Spider-Man: Far From Home – Recensione

Circa tre mesi fa Avengers: Endgame ha segnato la fine del team storico di eroi che ci avevano accompagnato per un’intera decade, iniziata con il primo Iron Man nel 2008. Tuttavia, come ha confermato il presidente dei Marvel Studios Kevin Feige, la vera conclusione della “Fase 3” del Marvel Cinematic Universe, e anche dell’intero ciclo di titoli che hanno dato vita all’Universo Marvel sul grande schermo fino ad ora, non è rappresentata da Endgame bensì da Spider-Man: Far From Home. Il secondo capitolo interamente dedicato alle vicende del tessiragnatele, tornato sotto il controllo creativo della Casa delle Idee a partire dal 2015, ha pertanto il compito di chiudere un arco narrativo che ha entusiasmato i fan di tutto il mondo e ha frantumato record di incassi anno dopo anno. Dopo le recenti trasposizioni ambientate nello spazio o in altri pianeti, con Far From Home i Marvel Studios riportano la storia in un contesto esclusivamente terrestre e tornano a far divertire e appassionare con un’altra riuscita avventura dell’amichevole Spider-Man di quartiere, sempre più convincente e aderente allo spirito dei fumetti di Stan Lee anche in questa quinta apparizione di Tom Holland con addosso il costume rosso e blu.

Trama:

Poco dopo gli eventi di Endgame, in cui i Vendicatori hanno sconfitto una volta per tutte Thanos grazie all’estremo sacrificio di Tony Stark, per Peter Parker è il momento di tornare alla solita vita, anche se il suo mondo non è più lo stesso: il suo mentore se n’è andato e chi come lui era stato vittima dello schiocco di dita del Titano pazzo è tornato all’improvviso cinque anni dopo come se non fosse passato un giorno, mentre per tutti gli altri il tempo è trascorso normalmente. Una gita nelle principali città d’Europa con i suoi compagni di liceo sembra l’occasione giusta per lasciarsi alle spalle i vari problemi e per trovare il coraggio di dichiararsi alla sua compagna di classe Michelle. Appena giunti a Venezia viene però reclutato suo malgrado da Nick Fury, che richiede il suo aiuto per sconfiggere la minaccia degli Elementali, un gruppo di esseri sovrannaturali ognuno dei quali in grado di controllare uno dei quattro elementi fondamentali (acqua, fuoco, terra e aria) e decisi a devastare il pianeta. Un inaspettato aiuto a Peter e Nick arriva da Quentin Beck, un misterioso uomo in costume che possiede dei poteri che lo rendono l’unico capace di fronteggiare le quattro temibili creature. Spider-Man e Quentin uniscono le forze e inizialmente la loro collaborazione sembra funzionare alla perfezione, ma ben presto il ragazzo scoprirà una sconvolgente verità che lo costringerà ad intraprendere una disperata corsa contro il tempo per evitare delle tragiche conseguenze che incombono su di lui e sui suoi amici.

Recensione:

Questo nuovo sequel della terza versione cinematografica dell’Uomo Ragno presenta le stesse caratteristiche che avevano decretato il successo di Homecoming nel 2017: toni leggeri da commedia, umorismo ed ironia inseriti in maniera intelligente, attore protagonista calato perfettamente nella parte, villain all’altezza della situazione e azione ben orchestrata. La differenza sta nel fatto che questa volta viene fatto un passo ulteriore in avanti, in quanto la trama assume fin da subito uno sviluppo corale che coinvolge il nostro eroe insieme a tutti i suoi malcapitati compagni di scuola. Durante le tappe nelle capitali europee (che vengono forse presentate in maniera un po’ troppo stereotipata, Venezia in primis) l’allievo di Stark non dovrà soltanto vedersela con i malvagi Elementali ma dovrà fare i conti anche con i tradizionali “superproblemi” che hanno fatto di Spider-Man uno dei supereroi più amati dal pubblico. Siamo di fronte ad un adolescente che deve ancora imparare a gestire la sua doppia vita, smarrito in seguito alla scomparsa di Iron Man, troppo impacciato per dire quello che prova a una sua compagna di classe e troppo impulsivo nel prendere le decisioni importanti. E sono proprio le sue incompletezze e fallibilità che risaltano molto bene in questo secondo lungometraggio ragnesco diretto nuovamente da Jon Watts, che ci restituiscono un Peter Parker assai rassomigliante a quello originale dei fumetti, sebbene la vicenda qui narrata non si ispiri a nessun albo in particolare.


Sulla bravura di Tom Holland a destreggiarsi nella doppia veste di studente imbranato/Spidey c’è ormai poco da dire, e si può notare un suo miglioramento costante da quando era apparso la prima volta rubando lo scudo a Captain America in Civil War (2016). Il vero valore aggiunto di questo ventitreesimo cinecomic Marvel è indubbiamente Jake Gyllenhaal, adattissimo ad interpretare il ruolo di un intraprendente combattente avvolto da un’aura di mistero, anzi di Mysterio, che riserverà parecchie sorprese.


Ritornano Marisa Tomei e Jon Favreau nei rispettivi ruoli di May Parker e di Happy Hogan, che regalano agli spettatori non pochi momenti esilaranti. Pure il resto del cast, incluso l’onnipresente Samuel L. Jackson, non demerita affatto.

Far Frome Home è dunque la dimostrazione definitiva che fa capire quanto la Marvel al cinema dia il meglio di sé quando riesce a coniugare ottimamente la leggerezza e l’humour provenienti dagli albi a fumetti con storie coinvolgenti di protagonisti con i quali diventa quasi spontaneo identificarsi. Il futuro di questo vivace franchise sull’Uomo Ragno, frutto di un accordo tra Sony (tuttora detentrice dei diritti di Spider-Man) e i Marvel Studios, è tutt’altro che certo, ma visto l’eccellente lavoro svolto finora con Spidey bisogna sperare che venga annunciato quanto prima un nuovo capitolo.

PS: Stavolta sono presenti ben due scene post-credits, una a pochi secondi dall’inizio dei titoli di coda ed una al termine. Senza voler spoilerare nulla, è sufficiente anticipare che entrambe riserveranno dei sorprendenti colpi di scena che lasceranno molteplici dubbi ed interrogativi per un eventuale seguito. La prima soprattutto lascerà i più a bocca aperta, anche perché si assisterà alla ricomparsa di uno storico personaggio dell’universo ragnesco che manca dai tempi della trilogia di Sam Raimi. Nonostante si tratti solo di un breve cameo, è probabilmente uno dei momenti più memorabili di tutto il film.

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