchise: il coinvolgimento è assicurato ma nel vederlo si ha l’impressione che, pur trattandosi di un prodotto ben confezionato, non riesca ad emozionare come ci si poteva aspettare e probabilmente non concorrerà per essere classificato tra i più memorabili della serie.

 

La trama

Sono passati tre anni dai disastrosi eventi che hanno portato alla chiusura del parco Jurassic World. Da allora i dinosauri hanno vissuto liberamente ad Isla Nublar, ma la lava vulcanica che sta per sprigionare l’imminente eruzione del monte Sibo minaccia di sommergere l’isola e di porre fine alla loro esistenza. Il governo è incerto se darsi da fare per garantire la sopravvivenza delle magnifiche creature superstiti o lasciare che il cataclisma che sta per abbattersi sull’isola le uccida una dopo l’altra. L’ex manager del parco Claire Dearing, che nel frattempo ha fondato e dirige il Dinosaur Protection Group, viene contattata dal magnate Benjamin Lockwood, un tempo socio del fondatore del primo Jurassic Park, che ha un piano per portare in salvo i dinosauri. Claire allora chiede aiuto per questa missione di salvataggio ad Owen Grady, l’ex addestratore di velociraptor del parco di Isla Nublar. Owen accetta spinto soprattutto dall’idea di poter ritrovare Blue, il raptor dalla straordinaria intelligenza con il quale aveva instaurato un legame speciale. Ma degli uomini d’affari senza scrupoli hanno un piano segreto per i rettili superstiti, e ben presto la missione di Claire ed Owen diventerà una lotta disperata per salvare la vita degli animali che rischiano l’estinzione e anche la loro!

Recensione

Nel 2015 Colin Trevorrow aveva riportato in auge l’universo dei dinosauri con Jurassic World, proponendo un rilancio della saga con un’avventura che ricalcava sotto diversi aspetti-ed innumerevoli citazioni-l’originale di Spielberg, ottenendo un eccellente riscontro al botteghino. Con questo secondo atto invece, il regista spagnolo J. A. Bayona tenta di alzare il tiro mettendo in scena una storia ancora più estrema della precedente. L’azione parte praticamente subito e prosegue senza sosta fino ai minuti conclusivi. Non è soltanto la componente action ad essere incrementata, dal momento che pure gli imponenti rettili subiscono un upgrade significativo: ne Il regno distrutto si potrà ammirare il minaccioso carnotauro, anche se a far saltare gli spettatori dalla sedia ci penserà l’Indoraptor, una specie creata artificialmente dall’incrocio tra Indominus Rex e Velociraptor. Stando a queste considerazioni sarebbe lecito immaginarsi un sequel pressoché perfetto, mentre invece non è esattamente così. Se la spettacolarità è senza dubbio apprezzabile, non altrettanto si può dire della vicenda e dei personaggi principali. La trama è infatti piuttosto prevedibile e per nulla originale, tanto che quelli che dovrebbero essere dei colpi di scena o sono ampiamente anticipabili o vengono liquidati troppo rapidamente. I due protagonisti poi non sono di grande aiuto: la coppia Chris PrattBryce Dallas Howard non brilla di certo per originalità o alchimia, anzi. E come se non bastasse le due giovani reclute che li aiutano nella loro impresa non fanno che peggiorare la situazione, grazie ad una recitazione monocorde e a delle battute umoristiche poco efficaci. Spostando lo sguardo al cast di comprimari si nota un sensibile miglioramento. Seppure in ruoli minori, James Cromwell, Geraldine Chaplin e Toby Jones regalano interpretazioni degne di nota. Lo stesso discorso vale per Jeff Goldblum, il cui acclamato ritorno tuttavia si limita ad un breve cameo che apre e chiude la pellicola. Il registra sembra in fin dei conti voler dare maggiore spazio agli animali che agli esseri umani, però quando questi ultimi vengono chiamati in causa il film mostre tutte le sue fragilità. A Bayona va riconosciuto il merito di aver collocato, nella seconda parte del blockbuster, il confronto dinosauro-uomo in un’ambientazione insolita e a tratti suggestiva. Nonostante questa scelta azzeccata, le sequenze in questione rimangono nel solco di quelle già presenti negli altri episodi giurassici, senza che mai si provi ad osare qualcosa di davvero audace.

Conclusioni

Jurassic World-Il regno distrutto incontrerà certamente il favore del vasto pubblico appassionato al franchise avviato-e non ancora abbandonato, visto che il suo nome compare tra i produttori esecutivi-da quel genio di Steven Spielberg venticinque anni fa. Ma a guardarlo attentamente si fatica a scorgere qualcosa che lo contraddistingua dai capitoli che lo precedono. Il gioco al rialzo di creare ogni volta dinosauri sempre più terrificanti funziona fino ad un certo punto dato che le produzioni hollywoodiane degli ultimi anni hanno finito per assuefare gli spettatori alla presenza di enormi creature che spesso vogliono far riflettere sul rapporto conflittuale uomo/natura o uomo/scienza (basti pensare a Kong: Skull Island o al recente Rampage- Furia animale).
Il finale de Il regno distrutto crea dei presupposti intriganti per un ulteriore seguito che nelle mani giusti potrebbe offrire uno scenario inedito ed emozionante. C’è quindi l’ipotesi che questo secondo Jurassic World possa essere l’intermezzo di una nuova trilogia che crea le basi per un terzo atto coi fiocchi. Speriamo che sia così.

Deadpool 2 – Recensione

A distanza di appena due anni dal primo capitolo, in una primavera che gli appassionati di fumetti difficilmente dimenticheranno, fa ritorno in grande stile l’antieroe più irriverente e scorretto mai apparso nell’universo Marvel: Deadpool torna in sala con un nuovo elettrizzante sequel che garantisce azione sfrenata e assoluto divertimento. Il mercenario col costume rosso e nero si colloca molto distante dalle recenti trasposizioni di personaggi provenienti dalla Casa delle Idee fondata da Stan Lee: niente toni dark ed introspettivi alla Logan, nessuna minaccia alla sopravvivenza del pianeta in stile Avengers e sopratutto nessun cliché che ci si possa aspettare da un film dedicato ad un supereroe. Ma è proprio il suo essere spregiudicatamente fuori da tutti gli schemi che ha sancito l’enorme successo ottenuto al suo debutto nel 2016; successo che è destinato ad essere bissato con questo secondo atto delle avventure di Deadpool, che contribuisce a rendere questa prima parte del 2018 un eccellente susseguirsi di cinecomic di alto livello.

La trama

È passato circa un anno da quando Wade Wilson si è preso la sua vendetta nei confronti dell’uomo che gli aveva dato i poteri, dopo averlo però torturato e sfigurato senza pietà. Ora tutto sembra andare per il meglio nella sua vita che trascorre alternando missioni da sicario in ogni angolo del mondo con addosso la maschera del suo alter ego interrotte da piacevoli momenti di svago insieme alla sua fidanzata Vanessa. La felicità tuttavia non è destinata a durare a lungo, e Deadpool si renderà presto conto a sue spese che chi indossa un costume ha anche tanto da perdere. Mentre tenterà ancora una volta di diventare un membro degli X-Men sarà costretto a vedersela con Cable, un super soldato venuto dal futuro per eliminare un giovane mutante che fatica a controllare la sua rabbia. Ma Wade non dovrà affrontarlo da solo. Ad aiutarlo infatti ci saranno infatti i membri della cosiddetta X-Force, un improbabile gruppo di pseudo eroi più bravi a creare problemi che a risolverli. I combattimenti e le gag comiche possono avere inizio.

Recensione

Questo secondo capitolo dedicato al mutante più dissacrante della Marvel riprende quegli ingredienti che ne avevano sancito il boom di incassi al suo esordio, riuscendo a compiere perfino un ulteriore salto di qualità. La spregiudicatezza di tenere per quasi due ore al centro della scena un personaggio che spara ininterrottamente sberleffi e volgarità rivolti a chiunque (non viene risparmiato davvero nessuno, nemmeno David Beckham e Batman) risulta nuovamente vincente. Buona parte del merito va al lavoro svolto da Ryan Reynolds, sempre più bravo a trasmettere l’energica passione con la quale si cala nei panni del logorroico killer mascherato. A differenza della prima pellicola, stavolta l’attore ha contribuito sia alla stesura della sceneggiatura sia alla scelta del casting, dimostrando-qualora non fosse già palese-il suo totale coinvolgimento nel progetto. Ne viene fuori un sequel divertente dal primo all’ultimo minuto, in cui vediamo Deadpool provare a diventare un vero eroe, mosso non dalla sete di vendetta ma dalla voglia di fare la cosa giusta. La galleria dei comprimari che lo affiancano nella sua folle missione si arricchisce con delle new entry che ci metteranno poco ad attirare la simpatia degli spettatori, una su tutti la prorompente Domino interpretata da Zazie Beetz. Un altro elemento che dà un contributo significativo ad alzare l’asticella rispetto all’episodio precedente è il villain. Il Cable a cui presta il volto Josh Brolin è il contraltare perfetto per l’antieroe chiacchierone: lotta per la salvezza della sua famiglia e non usa giri di parole. L’incontro/scontro tra i due sarà aspro e senza esclusione di colpi, ma saprà regalare pure delle battute memorabili. Dopo Avengers-Infinity War (2018), Brolin riesce ad impersonare un altro antagonista che lo fa entrare di diritto tra i migliori interpreti di cattivi presenti oggi.


Perfino il cambio di regia, avvenuto a causa di divergenze creative tra il direttore del primo lungometraggio e Reynolds, sembra giovare alla resa finale. L’ex stuntman David Leitch, regista degli ottimi John Wick (2014) ed Atomica Bionda (2017), dimostra di avere ormai una valida padronanza del genere mettendo a punto un mix riuscitissimo di adrenalina e risate. Le scene di azione al ritmo di dubstep ne sono la prova perfetta. La colonna sonora, come il film precedente, contiene numerose tracce che rimandano direttamente al rock-pop degli anni ’80. Su tutte merita un apprezzamento speciale il singolo di Céline Dion composto appositamente per i titoli di apertura (che sono un omaggio parodistico alle sequenze di apertura della saga di James Bond).

Conclusioni

La campagna pubblicitaria che ha preceduto l’uscita di Deadpool 2 è stata piena di brevi sketch, video e trovate promozionali geniali e assurde al tempo stesso. Veniva quasi spontaneo chiedersi se non si trattasse solo di tanto fumo dietro al quale si nascondeva una realizzazione mediocre. Per fortuna la risposta è categoricamente negativa. Il ritorno di Wade Wilson sul grande schermo è un rocambolesco action movie in grado di non annoiare per un singolo istante. Le rotture della quarta parete, i flashforward, i continui siparietti comici non fanno che aumentare l’intrattenimento. I presupposti perché la saga non si fermi qui ci sono tutti. Deadpool ha saputo vincere la sfida dell’esordio e si è superato con questo atteso seguito…il terzo capitolo per lui sarà un gioco da ragazzi!

PS: Ormai anche i meno esperti sanno che, quando ci si reca al cinema a vedere una produzione Marvel, non bisogna mai alzarsi dalla sedia durante i titoli di coda, dal momento che le scene post credits sono una felice costante. Evitando qualsiasi tipo di spoiler, vi basti sapere che quelle presenti in questo cinecomic sono di gran lunga le migliori degli ultimi anni…vedere per credere!!

Avengers: Infinity War – RECENSIONE

Ed infine ci siamo. Dopo dieci anni di dominio incontrastato, grazie ad un’incredibile capacità di rinnovarsi continuamente e di puntare sempre più in alto, il Marvel Cinematic Universe si appresta a chiudere un ciclo iniziato con Iron Man nel lontano 2008 portando sul grande schermo la “Guerra Infinita” tra tutti gli eroi finora comparsi ed il temibile Thanos. Si tratta della prima parte di una storia che vedrà il suo epilogo solo tra un anno, quando a maggio 2019 vedrà la luce il quarto capitolo dedicato ai Vendicatori che metterà la parola fine all’Universo Marvel per come lo conosciamo, e probabilmente getterà le basi per uno nuovo. Inifinity War è dunque un primo atto conclusivo destinato a lasciare un solco indelebile nelle vicende di tutti i personaggi coinvolti. Ciò che comunque conta di più è che il terzo lungometraggio dedicato ai difensori della Terra non delude le altissime aspettative, ed è esattamente come la maggior parte dei fan se lo aspettava: mozzafiato, sorprendente e ricco di colpi di scena.

La trama

Il potente Thanos è deciso a conquistare e sottomettere l’intero universo servendosi del potere delle sette Gemme dell’Infinito che, una volta riunite in un guanto in grado di imbrigliarne l’energia, rendono il suo possessore in grado di distruggere ogni pianeta con il minimo sforzo. Gli Avengers, ormai divisi da tempo e ognuno alle prese con i suoi problemi, si ritrovano ad affrontare questa improvvisa minaccia e cercano di impedire al titano di impossessarsi delle ultime Gemme, ma è una missione che potrebbe rivelarsi più complicata del previsto. Oltre alle new entry Black Panther e Doctor Strange si uniranno in questo disperato tentativo di salvare l’universo anche i Guardiani della Galassia, del cui gruppo fa parte Gamora, la figliastra dello stesso Thanos.

Recensione

La missione affidata ai fratelli Russo, che avevano raccolto il consenso unanime di pubblico e critica con i convincenti Captain America-The Winter Soldier (2014) e Captain America-Civil War (2016) era un azzardo senza precedenti. Riunire tutti i supereroi apparsi nei svariati cinecomic sfornati dalla Casa delle Idee in un unico, straordinario confronto con un nemico all’apparenza invincibile avrebbe fatto tremare chiunque. In realtà, considerato il buon esito della trasposizione della Guerra civile che aveva spaccato gli Avengers un paio di anni fa, la Marvel non avrebbe potuto compiere una scelta migliore, anche se questa volta il soggetto di partenza ha costretto il duo di registi a misurarsi con una sfida tutt’altro che semplice. Pur non rinunciando al loro inconfondibile tratto, caratterizzato da un approccio al mondo del fumetto attento a ritrarre i protagonisti con i loro dilemmi interiori e spesso alle prese con decisioni drastiche da prendere, i Russo provano a conciliare le diverse anime dei partecipanti a questa epica battaglia dando il giusto spazio pure ai comprimari ed inserendo dei momenti umoristici per stemperare la drammaticità di alcuni eventi. Stiamo parlando di oltre venti eroi che devono riuscire a coesistere in due ore abbondanti, vale a dire un mix letale che avrebbe potuto portare ad un’accozzaglia caotica e poco efficace. Al contrario, sotto l’attenta regia dei due fratelli che hanno decretato la fortuna della trilogia dedicata a Cap, quello che all’inizio poteva sembrare un potenziale pericolo si rivela un valore aggiunto della pellicola. Va da sé che certe componenti del team allargato troveranno un maggiore spazio rispetto ad altre-oltre ai membri “storici” e ai Guardiani il Doctor Strange di Benedict Cumberbatch si ritaglia uno spazio di assoluto rilievo-, ma non avrebbe potuto essere altrimenti.

Verrebbe quindi da supporre che il punto di forza di Infinity War risieda nell’equilibrio con cui l’azione viene distribuita tra gli eroici guerrieri, tuttavia non è propriamente così. Il vero pregio di quest’ultimo capitolo è il villain, un autentico catalizzatore in ogni singola sequenza. Tra le principali critiche che si potevano muovere ad alcune recenti produzioni dei Marvel Studios vi era talvolta il cattivo di turno, accusato di essere troppo approssimativo o privo di fascino. Con Thanos un simile rischio viene spazzato via, e lo si intuisce facilmente fin dalla sua apparizione nei minuti iniziali. Siamo di fronte ad un’entità malvagia con una complessità psicologica raramente vista in una storia tratta dai fumetti. Il titano, la cui presenza minacciosa aleggiava-seppure marginalmente-fin da Avengers (2012), si dimostra un avversario dalle molte sfaccettature, grazie alle quali più di uno spettatore non potrà evitare di esserne in qualche modo affascinato. Il merito va al talento di Josh Brolin che, pur pesantemente trasformato dagli effetti digitali, conferisce un carisma da brividi al suo personaggio.

Un ulteriore pregio del blockbuster diretto dai Russo Brothers è la notevole capacità di dare vita a 150 minuti di azione ininterrotta di ottima qualità. Le scene di azione si susseguono infatti con un ritmo che non lascia tregua dal primo all’ultimo minuto. Emerge inoltre la loro bravura di saper coordinare al meglio un cast stellare in forma smagliante. C’è il rischio che qualcuno possa vedere un personaggio al quale è affezionato messo in secondo piano rispetto ad altri, tuttavia l’enorme quantità di ruoli/attori imponeva di fare delle scelte del cui esito è però difficile lamentarsi.

Conclusioni

Aggiungere nuovi elementi relativi al film rischierebbe di rivelare (anche involontariamente o parzialmente) spoiler che ne rovinerebbero la visione al cinema. Tanto vale perciò limitarsi a dire che il finale farà sobbalzare dalla sedia più di qualcuno e aprirà numerosi interrogativi riguardanti il sequel che uscirà l’anno prossimo. Comunque sia, resta il fatto che Infinity War è la quintessenza delle produzioni Marvel, una sintesi perfetta di quanto realizzato finora e (la prima parte di) una conclusione monumentale di una saga straordinaria.