The Mandalorian – Recensione dei primi tre episodi

In un periodo difficile e complesso come quello che stiamo vivendo in questi giorni, dove la maggior parte di noi sono costretti a rimanere l’intera giornata tra le mura domestiche per evitare il propagarsi del contagio, diventa fondamentale più che mai trovare degli appigli che ci consentano di evadere dalla complicata realtà quotidiana che dobbiamo affrontare. Per uscirne a testa alta, desiderosi di riappropriarsi delle abitudini e delle azioni che al momento siamo impossibilitati a fare, è importante trascorrere questo periodo di isolamento cercando di passare il tempo in maniera-per quanto possibile-leggera e spensierata. A darci una grossa mano nel tentativo di alleggerire il clima pesante dell’attualità ci ha pensato Disney+, la piattaforma di streaming della Casa del Topo che da martedì 24 marzo è accessibile anche nel nostro paese (ad un prezzo, sia mensile che annuale, per il momento davvero competitivo).

Tra gli innumerevoli contenuti di assoluto interesse che vi si possono trovare all’interno, tra serie e grandi classici del passato, non mancano però nemmeno dei contenuti inediti progettati esclusivamente per il lancio del servizio. La maggior parte di questi, specialmente quelli provenienti dai Marvel Studios, arriveranno nei prossimi mesi, ma uno, forse il più atteso di tutti, è disponibile fin da adesso: si tratta ovviamente di The Mandalorian, la serie spinoff di Star Wars che è stata pensata appositamente per lanciare in pompa magna la nuova trovata disneyana, e di cui è già stata annunciata una seconda stagione. I più attenti potrebbero aver visto la prima puntata trasmessa in anteprima su Italia 1 domenica 22 poco prima di mezzanotte, moltissimi ne avranno sentito parlare a causa delle immagini di “Baby Yoda” che hanno invaso i social network ancora mesi fa, ma la serie è molto più di quello che potrebbe apparire ad un primo sguardo. La sorpresa parzialmente negativa che coglierà l’utente appena iscritto a Disney+ è che non troverà tutte le puntate della prima stagione pronte per essere guardate, magari con un bel binge watching: è stato purtroppo deciso di mettere a disposizione al debutto solo le prime due puntate, per poi caricare le successive sei con cadenza settimanale ogni venerdì. Per ora dunque si possono visionare soltanto tre capitoli, che tuttavia bastano e avanzano per farsi un’idea abbastanza definita su The Mandalorian. Eccovi una breve recensione, senza spoiler che ve ne rovinino la visione, dei primi tre episodi di un racconto che ci riporta in quella galassia lontana lontana che ormai da 40 anni è entrata nel nostro immaginario collettivo.

La trama:

Dopo il crollo dell’Impero e prima della nascita del Primo Ordine, nell’anno 9 ABY (dopo la battaglia di Yavin), nella galassia regna una situazione complessivamente tranquilla, ma dietro una calma apparente agiscono ancora dei malvagi senza scrupoli fedeli alle decadute istituzioni imperiali. In questo contesto si muove un cacciatore di taglie mandaloriano: è un misterioso guerriero solitario originario del pianeta Mandalore, il ché implica anche la sua appartenenza ad un rigoroso codice etico al quale deve sempre attenersi: una delle sue regole principali, ad esempio, è quella di non togliersi mai l’elmo metallico che indossa. “Mando” (così viene soprannominato dal leader della sua Gilda) è uno dei più bravi nel suo lavoro, che svolge in maniera impeccabile e senza porsi alcun dilemma morale. Cercando una taglia più remunerativa rispetto alle ultime che aveva raccolto, viene messo in contatto con un sinistro committente che gli affida un compito promettendogli un’eccellente remunerazione: dovrà individuare e consegnargli, possibilmente vivo, un soggetto di 50 anni. Non sapendo nient’altro se non l’età dell’obiettivo e la sua posizione, Mando accetta e parte per la sua nuova missione. Quando, superate diverse peripezie, si ritroverà davanti all’individuo in questione, scoprirà che l’incarico era più difficile del previsto, e sarà costretto a compiere delle scelte che rischieranno di cambiare radicalmente la sua vita.

Recensione:

La prima impressione, terminata la visione del terzo episodio, è che questo innovativo spinoff live action sia riuscito ad attingere al meglio dell’universo di Star Wars e che abbia tutte le carte in regola per soddisfare la gran parte degli appassionati del franchise, evitando le polemiche e le proteste che l’ultima trilogia cinematografica si è attirata. Sebbene la vicenda sia ambientata cronologicamente tra fine della prima e il principio dell’ultima trilogia-i fatti si svolgono infatti tra Il ritorno dello Jedi e Il risveglio della Forza-non è presente nessun personaggio già noto: il protagonista ricorda sotto parecchi aspetti il famoso Boba Fett, ma sia lui che ciascuno dei comprimari compaiono qui per la prima volta.

La storia ha svariati richiami alla tradizione dei western, da cui vengono estrapolati alcuni stilemi del genere per essere collocati efficacemente nel contesto fantascientifico della galassia inventata da George Lucas. Paesaggi desolati, cittadine degradate, mercenari spietati e creature minacciose sono una costante nell’arco dei primi 90 minuti suddivisi nelle tre parti finora distribuite. Oltre a ciò non mancano nemmeno quelle caratteristiche che hanno fatto la fortuna della saga stellare: umorismo ben dosato e mai esagerato, pianeti e ambientazioni suggestivi, citazioni e riferimenti agli episodi canonici, sequenze d’azione coinvolgenti e spettacolari.

All’ottima resa scenica danno un contributo essenziale gli effetti speciali, che rendono estremamente dettagliata e curata ogni singola inquadratura in un modo talmente sofisticato che è assai raro riscontrare in una produzione televisiva. Il merito di aver messo a punto un progetto così ben funzionante va senza dubbio all’ideatore che ha pure supervisionato ogni fase della lavorazione, cioè a Jon Favreau, che ha messo in campo tutta la sua competenza e maestria nell’uso delle tecniche digitali.

In un mondo popolato da droidi, alieni ed eroi corazzati dalla testa ai piedi può non essere semplice riconoscere gli attori chiamati a dare il volto-o in certi casi solo la voce-ai vari personaggi. Ciononostante, soffermandosi sui titoli di coda, si potranno individuare i nomi che concorrono a formare un cast superlativo: sotto l’armatura del mandaloriano si nasconde Pedro Pascal, che dopo Game of Thrones e Narcos interpreta qui un altro ruolo iconico che potrebbe consacrarlo definitivamente nel panorama hollywoodiano. In parti secondarie spiccano celebrità del calibro di Nick Nolte, Taika Waititi , e c’è spazio perfino per un cameo del celebre Werner Herzog.

Per quanto riguarda i capitoli successivi è lecito insomma aspettarsi un proseguimento degno di quanto visto fino ad adesso. Ci sarà probabilmente un “Baby Yoda” più presente, anche se si potrebbe ipotizzare che sarà una presenza più dosata e misurata rispetto a quella che avrà nel merchandising. Va detto che allo stato attuale latita la componente femminile, ma da qui alla conclusione quasi sicuramente saprà farsi valere. Non ci resta perciò che attendere il prosieguo delle vicende di quello che, ad oggi, si candida ad essere uno dei migliori prodotti di Lucasfilm degli ultimi vent’anni.

Il Re Leone – Recensione

“Mentre gli altri cercano ciò che possono prendere, un vero Re cerca ciò che può dare.”

Nell’arco di questo 2019 la Disney ha puntato sull’usato sicuro per garantirsi record di incassi al botteghino facendo uscire al cinema tre remake in live action di grandi classici dell’animazione che sono nell’olimpo dei suoi migliori cartoni animati di sempre. A marzo ha aperto le danze il Dumbo di Tim Burton, a maggio è stata la volta di Aladdin con la regia frenetica di Guy Ritchie, ma il progetto indubbiamente più audace e ambizioso è il terzo, cioè quello che ha debuttato nelle sale italiane pochi giorni fa (ma che negli USA è uscito poco dopo la metà di luglio). Il regista Jon Favreau, famoso per aver dato inizio alla serie di cinecomic dei Marvel Studios firmando la regia dei primi due Iron Man e con alle spalle già un live action disneyano (Il Libro della Giungla, 2016), ha deciso di accettare una sfida non da tutti: fare un remake del celebre cartoon del 1994 Il Re Leone utilizzando le tecniche già collaudate con il suo adattamento precedente. Il risultato è un prodotto Disney visivamente spettacolare che tiene incollati allo schermo dal primo all’ultimo minuto, dove però si può riscontrare qualche-forse inevitabile-difetto.

Trama:

Il cucciolo Simba, figlio di Re Mufasa e legittimo erede al trono della Rupe dei Re, è impaziente di crescere e di dominare sui territori della savana su cui ora regna suo padre. Il malvagio Scar, il fratello di Mufasa rabbioso per aver perso definitivamente la speranza di salire un giorno al trono con la nascita del legittimo erede, trama alle loro spalle per liberarsi dell’attuale sovrano e del suo primogenito. Caduto vittima del tremendo piano di Scar, Simba si ritrova esiliato e tormentato dal trauma appena vissuto. Riuscirà, grazie all’aiuto di un’improbabile coppia di amici, a lasciarsi tutto alle spalle e a vivere “senza pensieri”. Il passato tuttavia tornerà presto a farsi vivo, e il leoncino, divenuto ormai adulto, dovrà ritrovare in sé la forza per affrontare il suo destino e reclamare ciò che gli spetta di diritto.

Recensione:

Quando ci si trova davanti ad un live action targato Disney spesso i fan e i critici vi si approcciano senza mezze misure. C’è chi li ritiene assolutamente insensati ed utili soltanto ad assicurare ai produttori un guadagno facile basato sulla notorietà del classico d’animazione originale, mentre invece c’è chi non li disdegna e ne sa apprezzare le innovazioni che talvolta vi si possono trovare sia all’interno della vicenda sia a livello tecnologico. Al di là di come uno la pensi, non si può negare che quest’ultima fatica di Jon Favreau valga la pena di essere ammirata se non altro per la straordinaria accuratezza e l’incredibile utilizzo degli effetti speciali che non possono lasciare indifferenti neanche i più scettici. A voler essere pignoli non si tratta nemmeno di un vero e proprio “live action”, in quanto i vari animali sono fotorealistici, cioè interamente realizzati al computer, e le ambientazioni-eccetto una-sono state progettate attraverso un motore grafico. In un contesto artificiale in ogni suo dettaglio verrebbe da immaginarsi uno scenario amorfo e innaturale, ed invece l’effetto è notevole. Per buona parte del lungometraggio le inquadrature e i punti di vista ricalcano fedelmente quelli del cartone, e spesso è facile rimanere a bocca aperta nell’osservare come i movimenti dei leoni o i paesaggi africani prendono vita in una veste nuova e coinvolgente.

Sebbene in questo senso la scommessa possa dirsi riuscita, bisogna riconoscere che sul piano emozionale qualcosa si finisce per perdere, specialmente nei momenti culminanti. I felini “digitali” faticano a tratti a trasmettere in maniera autentica i loro stati d’animo usando il solo sguardo, e di conseguenza trasmettono meno emozioni rispetto ai loro omologhi di inizio anni ’90.


Tra gli aspetti positivi del film vanno incluse delle sequenze aggiuntive che ampliano la trama e danno maggiore importanza alla storia di alcuni protagonisti, in particolar modo quelli femminili. Pure i dialoghi, almeno rispetto alla versione doppiata in italiano del classico del 1994, acquisiscono nuova linfa. Senza tradire lo spirito o il messaggio di fondo che hanno contribuito a decretare il trionfo de Il Re Leone 25 anni fa, qua si ha l’opportunità di sentire battute diverse ma altrettanto efficaci e permeanti, sopratutto per quanto riguarda Mufasa.

In un simile riadattamento, dove non c’è la presenza di un solo essere umano, è evidente che le voci rivestono un’importanza ancora maggiore. Le scelte italiane del doppiaggio risultano tutto sommato discretamente funzionanti. Luca Ward e Massimo Popolizio danno prova di tutta la loro bravura prestando la loro voce rispettivamente a Mufasa e Scar, e pure il duo Edoardo LeoStefano Fresi se la cava alla grande doppiando l’inseparabile coppia Timon e Pumbaa. La scelta di far doppiare Simba e Nala adulti a due cantanti del calibro di Marco Mengoni ed Elisa invece presenta luci ed ombre: i due sono piacevolissimi da sentire quando si tratta di cantare, un po’ meno quando si cimentano con i dialoghi. La colonna sonora di Hans Zimmer, modificata leggermente dallo stesso rispetto alle musiche che aveva composto cinque lustri fa, riesce nel suo intento di commuovere ed emozionare.

Questo remake del Re Leone è destinato ad entrare nella storia del cinema per la portata innovativa del suo processo realizzativo e per l’uso rivoluzionario della tecnologia digitale. Qualcuno potrà dire, e non avrebbe neanche tutti i torti, che per quanto la resa scenica sia impeccabile la magia dell’originale animato sia difficile da trovare nei 118 minuti di durata. Ciononostante si tratta di una versione ad alto tasso di spettacolarità che ricalca degnamente il soggetto di partenza, per merito della quale il pubblico potrà riscoprire un magnifico capolavoro della Disney finora mai eguagliato.